di Elio Vittorini, Bompiani 1945
Pubblicato quando l’Italia settentrionale era appena uscita dall’occupazione nazista e dalla dittatura della Repubblica Sociale, Uomini e no di Elio Vittorini è uno dei primi romanzi italiani a fare della Resistenza urbana la propria materia narrativa. Non è un libro di memorie né una cronaca, e proprio questo lo rende ancora vivo a più di ottant’anni di distanza. L’autore non si limita a raccontare ciò che è accaduto, ma s’interroga su ciò che la guerra civile fa degli esseri umani, su quanto di umano rimanga in chi uccide, su dove passi il confine tra chi merita il nome di uomo e chi lo ha perduto. Il titolo stesso, con quella negazione lasciata cadere in fondo alla frase come una sentenza sospesa, è una domanda che il romanzo non smette di porre e alla quale, con onestà intellettuale, rifiuta di dare una risposta semplice.

Per comprendere il libro bisogna partire dall’uomo che lo scrisse. Nato a Siracusa nel 1908, figlio di un ferroviere, Vittorini lasciò la Sicilia ancora adolescente e cercò fortuna nel Nord, lavorando come operaio edile in Friuli prima di approdare a Firenze, dove frequentò l’ambiente della rivista Solaria e cominciò la sua attività di scrittore, traduttore e correttore di bozze. I primi anni furono segnati da una vicinanza al cosiddetto fascismo di sinistra, un’adesione ideale e ingenua a un regime che prometteva di riscattare gli umili. La guerra civile spagnola del 1936 la spezzò definitivamente e lo spinse verso l’opposizione. Da quella crisi nacque Conversazione in Sicilia, uscito in rivista tra il 1938 e il 1939 e in volume nel 1941, romanzo allegorico e corale nel quale prende forma il concetto di “mondo offeso”, che sarà la chiave di lettura di tutta la sua opera. Nel frattempo Vittorini traduceva narratori angloamericani come Faulkner e Steinbeck e preparava Americana, l’antologia della narrativa statunitense che Bompiani riuscì a pubblicare nel 1942, dopo un primo blocco della censura, con una prefazione di Emilio Cecchi. Nel 1943 fu arrestato e rinchiuso a San Vittore; dopo l’8 settembre entrò nella lotta clandestina a Milano, collaborando alla stampa del Partito comunista italiano. Uomini e no nasce dunque dall’esperienza diretta di chi la Milano occupata l’ha attraversata, e ne conserva il freddo, la paura, l’urgenza.
La vicenda si svolge nell’inverno tra il 1944 e il 1945, in una Milano gelida e avvolta dalla nebbia, che il romanzo ritrae con una densità quasi fisica. Il protagonista è Enne 2, nome di battaglia di un comandante dei Gruppi di azione patriottica, le formazioni che conducono la guerriglia urbana contro i nazifascisti attraverso sabotaggi, attentati e uccisioni mirate. Intorno a lui si muove un gruppo di compagni che il romanzo tratteggia per lampi, e sull’altro fronte si stagliano le figure dei fascisti, torturatori e delatori, tra i quali spicca un ufficiale di spietata ferocia. Ma la trama, per quanto attraversata da agguati, arresti e azioni armate, non è il centro del libro. Accanto corre infatti una storia d’amore, quella di Enne 2 con Berta, tormentata, discontinua, mai pienamente vissuta, che appare quasi come il rovescio della guerra. Un desiderio di intimità e di pace che il tempo della lotta rende impossibile. Il romanzo si costruisce alternando la narrazione degli eventi a brevi capitoli in corsivo, dove la voce dell’autore si stacca dall’azione per farsi meditazione lirica, rito funebre, invocazione. Il destino del protagonista si avvia verso un epilogo che il lettore intuisce fin dalle prime pagine, non un trionfo, ma una morte che ha il sapore dell’inevitabile.
