di Herman Hesse, 1922
Siddhartha di Hermann Hesse è un libro che costringe a rallentare, a rileggere, a sostare su frasi che sembrano semplici e che invece aprono voragini. È un libro breve, quasi ascetico nella sua economia narrativa, eppure porta il peso di una vita intera, anzi, di più vite: quella del suo protagonista, quella del suo autore, e quella di una tradizione spirituale millenaria che Hesse ha avuto l’audacia e la grazia di avvicinare senza possederla, di raccontare senza tradirla. Pubblicato nel 1922, Siddhartha è uno di quei rari testi che hanno trovato lettori in ogni decennio successivo alla loro uscita, in culture lontanissime tra loro, con una capacità di risonanza che non si spiega soltanto con la qualità letteraria ma con qualcosa di più misterioso e più necessario: il fatto che tocca una domanda che non invecchia mai, la domanda su come si debba vivere, su cosa significhi trovare pace con se stessi e con il mondo.

Hermann Hesse nasce nel 1877 a Calw, nel Baden-Württemberg, in una famiglia di missionari pietisti con profondi legami con l’India. Il nonno materno, Hermann Gundert, era un filologo e missionario che aveva trascorso anni nel subcontinente indiano e aveva lasciato una biblioteca ricchissima di testi sanscritici e pali. Il padre aveva vissuto in India prima di tornare in Europa. Hesse cresce dunque in un ambiente in cui l’Oriente non è un’esotismo libresco ma una presenza concreta, familiare, qualcosa che si respira nei libri di casa, nelle conversazioni, nella stessa formazione religiosa che, pur essendo cristiana, è permeata di un senso del sacro più ampio e meno dogmatico di quanto la tradizione protestante ortodossa permettesse. Questa duplicità, Occidente e Oriente, cristianesimo e buddhismo, razionalità europea e spiritualità asiatica, è la tensione fondamentale che attraversa tutta la sua opera, e che in Siddhartha trova la propria espressione più compiuta e più serena.
La vita di Hesse è segnata da crisi ricorrenti che non sono semplici episodi biografici ma veri e propri cambiamenti di pelle, trasformazioni che ogni volta lo lasciano diverso, più vicino a qualcosa che non sa ancora nominare. Fugge dal seminario teologico di Maulbronn, dove viene mandato a quattordici anni, e questa fuga anticipa tutte le successive: la fuga dalla famiglia, dalla Germania guglielmina, dalla Prima Guerra Mondiale che egli rifiuta con un coraggio civile che gli costa l’ostracismo dei nazionalisti, dalla prima moglie, dalla prima vita. Si trasferisce in Svizzera nel 1912 e non tornerà mai stabilmente in Germania. Subisce una crisi profonda durante la guerra, aggravata dalla malattia del figlio minore e dal crollo del matrimonio, e intraprende una psicanalisi con Josef Lang, un allievo di Jung, che lascia tracce evidenti in romanzi come Demian pubblicato nel 1919 con lo pseudonimo di Emil Sinclair, e accolto con un entusiasmo che sorprese lo stesso autore. Nel 1911 compie un viaggio in India e Ceylon che lo delude profondamente nella sua aspettativa di trovare un Oriente puro e intatto: l’India reale, colonizzata e modernizzata, non corrisponde all’India dei testi sacri e delle fantasie spirituali. Questa delusione è produttiva: invece di scrivere il libro sull’India che aveva immaginato, Hesse scrive un libro su un’India interiore, su un percorso spirituale che usa il paesaggio indiano come scenario ma che è radicato in una riflessione che appartiene a nessun luogo geografico specifico.
Siddhartha (il nome significa in sanscrito colui che ha raggiunto il proprio scopo, e appartiene alla tradizione biografica del Buddha storico, Siddharta Gautama, senza tuttavia coincidere con essa) è il racconto di un giovane brahmino di straordinaria intelligenza e bellezza spirituale che abbandona la casa paterna in cerca dell’illuminazione. Il suo percorso attraversa quattro stazioni fondamentali: la vita ascetica con i Samana, l’incontro con Gotama il Buddha, l’immersione nel mondo sensuale con la cortigiana Kamala e il mercante Kamaswami, e infine il ritorno al fiume, dove il traghettatore Vasudeva diventa il suo ultimo e più decisivo maestro. Questo schema quadripartito non è arbitrario: ricalca strutture narrative presenti in molte tradizioni spirituali (il viaggio dell’eroe, la discesa agli inferi, la morte e la rinascita simbolica) e Hesse le usa con la consapevolezza di chi conosce sia la mitologia comparata che la psicologia junghiana, in cui questi schemi sono letti come manifestazioni dell’inconscio collettivo.
