Quanto ti insegue una creature con otto gambe e tu non trovi le chiavi…
Ci sono voluti più di vent’anni, sette film, qualche lungometraggio animato e una serie Netflix cancellata con la delicatezza di uno sfratto, ma alla fine qualcuno ha capito che per fare un buon film su Resident Evil non serve un’eroina che salta sui muri, basta un poveraccio con la chiave sbagliata. Quel qualcuno si chiama Zach Cregger, che dopo Barbarian e Weapons ha preso il suo talento per il disagio e lo ha messo a disposizione della Capcom. Il risultato è un film di novantaquattro minuti che si guarda come una partita alla PlayStation nel 1998, ovvero abbracciando un cuscino, respirando a scatti e con la certezza che i proiettili finiranno prima dei mostri. A far funzionare l’operazione non è la fedeltà a un videogioco, ma la fedeltà a quello che si provava giocandoci. È una cosa molto più rara e, a quanto pare, molto più difficile da ricreare a Hollywood.

La trama è molto semplice. Bryan, corriere interpretato da Austin Abrams, ha appena consegnato l’ultimo organo della serata quando gli assegnano un’altra corsa per portare un pacco importante a Raccoon City. In qualsiasi altro film sarebbe un lavoro noioso, nel mondo di Resident Evil equivale a firmare la propria condanna. Lungo una strada di montagna ghiacciata investe una donna che gli è uscita davanti in mezzo alla neve, lasciandola malconcia e sanguinante, seppur viva. Più o meno. Bryan, da buon cittadino se la carica in macchina, ed è qui che ogni giocatore in sala si porta le mani ai capelli ed è sempre qui che l’horror incontra la commedia. Nei videogiochi il momento in cui ti prendi cura di uno sconosciuto ferito vale come un cartello con scritto «salva la partita adesso». Da lì in poi la notte precipita, e con lei l’intera città, in una spirale di sangue, creature deformi e labirintici percorsi di fuga.
Il primo motivo di scandalo, per i fan della prima ora, è l’assenza di volti noti. Niente Leon, niente Claire, niente Jill, niente dialoghi da doppiaggio anni Novanta. Cregger ha preferito personaggi originali e davvero tutt’altro che eroici. Ambienta la vicenda in epoca moderna, con neve e smartphone, come se Raccoon City fosse finita per errore in una settimana bianca a Cortina. Per di più, Cregger stesso ha ammesso di non aver mai visto gli altri film della serie e forse è stato meglio così. Questo lo rende forse l’unico regista vivente in grado di affrontare il franchise senza il peso di Milla Jovovich che prende a calci un cane zombie al rallentatore. La saga di Paul W.S. Anderson costruì sei film attorno ad Alice, un personaggio che nei giochi non esisteva, mentre Welcome to Raccoon City di Johannes Robert del 2021, provò a recuperare la fedeltà riuscendo solo a somigliare a una gita scolastica in una stazione di polizia.

Il film ha la struttura di un videogioco e non se ne vergogna. Bryan si sposta a piedi da un luogo all’altro: una fattoria, un tunnel intasato di auto abbandonate, una fogna, una strada cittadina. Ogni tappa ha il suo obiettivo, il suo mostro e la sua piccola crisi di risorse. Cregger si diverte a giocare con la grammatica del medium, mischiando inquadrature in soggettiva e una macchina da presa che segue il protagonista da vicino, come nei giochi in terza persona. Manca solo la macchina da scrivere per salvare, insieme al baule magico che contiene senza alcuna logica l’intero arsenale. Bryan trova armi sempre più potenti ma non sa usarle; prova ad aprire lucchetti senza avere mai la chiave giusta per la serratura giusta, spesso in senso letterale. Se c’è un omaggio degno della tradizione del franchise, è questo: il vero nemico non è il virus, è il portachiavi.
Su tutto regna Austin Abrams, già rubascena in Weapons, visto anche in The Walking Dead e qui promosso a protagonista con una naturalezza che sa di promozione ampiamente meritata. Le recensioni americane parlano di una prova da star, e non è difficile capire perché. Il suo Bryan ha l’aria di uno che al colloquio aveva sentito parlare di lavoro dinamico e non di mutazioni genetiche. È spaventato quando serve, buffo quando non te l’aspetti, e ha il tempismo comico di chi ha capito che nel mezzo di un’apocalisse la cosa più realistica da fare è lamentarsi. Il contrasto con il passato è netto: i film di Anderson ruotavano attorno a un eroe d’azione fuori scala, mentre qui c’è un lavoratore finito per sbaglio nel genere sbagliato. Niente capriole a mezz’aria con doppia pistola, niente corridoi di raggi laser da schivare al rallentatore. Bryan cade, scivola, si rialza con il fiato corto, e proprio per questo funziona. Siamo noi, con lo zaino al posto delle armi, davanti a una porta che non si apre.

