di Heinrich Böll, 1963
C’è un tipo di romanzo che funziona come uno specchio deformante: prende la realtà, la esagera in certi punti, la comprime in altri, e restituisce un’immagine che è insieme falsa e più vera dell’originale. Opinioni di un clown di Heinrich Böll, pubblicato in Germania nel 1963 con il titolo Ansichten eines Clowns, appartiene a questa categoria, ma con una precisione e una ferocia che vanno oltre il semplice effetto satirico. È un romanzo che brucia. Brucia perché il suo protagonista è un uomo che non accetta di smettere di vedere chiaramente in una società che ha fatto della cecità volontaria la propria norma di sopravvivenza. Brucia perché la sua voce, ironica, ferita, ostinata, a tratti isterica, non si abbassa mai al compromesso, non trova la pace nell’adattamento, non impara la lezione che tutti intorno a lui hanno imparato così bene: che per vivere in pace bisogna rinunciare a qualcosa di essenziale, e chiamare quella rinuncia maturità.

Heinrich Böll nasce a Colonia nel 1917, il dodicesimo figlio di un falegname cattolico di simpatie liberali. Cresce nella Repubblica di Weimar, attraversa l’ascesa del nazismo come adolescente, viene arruolato nella Wehrmacht nel 1939 e trascorre sei anni di guerra sul fronte orientale e in Francia, disertando più volte, fingendosi malato, facendo di tutto per sopravvivere senza diventare complice di ciò che vedeva. Viene fatto prigioniero dagli americani nel 1945, e quando torna a Colonia trova una città quasi interamente distrutta. Questa esperienza, la guerra come macchina di morte e menzogna, la sconfitta come liberazione, le macerie come punto di partenza, è il suolo da cui cresce tutta la sua letteratura. Böll è uno scrittore del dopoguerra nel senso più fisico del termine: scrive su uomini e donne che camminano sulle rovine, che cercano di ricostruire una vita su fondamenta che sono state polverizzate, e che devono fare i conti con la domanda più difficile di tutte: come si ricomincia dopo aver partecipato, anche solo come testimoni, a qualcosa di indicibile?
Il Nobel per la letteratura, che gli viene assegnato nel 1972, riconosce in lui il rappresentante più lucido e più onesto della letteratura tedesca del dopoguerra, una letteratura che doveva fare i conti con un passato che nessun altro paese europeo aveva nella stessa misura: non la sconfitta militare, ma la complicità morale, il crimine di Stato diventato crimine di popolo. Böll non ha mai smesso di porre questa domanda alla Germania che si ricostruiva, la Germania del miracolo economico, del riarmo, della rinascita democratica, e non ha mai smesso di insinuare il sospetto che quella rinascita fosse costruita su un oblio troppo conveniente, su una rimozione troppo rapida, su una normalizzazione che aveva il sapore della recidiva mascherata da redenzione.
Opinioni di un clown è il romanzo in cui questa accusa diventa più diretta e più personale. Hans Schnier è un clown professionista, un artista di mimo e pantomima che si esibisce in teatri di varietà in tutta la Germania, che all’inizio del romanzo si trova nella propria camera d’albergo a Bonn, la capitale della nuova Repubblica Federale, con la caviglia rotta, i soldi finiti, e la carriera in pezzi. La ragione del crollo è insieme professionale e sentimentale: Marie, la donna con cui ha vissuto per cinque anni in un rapporto che Hans considera un matrimonio nel senso più profondo del termine, lo ha lasciato per sposare un uomo cattolico osservante, Heribert Züpfner, esponente di un circolo di intellettuali cattolici progressisti. Hans, seduto sul pavimento, comincia a telefonare alla madre, al padre, al fratello, agli amici, ai conoscenti, ai membri del circolo cattolico cercando denaro, cercando Marie, cercando qualcuno che lo ascolti davvero. Il romanzo è la trascrizione di questa notte: i dialoghi telefonici, i ricordi, i flashback, i monologhi interiori di un uomo che sta cadendo a pezzi e che nel cadere osserva con spietata chiarezza tutto ciò che lo circonda.