Ma ciò che distingue Siddhartha da un semplice racconto iniziatico è la sua posizione nei confronti della dottrina. Hesse compie una scelta narrativa sorprendente e coraggiosa: fa incontrare il suo protagonista con il Buddha storico e c’è anche il rifiuto. Non la persona di Gotama, che Siddhartha riconosce come essere veramente illuminato, ma la sua dottrina. L’argomentazione di Siddhartha è sottile e filosoficamente rigorosa: la dottrina è una coerente e bella descrizione dell’illuminazione, ma non può trasmettere l’illuminazione stessa, perché l’illuminazione è un’esperienza personale e intrasferibile che non sopravvive alla sua traduzione in parole. Nessun maestro può dare a un altro ciò che solo l’altro può trovare in se stesso. Questa posizione, che è una posizione profondamente romantica e insieme profondamente buddhista in certe sue varianti, come il buddhismo Zen, attraversa tutto il romanzo e ne costituisce il messaggio più radicale: la verità non s’insegna, si vive; non si trasmette, s’incarna.
Le influenze filosofiche che Hesse porta nel romanzo sono molteplici e non sempre facilmente districabili. Ci sono le Upanishad e la tradizione vedantica, con il concetto di Atman (l’io profondo, l’anima universale) che Siddhartha cercava sin dall’inizio e che alla fine riconosce come identico al Brahman, l’essere assoluto. C’è il buddhismo Theravada, con la sua analisi della sofferenza e il sentiero verso la liberazione. C’è il Taoismo, presenza meno esplicita ma ugualmente fondamentale: il fiume che scorre senza sforzo, che accetta tutto senza resistenza, che è lo stesso e sempre diverso, richiama direttamente il concetto taoista di Wu Wei, l’agire senza agire, l’armonia con il flusso naturale delle cose. C’è Schopenhauer, che Hesse aveva letto con passione giovanile e che aveva mediato per lui la filosofia indiana attraverso categorie occidentali: la Volontà come forza cieca che genera sofferenza, la liberazione come negazione della Volontà. E c’è Nietzsche, in particolare il Nietzsche dell’eterno ritorno e del superamento di sé, che risuona nella parabola di Siddhartha come struttura profonda, anche se il tono del romanzo è lontanissimo da quello nietzscheano: dove Nietzsche è violento e profetico, Hesse è quieto e compassionevole.
La figura del fiume è il centro simbolico del romanzo, e vale la pena soffermarsi su di essa con attenzione. Siddhartha incontra il fiume due volte in modo decisivo: la prima quando attraversa il guado, lasciandosi alle spalle la vita ascetica per immergersi nel mondo sensuale, e la seconda quando torna al fiume dopo anni di vita mondana, esausto e svuotato, e cerca di annegarvisi. In quel momento, il momento più buio del romanzo, in cui Siddhartha tocca il fondo della propria disperazione, ode dal profondo dell’acqua la sillaba Om, il suono primordiale della tradizione induista, e comprende qualcosa che le parole non riescono ancora a formulare. Il fiume gli insegnerà, negli anni successivi trascorsi a fianco di Vasudeva, tutto ciò che c’è da sapere: che il tempo è un’illusione, che passato e futuro esistono simultaneamente nel presente, che ogni voce umana, il pianto e il riso, la lamentazione e il canto, confluisce nel grande suono del tutto e forma un’armonia che trascende ogni singola nota. Questa visione della simultaneità, che culmina nell’esperienza mistica della pagina più bella del romanzo, in cui Siddhartha vede scorrere nel fiume tutte le facce di tutti gli esseri che ha amato, è la risposta che Hesse trova alla domanda sul tempo e sulla perdita: non si perde niente, perché tutto ciò che è stato continua a essere, simultaneamente, nel fiume eterno dell’esistenza.
Il confronto con Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, che pure è un romanzo sul tempo e sull’attesa, è illuminante per contrasto. In Buzzati il tempo scorre inesorabilmente e lascia dietro di sé solo rovine: la vita di Drogo è consumata dall’attesa e il suo riscatto, se arriva, arriva troppo tardi. In Hesse il tempo è una struttura diversa: non una freccia ma un cerchio, non una perdita ma un’integrazione. Siddhartha non rimpiange gli anni trascorsi nella vita mondana, li riconosce come necessari, come parte indispensabile del percorso. L’errore, la caduta, il peccato non sono ostacoli all’illuminazione: sono la sua condizione. Non si può capire la sofferenza senza averla vissuta, non si può comprendere il desiderio senza esserne stati consumati, non si può amare davvero senza aver conosciuto la perdita. Questa visione, che è insieme profondamente buddhista e profondamente romantica, è il cuore filosofico del libro, e spiega perché Hesse non poteva accettare la via ascetica dei Samana né la perfezione dottrinale di Gotama: entrambe pretendono di bypassare l’esperienza invece di attraversarla.