Attorno a lui c’è un cast che sembra il catalogo delle serie prestigiose di questi anni. Zach Cherry, che in Scissione ci ha insegnato ad aver paura degli uffici, è qui uno scienziato della Umbrella Corporation, mentre Kali Reis, reduce da True Detective, veste i panni di un’ex militare. Paul Walter Hauser, capace di risultare simpatico e vagamente inquietante nel giro di un’inquadratura, interpreta Carl, uno dei personaggi originali di Cregger, e Johnno Wilson completa il gruppo. Nessuno ha il tempo di diventare un personaggio a tutto tondo, ma è quasi una virtù. Come nei giochi, incontri gente per strada, ti dà una mano, ti tradisce o muore, e tu vai avanti con il conto delle munizioni in testa. La sceneggiatura, firmata da Cregger insieme a Shay Hatten, ridotta all’osso senza un grammo di grasso, non ha alcuna intenzione di fermarsi a fare terapia di gruppo. Hatten, del resto, con John Wick ha imparato a far correre la gente.
La parte più sorprendente è il tono. Il film comincia con una paura autentica, poi diventa via via ridicolo e riesce comunque a farla franca con quel cambio di registro. È esattamente la traiettoria della saga videoludica, partita da una villa infestata in cui ti spaventavi per un cane che sfondava la finestra e arrivata a un Chris Redfield che prende a pugni un masso. Cregger, che viene dalla comicità prima ancora che dall’horror, sa che paura e risata sono cugine e le fa convivere nella stessa inquadratura. Si ride un attimo prima o un attimo dopo un sobbalzo, e ogni tanto al posto del sobbalzo. Il gore è barocco e quasi festoso, e una recensione lo definisce forse il più grande spettacolo a base di tentacoli mai realizzato. I cani mutanti mostrati nei trailer, poi, sono una carezza nostalgica per chi ricorda ancora il battito cardiaco davanti alla prima finestra rotta. Non c’è cinismo, c’è un regista che ha capito che si può ridere di una cosa amandola.

Sul piano tecnico il film è più solido di quanto ci si aspetti da un adattamento videoludico. La fotografia è di Dariusz Wolski, collaboratore abituale di Ridley Scott in film come Prometheus e Sopravvissuto. Trasforma la neve in un elemento di panico anziché in una cartolina. A Praga la produzione ha costruito fisicamente vari ambienti di Raccoon City, tra cui strutture ospedaliere, fognature e interni cittadini, e si sente. C’è una tangibilità che i vecchi film con Milla Jovovich, tra laboratori bianchissimi e ambienti digitali, si sognavano. Il ritmo non concede tregua, la camera insiste sui volti quando arriva la paura, e la durata resta sotto l’ora e mezza. Non c’è nemmeno un secondo di quelle lunghe spiegazioni con cui la serie giustificava per anni gli ultimi dieci minuti di azione. Qui l’azione parte prima ancora del titolo, e chi si aspettava una pausa per il caffè dovrà tenerselo freddo.
Difetti? Qualcuno c’è, e sarebbe disonesto nasconderli. Chi ha amato l’ambizione di Barbarian e Weapons, film che giocavano con la struttura e con il tempo, potrebbe trovare questo Resident Evil più semplice, quasi minimalista. Qualcuno ha notato che basta pensarci più di un minuto perché parte del fascino cominci a sfumare, e che Cregger ci ha abituati a film più intelligenti. La mitologia resta volutamente ai margini. Chi sperava di scoprire finalmente come funzionano laboratori, virus e corporazioni malvagie resterà a mani vuote, con meno spiegazioni che munizioni. Ma il film non chiede di riflettere, chiede di correre, e Bryan lo fa con tutto il fiato che ha in corpo, con lo spettatore incollato ai talloni. È una giostra del terrore più che una saga in cinque atti, e chi va alle giostre non pretende una tesi di laurea.
In definitiva, il Resident Evil di Zach Cregger è una piccola rivincita per tutti quelli che hanno atteso decenni un film all’altezza del gioco senza mai smettere di sperare. Ha il ritmo di una discesa in fogna, il senso dell’umorismo di una scenetta ben scritta e la pelle d’oca di un vecchio gioco a luci spente. Non è il film più profondo dell’anno, né vuole esserlo, ma è probabilmente il più divertente da guardare con qualcuno accanto a cui aggrapparsi.