La struttura è quella del monologo drammatico, una forma che ha precedenti illustri nella letteratura europea, da Dostoevski a Camus, da Svevo a Beckett, ma Böll la usa con una specificità tutta sua. Hans Schnier non è un filosofo né un intellettuale nel senso accademico: è un artista di strada, un uomo che ha scelto di vivere ai margini del sistema, e la sua intelligenza è pratica, sensoriale, ironica. Vede le cose con la precisione impietosa di chi le guarda da fuori, di chi non ha mai accettato di essere inglobato nel grande organismo sociale della normalità borghese. E quello che vede, nella madre nazista diventata pacifista convinta ora che la guerra è finita, nel padre industriale che ha saputo sopravvivere a tutto cambiando bandiera al momento giusto, nei cattolici progressisti che discutono di teologia e di impegno sociale senza che niente di tutto ciò cambi minimamente le loro vite comode, è una commedia talmente perfetta da essere indistinguibile dalla tragedia.
Il cattolicesimo è il tema centrale del romanzo, e va affrontato con la complessità che merita. Böll era cattolico, autenticamente, cocciutamente cattolico, in un modo che non aveva niente di convenzionale e che lo poneva in conflitto permanente con la Chiesa istituzionale. Il suo cattolicesimo era quello dei poveri, dei vinti, dei fuori posto, non quello del concordato, dei circoli intellettuali, delle élite che usano la religione come codice di riconoscimento sociale. Hans Schnier non è cattolico, è protestante di famiglia, anche se il protestantesimo nella sua casa era poco più di un’etichetta culturale, ma ha amato una donna cattolica e ha dovuto fare i conti con quella Chiesa, con i suoi rappresentanti, con le sue categorie. E il giudizio che ne dà è devastante: non perché la fede sia falsa, ma perché la sua istituzionalizzazione la svuota, perché il circolo cattolico di Bonn usa il linguaggio della trascendenza per coprire la più banale delle mediocrità sociali, perché Marie ha abbandonato un amore reale per un matrimonio approvato, ha scelto la forma contro la sostanza, ha tradito ciò che sapeva essere vero in nome di ciò che le veniva detto essere giusto.
Questa critica al cattolicesimo tedesco del dopoguerra è parte di una critica più ampia alla Germania del cancelliere Konrad Adenauer, che governò la Repubblica Federale dal 1949 al 1963, proprio gli anni in cui Böll scrive il romanzo. È una Germania che si è ricostruita economicamente con una velocità stupefacente, che ha ritrovato una sua rispettabilità internazionale, che ha integrato nelle sue istituzioni molti di coloro che avevano servito il regime nazista nella magistratura, nell’esercito, nell’amministrazione pubblica, nella stessa politica. Böll questa integrazione la conosce e la denuncia, e la denuncia non con i toni della requisitoria politica ma con quelli della commedia amara: la madre di Hans, che durante la guerra incitava i figli maschi a combattere per il Führer e che ora presiede comitati per la riconciliazione e la pace, è uno dei personaggi più feroci e più comici del romanzo, un ritratto di ipocrisia talmente preciso da fare quasi fisicamente male.
Il confronto con altri romanzi tedeschi del dopoguerra è inevitabile. Il tamburo di latta di Günter Grass, pubblicato quattro anni prima nel 1959, affronta lo stesso problema, la Germania nazista e la Germania del dopoguerra, la complicità e la rimozione, con strumenti completamente diversi: il grottesco, il magico, l’esuberanza visionaria di un narratore che ha smesso di crescere e osserva il mondo dall’altezza di un bambino. Böll è più sobrio, più diretto, più radicato nel realismo sociale ma non meno feroce. Dove Grass usa la deformazione fantastica, Böll usa l’ironia; dove Grass costruisce una mitologia personale, Böll costruisce una casistica sociale. I due autori sono complementari nella loro diagnosi della Germania, e insieme costituiscono forse il tentativo letterario più riuscito di fare i conti con quella storia senza eluderla e senza esaurirla in una formula.
La figura del clown ha una tradizione letteraria e filosofica ricca a cui Böll si connette consapevolmente. Il pagliaccio, il fool, il buffone di corte, sono figure che nella cultura europea hanno sempre avuto il privilegio ambiguo di dire la verità attraverso la maschera del ridicolo. In Shakespeare il fool di Re Lear è l’unico personaggio che vede chiaramente ciò che sta accadendo; in Dostoevski il principe Myškin de L’idiota è una figura analoga: l’innocente che non capisce le convenzioni sociali e quindi le vede con una nitidezza insopportabile per chi quelle convenzioni le abita. Hans Schnier appartiene a questa tradizione: la sua professione di clown non è una metafora dell’alienazione, è una scelta etica, la scelta di chi ha deciso di stare fuori, di non partecipare, di mantenere intatta la propria capacità di vedere anche al costo di non essere mai davvero dentro la vita. Ma Böll non idealizza questa scelta: Hans è anche un fallito, un uomo che ha usato la propria intransigenza come scudo contro la vita invece che come strumento per viverla più pienamente, e che alla fine si ritrova solo, sul marciapiede della stazione di Bonn, con la faccia dipinta da clown e una chitarra tra le mani, a fare l’elemosina.