La relazione tra Siddhartha e il figlio, il bambino nato dalla sua unione con Kamala, che gli viene portato dopo la morte della madre e che si rivela capriccioso, ingrato, incapace di riconoscere la saggezza del padre, è uno degli episodi più dolorosi e più onesti del romanzo. Siddhartha ama il figlio con un amore che non riesce a controllare, un amore ansioso e possessivo che è l’unica forma di attaccamento che gli rimane dopo aver rinunciato a tutto il resto. Il figlio fugge, torna alla città, rifiuta il padre con il disprezzo tipico degli adolescenti incapaci di vedere oltre se stessi. E Siddhartha deve imparare, con una difficoltà che è commovente proprio perché è umana, non spirituale, che anche questo amore deve essere lasciato andare, che non può salvare nessuno dalla propria strada. Vasudeva gli insegna che il dolore per il figlio perduto deve essere vissuto fino in fondo, non soppresso: solo attraversandolo si può arrivare dall’altra parte. È uno degli insegnamenti più difficili del romanzo, e uno dei più veri.
Lo stile di Siddhartha è una delle sue conquiste più sorprendenti. Hesse scrive in una prosa che imita, con discrezione e sapienza, il ritmo dei testi sacri indiani: frasi brevi e simmetriche, ripetizioni litaniche, un uso del presente narrativo che sospende il tempo e dà alle scene una qualità di eternità. Non è un esercizio di pastiche, è una scelta stilistica pienamente consapevole, che produce un effetto ipnotico senza essere mai ridondante. La traduzione italiana più diffusa, quella di Massimo Mila, rende ragionevolmente questo ritmo, ma chi può permettersi di leggere il testo tedesco scopre una musicalità aggiuntiva, una certa dolcezza consonantica, un equilibrio tra le clausole, che il tedesco di Hesse possiede in grado straordinario. È uno stile che ha influenzato molti scrittori successivi, spesso senza che se ne rendano conto: c’è qualcosa dell’andamento di Siddhartha in certi romanzi di Paulo Coelho, infinitamente più semplificati e commercializzati, e c’è qualcosa di quel ritmo in certi momenti di Italo Calvino, in particolare nelle Cosmicomiche, dove la narrazione in prima persona di esperienze cosmiche produce un effetto analogo di straniamento lirico.
Il successo di Siddhartha negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, quando il romanzo diventa uno dei testi sacri della controcultura americana e mondiale, letto nelle comunità hippie, nei campus universitari, nei centri di meditazione che proliferano in quegli anni, è un fenomeno culturale che meriterebbe uno studio a sé. Hesse muore nel 1962, un anno prima che questa ondata cominci, ma ha il tempo di sapere che il suo libro sta raggiungendo un pubblico nuovo e inaspettato dall’altra parte dell’Atlantico. Il Nobel per la letteratura, che gli viene assegnato nel 1946, sancisce il riconoscimento ufficiale; ma è il Nobel non ufficiale della controcultura, l’adozione da parte di milioni di giovani che cercano in Siddhartha una risposta alle domande che la civiltà occidentale non sa più porre, a dargli una dimensione che va oltre la letteratura in senso stretto.
C’è però un rischio in questa adozione entusiasta, ed è il rischio che corrono tutti i testi che diventano culto: quello di essere letti come manuali invece che come romanzi, come istruzioni per la vita invece che come esperienze della vita. Siddhartha non è un libro di auto-aiuto, per quanto possa essere usato come tale. È un romanzo, con personaggi che soffrono, che sbagliano, che amano e perdono e si disperano. La sua saggezza non è separabile dal dolore che la genera. Chi lo legge cercando solo la pace troverà soltanto metà del libro, la metà finale, serena e fluviale. L’altra metà, la giovinezza ascetica, gli anni di Kamala e del denaro e del gioco d’azzardo, la disperazione sul bordo del fiume, è altrettanto necessaria, perché è lì che si capisce che la pace non è un punto di partenza ma un punto di arrivo, e che l’arrivo ha il sapore che ha solo perché il cammino è stato lungo e a volte insopportabile.
Nel 1962, poche settimane prima di morire, Hesse scrive in una lettera che la cosa più importante che ha imparato nella vita è che non si smette mai di imparare, che ogni età porta con sé un livello diverso di comprensione, e che la saggezza non è un possesso fisso ma un processo continuo. È esattamente ciò che Siddhartha insegna, con quella semplicità che non è mai semplicismo, con quella chiarezza che non è mai banalità. È un libro che si legge a vent’anni e poi a quaranta e poi a sessanta, e ogni volta dice qualcosa di diverso, non perché il testo cambi, ma perché chi legge è cambiato, e il fiume non è mai lo stesso fiume, e il traghettatore sorride sempre con la stessa compassione infinita davanti a chi sta ancora cercando di capire che non c’è niente da capire, solo qualcosa di diverso da poter diventare.