Il nodo tematico si annida nel titolo. Quando Vittorini parla di uomini e di “no”, non sta tracciando una linea che separa i partigiani dai fascisti in modo meccanico, come avrebbe fatto la propaganda, ma sta mettendo in scena una questione morale che riguarda ogni singola azione. Il concetto di “mondo offeso”, maturato in Conversazione in Sicilia, torna qui in forma più cruda. Gli uomini sono coloro che soffrono l’offesa e non vogliono infliggerla, o che, quando sono costretti a infliggerla, la vivono come una ferita nella propria umanità; i “no” sono coloro che dell’offesa hanno fatto un mestiere e un’ideologia. Ma il romanzo non nasconde la fragilità di questa distinzione. Enne 2 uccide, organizza uccisioni, sa che la lotta di liberazione non può fare a meno della violenza, e proprio per questo si chiede se sia ancora possibile restare dalla parte dell’uomo mentre si usano le armi dell’avversario. Il dubbio non lo paralizza ma lo tormenta, e produce le pagine più intense del libro, quelle in cui la disperazione morale del combattente si intreccia con la pietà per le vittime, senza mai indebolire la certezza che una causa sia giusta e l’altra no. In questa tensione, tra la fermezza politica e l’interrogativo sulla condizione umana, sta l’originalità di Vittorini rispetto a gran parte della letteratura successiva sulla Resistenza.
Il quadro storico è ricostruito con una precisione che l’impianto lirico non cancella. Milano, nel 1944, era una città bombardata, affamata, controllata dalle brigate nere e dalle SS, nella quale l’opposizione al regime aveva radici profonde nel mondo operaio. Gli scioperi del marzo di quell’anno, che coinvolsero centinaia di migliaia di lavoratori del Nord, avevano mostrato la vastità del dissenso, e la repressione tedesca e fascista era stata feroce. Il 10 agosto 1944 quindici prigionieri politici furono fucilati in piazzale Loreto come rappresaglia per un attentato e i loro corpi vennero lasciati esposti per tutta la giornata, gesto che la memoria collettiva avrebbe poi rovesciato nell’immagine, dell’aprile 1945, del cadavere di Mussolini appeso nello stesso luogo. Sullo sfondo si muovono il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e le formazioni gappiste, la cui strategia di attentati urbani divideva persino gli antifascisti, per il timore delle rappresaglie sulla popolazione civile. Vittorini non richiama questi eventi in forma di cronaca, ma li assume come atmosfera, come pressione costante sull’agire dei personaggi. È la Resistenza vista non dalle montagne, dove si sarebbe ambientata larga parte della narrativa successiva, ma dal cuore di una metropoli industriale, dove la clandestinità significa cambiare casa, tacere, sospettare.
Sul piano dello stile Uomini e no è un libro che si riconosce subito. L’influenza dei narratori americani che Vittorini traduceva e frequentava, Hemingway e Faulkner in primo luogo, si avverte nella paratassi, nell’uso del dialogo come struttura portante, nella predilezione per frasi brevi, ripetute, ritmate quasi come formule. Ma questo americanismo, che nel clima culturale del ventennio rappresentava anche una silenziosa forma di dissenso, viene innestato su un’intonazione tutta mediterranea, biblica e corale. Le ripetizioni non servono a descrivere, servono a incantare, a fissare i gesti e le parole in una dimensione quasi rituale. Le figure non hanno spessore psicologico nel senso ottocentesco del termine, ma acquistano un valore emblematico, quasi archetipico. Ne nasce una prosa che sta a metà tra il realismo e la parabola, e che disorienta chi si aspetta una narrazione lineare. Il lettore contemporaneo può trovarla a tratti manierata, ma è difficile negare la forza con cui questa scrittura riesce a trasformare il gelo di una notte milanese, il rumore di una sparatoria o il silenzio di una casa in dati emotivi immediati.
I capitoli in corsivo meritano una considerazione a parte, perché sono la parte più controversa e insieme più caratteristica del libro. Interrompono l’azione con una voce che parla in un tempo diverso, più sospeso, quasi liturgico, e fanno del romanzo una sorta di dialogo tra la storia e la riflessione sulla storia. Alcuni critici li hanno considerati un peso, una concessione a un lirismo che appesantisce la tensione narrativa; altri vi hanno visto il cuore del progetto vittoriniano, il luogo in cui il testo dichiara che la letteratura non può limitarsi a registrare i fatti. Lo stesso autore tornò più volte sull’opera: nell’edizione del 1949 intervenne sul testo con una revisione che, secondo molti studiosi, ne alleggerì la componente lirica e che ha lasciato ai lettori la questione di quale versione sia più fedele alla sua intenzione. Il problema è in realtà la spia di una tensione mai risolta nella poetica di Vittorini, quella tra il bisogno di verità storica e la vocazione simbolica, tra il romanzo civile e il poema morale.