Marie è la vera assenza del romanzo, e come spesso accade nelle grandi assenze letterarie, è una presenza tanto più potente quanto meno appare direttamente. La conosciamo solo attraverso i ricordi di Hans, attraverso la sua voce distorta dall’amore e dal dolore, e questa mediazione fa sì che Marie rimanga ambigua fino alla fine: ha torto o ragione di aver lasciato Hans? Ha ceduto alla pressione sociale o ha trovato qualcosa di cui aveva bisogno? Böll non risponde e questa reticenza è una delle sue mosse narrative più intelligenti, perché impedisce al romanzo di diventare una semplice storia di vittima e carnefice. Hans soffre, e la sua sofferenza è reale. Ma Hans è anche incapace di dare a Marie ciò di cui ha bisogno, cioè stabilità, riconoscimento, un futuro condiviso che non dipenda esclusivamente dalla sua capacità di guadagnare abbastanza da riempire gli alberghi di una tournée. La complessità del romanzo sta anche qui: nel rifiuto di semplificare i rapporti umani in schemi morali netti.
La scrittura di Böll in questo romanzo ha una qualità peculiare che è difficile da rendere in traduzione ma che il lettore italiano può cogliere ugualmente: è una prosa che ha il ritmo del parlato senza essere mai sciatta, che usa la ripetizione come strumento retorico invece che come difetto stilistico, che sa essere contemporaneamente comica e disperata nello stesso periodo, a volte nella stessa frase. I monologhi di Hans hanno la struttura del pensiero che si corregge: una frase inizia in una direzione e ne prende un’altra, un ricordo ne attiva un altro, un’associazione porta lontano dal punto di partenza. Questa tecnica, che deve qualcosa a Joyce e a Beckett, ma che Böll usa con una concretezza tutta sua, produce un effetto di intimità con il personaggio che è raro nella letteratura tedesca del dopoguerra, tradizionalmente più incline all’allegoria e alla struttura simbolica che al realismo psicologico.
Il finale del romanzo è tra i più memorabili della letteratura europea del Novecento. Hans, con la faccia truccata da clown e la chitarra, siede sui gradini della stazione di Bonn ad aspettare il treno su cui arriverà Züpfner e forse Marie. Non fa niente. Aspetta. L’immagine finale, il clown seduto, immobile, con la scodella davanti a sé per le monete, è un’icona di solitudine che condensa tutto il romanzo in un gesto solo: l’artista ridotto all’elemosina, l’uomo che ha rifiutato di mentire ridotto a mendicare l’attenzione, la verità che non trova più nessuno disposto a pagarla il suo giusto prezzo. È un finale che non consola e non conclude, è aperto come la vita reale è aperta, irrisolto come le domande che il romanzo pone sono irrisolte.
Opinioni di un clown è un romanzo che per certi versi ha perso la propria attualità, per altri no. Ha perso quella immediata, contingente: la Germania adenauriana è finita, la Guerra Fredda è finita, i circoli cattolici del tipo descritto da Böll sono un reperto storico. Ma ha conservato quella strutturale, quella che appartiene non a un momento specifico ma a una condizione permanente: la condizione di chi non riesce o non vuole adattarsi, di chi vede troppo chiaramente per poter fingere di non vedere, di chi paga il prezzo della propria intransigenza morale con la solitudine e la marginalizzazione. In questo senso Hans Schnier è un personaggio che attraversa le epoche, è riconoscibile nella Germania del 1963 come nell’Italia del 2026, nelle democrazie liberali come nelle società illiberali, ovunque esista la pressione silenziosa e costante a conformarsi, ad abbassare la voce, a fare pace con ciò che si sa essere falso.
Böll morì nel 1985, a sessantasette anni, dopo aver continuato fino alla fine a essere una voce scomoda nella Germania che si riarmava, nella Germania del terrorismo della Frazione dell’Armata Rossa che egli difese con una lettera pubblica nel 1972 nel diritto a un processo equo, suscitando uno scandalo che dice molto su quanto poco la Germania avesse davvero imparato dalla storia. Era rimasto un clown nel senso più nobile del termine: uno che non smette di dire la verità anche quando sarebbe più conveniente tacere, uno che accetta di sembrare ridicolo piuttosto che diventare rispettabile a qualunque prezzo.