di Italo Calvino, 1947
Pubblicato nel 1947 da Einaudi, Il sentiero dei nidi di ragno rappresenta l’esordio narrativo di Italo Calvino, scrittore destinato a diventare una delle voci più originali e complesse del Novecento letterario italiano ed europeo. Il romanzo nasce in un contesto storico e biografico denso di significati: Calvino aveva partecipato attivamente alla Resistenza partigiana nelle Langhe tra il 1943 e il 1945, e quella esperienza, vissuta da un giovane poco più che ventenne con una miscela di entusiasmo, paura e disincanto, diventa il sostrato emotivo e ideologico dell’opera. Eppure il romanzo non è, nei fatti, un libro di memorie né un’epopea celebrativa. È qualcosa di più inquieto e di più moderno: un tentativo di guardare la guerra di liberazione attraverso gli occhi di chi non ha ancora gli strumenti intellettuali per comprenderla appieno, e forse proprio per questo la vede con una chiarezza vergine e tagliente che sfugge agli adulti.

Il protagonista Pin è un ragazzo di vicoli, cresciuto senza madre, con una sorella prostituta e un’infanzia rubata dalla miseria. La sua non è la prospettiva dell’eroe consapevole né del combattente ideologicamente motivato: è la visione frantumata, laterale, quasi onirica di chi partecipa alla Storia senza saperlo, di chi vive l’avventura come un gioco che potrebbe costargli la vita. Calvino sceglie questo punto di osservazione con una precisione poetica che rivela già una maturità narrativa sorprendente per un’opera prima. Non è una scelta innocente: è una dichiarazione di metodo. La realtà, come insegnerà tutta la sua opera successiva, si vede meglio di sbieco, da una prospettiva eccentrica, attraverso uno sguardo che non coincide mai con quello dominante. In questo senso, Pin anticipa una serie di figure calviniane che abiteranno la narrativa dello scrittore ligure per decenni: il barone rampante Cosimo Piovasco di Rondò, il visconte dimezzato Medardo di Terralba, il cavaliere inesistente Agilulfo, tutti personaggi che guardano il mondo da una posizione decentrata, non coincidente con la normalità, capaci proprio per questo di rivelare qualcosa che l’occhio abituato non riesce a vedere.
Il neorealismo, corrente letteraria dominante nell’Italia del dopoguerra, fornisce al romanzo la sua cornice culturale, ma Calvino la abita con un’irrequietezza che già prefigura i successivi abbandoni. È lui stesso, nella celebre prefazione scritta nel 1964 per la riedizione del volume, a riconoscere questa tensione: il libro nacque, dice, dall’impeto di raccontare e insieme dal bisogno di costruire, dall’entusiasmo collettivo e dalla vocazione solitaria allo stile. Il neorealismo italiano, quello di Vittorini, di Pavese, di Pratolini — cercava una lingua capace di restituire la concretezza del reale, la voce del popolo, la materia grezza dell’esperienza. Calvino si inserisce in questa tradizione ma la percorre da visitatore anomalo: la sua prosa ha una luminosità favolistica che non appartiene alla letteratura della denuncia sociale, una levità che suona quasi come una risposta istintiva alla pesantezza ideologica che avrebbe potuto opprimere il libro.
Il titolo stesso, Il sentiero dei nidi di ragno, è un segnale di questa doppiezza. Il sentiero esiste davvero nella topografia del romanzo, è il luogo segreto dove Pin nasconde la pistola sottratta al marinaio tedesco, ma è soprattutto un luogo mitico, un’invenzione del bambino per costruirsi un rifugio simbolico nel caos del mondo. I nidi di ragno, con la loro geometria paziente e oscura, sono un’immagine dell’ordine che resiste all’interno del disordine, della piccola rete di senso che un individuo tesse intorno a sé quando la realtà si fa troppo minacciosa. È una metafora che parla già di Calvino molto più di quanto non parli della guerra partigiana. Le radici letterarie del romanzo sono molteplici e dichiarate. Cesare Pavese, che lavorava in quegli anni con Calvino all’Einaudi e che fu per lui una figura di riferimento intellettuale fondamentale, aveva esplorato nei suoi romanzi il mito dell’adolescenza e il rapporto tra il mondo rurale e la modernità con una tensione poetica che Calvino assorbe e rielabora. Elio Vittorini, con Uomini e no e Conversazione in Sicilia, aveva invece mostrato come la letteratura potesse incarnare un impegno civile senza rinunciare all’invenzione formale.
Ma Calvino guarda anche fuori dall’Italia: l’influenza della narrativa americana, Hemingway, Steinbeck, il filone del romanzo di formazione anglosassone, si sente nella secchezza di certi dialoghi, nell’attenzione al dettaglio concreto, nella dinamica tra azione e pausa. E poi c’è la tradizione fiabesca, quella dei racconti popolari liguri e piemontesi che Calvino frequenterà in modo sistematico nel 1956 con le Fiabe italiane: già nel Sentiero si avverte la presenza di una narratività primordiale, di un’architettura del racconto che rimanda ai modelli archetipici della fiaba classica, il bambino abbandonato, il bosco come spazio dell’iniziazione, il tesoro nascosto, la banda di irregolari come corte rovesciata. La struttura del romanzo segue Pin attraverso una serie di episodi concatenati che hanno il ritmo di una picaresca moderna. Il protagonista si muove tra il vicolo della sua infanzia, la taverna dove gli uomini bevono e bestemmiano, la prigione, il distaccamento partigiano del Dritto, e infine il sentiero segreto. Ogni stazione di questo viaggio corrisponde a una prova, a un incontro, a una rivelazione parziale.