Accolto con entusiasmo da una parte della critica e con riserve da un’altra, il romanzo divenne quasi subito un punto di riferimento per la nuova letteratura del dopoguerra, ma le etichette del neorealismo gli stanno strette. Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, uscito nel 1947 e legato, nel ricordo dello stesso autore, al magistero di Vittorini e di Pavese, sceglie la via dell’avventura picaresca e della fiaba. L’Agnese va a morire di Renata Viganò (1949) e Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo nel 1968, puntano su un realismo più asciutto e quasi documentario. Uomini e no rimane un’opera allegorica, deliberatamente lontana dalla testimonianza. Anche La casa in collina di Pavese, del 1948, condivide con Vittorini l’idea della guerra come prova morale, ma la sposta in una dimensione più intima e colpevole. Vittorini, dal canto suo, rifiutò sempre di ridurre la letteratura a strumento della politica. Lo dimostra la polemica con il Partito comunista e con Palmiro Togliatti, combattuta tra il 1946 e il 1947 sulle pagine de Il Politecnico, la rivista da lui diretta a Milano per Einaudi, nella quale rivendicò la libertà dello scrittore di non «suonare il piffero per la rivoluzione»; nel 1951 avrebbe lasciato definitivamente il PCI.
Riletto oggi, il libro dialoga con altre grandi domande del Novecento. La questione che il titolo pone, chi possa ancora dirsi uomo in un mondo che lo ha ridotto a strumento o a vittima, risuona con quella che Primo Levi avrebbe formulato due anni dopo con Se questo è un uomo, anche se il tono, il contesto e la forma letteraria sono profondamente diversi: da una parte la testimonianza di chi è stato spogliato di ogni dignità nel Lager, dall’altra la riflessione di uno scrittore che guarda la violenza dall’interno di una lotta scelta. Entrambi i libri, però, rifiutano l’idea che l’inumano sia una parentesi incomprensibile e lo trattano come una possibilità sempre presente nella storia.
Non mancano, naturalmente, i limiti. La contrapposizione tra uomini e “no” rischia talvolta di irrigidirsi in uno schema quasi manicheo, e i fascisti del romanzo, per quanto efficacemente inquietanti, restano figure più emblematiche che comprese nella loro concretezza storica. La storia d’amore con Berta, con le sue esitazioni e i suoi patetismi, può apparire a tratti sovraccarica, e il tono profetico che percorre alcune pagine non sempre resiste alla prova del tempo. Ma proprio in questi eccessi si riconosce la temperatura di un libro scritto nel vivo di una tragedia, quando la letteratura non aveva ancora il lusso della distanza. Vittorini, del resto, avrebbe proseguito su questa strada di ricerca formale e morale: dopo Il Politecnico diresse per Einaudi la collana dei Gettoni, con la quale portò all’attenzione del pubblico autori come Fenoglio, e nel 1959 fondò, insieme a Calvino, la rivista Il Menabò.
Uomini e no resta, in definitiva, un libro necessario, non perché sia perfetto ma perché ha il coraggio di porre la domanda più difficile: che cosa ci rende umani quando la storia ci chiede di essere spietati? La sua eredità non consiste in una tesi, ma in un’attitudine, la convinzione che la letteratura possa e debba prendere posizione senza rinunciare alla propria autonomia, che si possa essere impegnati senza essere propagandisti, e lirici senza essere evasivi. A più di ottant’anni dalla sua uscita, in un tempo che ha visto tornare guerre, rappresaglie e disumanizzazioni, quel titolo suona ancora come una sfida rivolta al lettore, e la risposta, come sempre in Vittorini, non è tanto nel testo quanto in ciò che il testo ci obbliga a scegliere.