I personaggi secondari sono tracciati con una sapienza caricaturale che ricorda certi personaggi di Dickens, altra lettura fondamentale per il giovane Calvino, nel senso che ciascuno porta in sé un tratto ossessivo, una caratteristica dominante che li rende memorabili e insieme emblematici di qualcosa di più generale. Il Dritto, comandante del distaccamento partigiano, è un uomo consumato dalla contraddizione tra il ruolo che occupa e la sua incapacità di assumerne il peso; Cugino è la figura del combattente grezzo, istintivo, animato da un furore che non ha bisogno di giustificazioni ideologiche; Kim, personaggio su cui Calvino si sofferma in un capitolo che è quasi un saggio dentro il romanzo, è l’intellettuale comunista che cerca di dare un senso politico a quella massa umana frammentata e irriducibile. Il capitolo di Kim è forse il punto più apertamente ideologico del libro, il momento in cui Calvino come autore emerge dietro la maschera di Pin e riflette sull’impossibilità di unificare in un’unica narrazione coerente le ragioni disparate che spingono gli uomini a combattere.
È una riflessione che conserva ancora oggi una straordinaria onestà intellettuale: la Resistenza non fu un moto unanime di eroi consapevoli, ma un fenomeno umano complesso, in cui si mescolavano la disperazione e l’ideale, la vigliaccheria e il coraggio, l’istinto di sopravvivenza e la scelta morale. Questo sguardo disincantato ha fatto del Sentiero dei nidi di ragno un libro controverso alla sua uscita, accolto da alcuni critici militanti con una certa diffidenza per la sua mancanza di retorica celebrativa. La prospettiva di Pin, bambino che non capisce e che ride dove bisognerebbe piangere, che ruba e mente e sopravvive con l’astuzia del topo di fogna, non si adattava all’immagine trionfante che la sinistra italiana voleva costruire della lotta partigiana. Ma era proprio questa resistenza alla retorica la forza più autentica del libro, quella che lo ha reso capace di sopravvivere alla contingenza storica che lo aveva generato.
Dal punto di vista stilistico, il romanzo rivela già quella che diventerà la cifra più riconoscibile della scrittura calviniana: la capacità di tenere insieme registri diversi senza che la miscela esploda. La lingua di Pin è popolare, a tratti dialettale, con le imprecazioni e le brutalità del vicolo; quella del narratore è invece sorvegliata, sintetica, capace di aprirsi improvvisamente su immagini di grande potenza visiva. I paesaggi liguri, la macchia, i sentieri, la luce marina filtrata tra le rocce, sono descritti con una precisione sensoriale che deve qualcosa al Pavese dei Dialoghi con Leucò ma che ha già una propria qualità cromatica inconfondibile. La luce, in Calvino, è sempre una presenza semantica: illumina e rivela, ma può anche abbagliare e distorcere. C’è nel romanzo un’attenzione particolare al corpo, i corpi dei partigiani, stanchi, feriti, desideranti, che contrasta con la tendenza astrattiva che prevarrà nelle opere successive.
È come se Calvino, in questo primo libro, si concedesse ancora la pienezza del mondo fisico prima di cominciare il lungo viaggio verso le geometrie concettuali delle Cosmicomiche, di Le città invisibili, di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Chi legge Il sentiero dei nidi di ragno dopo aver frequentato l’opera matura di Calvino prova un doppio piacere: quello di incontrare una storia bella e commovente in sé stessa, e quello di riconoscere in embrione tutti i temi e le ossessioni che percorreranno decenni di scrittura. L’infanzia come spazio di conoscenza privilegiata, il mondo visto dal basso e di traverso, la tensione tra il caos del reale e il desiderio di ordine, il bosco come luogo di iniziazione e di mistero, la solitudine dell’individuo di fronte alla storia: tutto è già qui, in nuce, in questo romanzo scritto da un ragazzo di ventitré anni che stava ancora cercando di capire cosa aveva vissuto e chi era diventato.
La prefazione del 1964 è, a questo proposito, un documento straordinario: Calvino vi rilegge il proprio esordio con una distanza critica che non è cinismo ma autoconsapevolezza, e riconosce nel libro i limiti e i meriti di chi scrive sulla spinta dell’urgenza senza avere ancora gli strumenti per governarla pienamente. È una prefazione che dice molto anche sulla poetica calviniana adulta: la convinzione che la letteratura debba fare i conti con la propria artificiosità, che ogni racconto sia anche una riflessione sul racconto stesso, che la leggerezza non sia superficialità ma una conquista difficile e necessaria. Il Sentiero dei nidi di ragno rimane, a quasi ottant’anni dalla sua pubblicazione, un libro vivo, capace di parlare al lettore contemporaneo non solo come documento storico ma come opera narrativa compiuta.
La guerra partigiana che vi è rappresentata appartiene a un’Italia lontana, eppure la voce di Pin, con la sua miscela di innocenza e cinismo, di fantasia e brutalità, di solitudine e desiderio di appartenenza, parla una lingua universale, quella dei bambini che crescono troppo in fretta in un mondo che non li protegge. In questo senso, il romanzo di esordio di Calvino appartiene a quella costellazione di grandi romanzi di formazione, da Oliver Twist a Huckleberry Finn, da Il tamburo di latta di Günter Grass al Giovane Holden di Salinger, in cui l’infanzia diventa la lente attraverso cui una civiltà si guarda e si giudica. Pin non trova una risposta alle domande che la guerra gli pone, non raggiunge una comprensione adulta degli eventi che lo attraversano, non diventa un eroe. Ma trova il sentiero, quello stretto e segreto che conduce ai nidi di ragno: e questo, suggerisce Calvino, potrebbe essere abbastanza.