di Umberto Eco, 1980
Il Nome della Rosa di Umberto Eco è uno di quei libri che costruiscono un universo intellettuale così denso e stratificato da trasformare ogni lettura in un’esperienza ermeneutica. Pubblicato nel 1980, il romanzo segnò un evento editoriale e culturale senza precedenti per un’opera prima di narrativa: Eco aveva già alle spalle una carriera da semiologo, medievalista e teorico dell’estetica, libri come Opera aperta (1962), saggi su Peirce e la struttura del segno, e inevitabilmente tutto questo bagaglio intellettuale defluisce nel romanzo con una certa naturalezza.

La trama, apparentemente poliziesca, è ambientata nell’autunno del 1327 in un’abbazia benedettina del Nord Italia. Il frate francescano Guglielmo da Baskerville, nome che è già, di per sé, un atto critico: rimanda esplicitamente a Holmes e al suo Watson medievale, Adso da Melk, indaga su una serie di morti misteriose legate a una biblioteca labirintica che custodisce un libro proibito. Eco costruisce una struttura narrativa che è insieme romanzo storico, thriller, trattato di semiotica e meditazione filosofica sul potere della parola. Jorge Luis Borges è qui un’ombra tutelare irrinunciabile: il bibliotecario cieco Jorge da Burgos è un omaggio dichiarato all’autore di Finzioni, e l’intera architettura del labirinto (fisico, testuale e psicologico insieme) risponde alla poetica borgesiana della biblioteca come cosmo infinito e incomprensibile.
Ciò che rende il romanzo straordinario è proprio questa sua capacità di essere molteplici cose. È una narrazione medievale di assoluta fedeltà storica: Eco conosceva il Trecento con la precisione di uno specialista, e il lettore sente la pesantezza delle pietre, l’odore dell’incenso, la logica teologica di ogni disputa. Ma è anche un romanzo profondamente moderno, forse addirittura postmoderno, che gioca con la finzione della finzione: il manoscritto ritrovato, la prefazione apocrifa, la nota a piè di pagina come arma narrativa. Eco stesso aveva teorizzato l’estetica della ricezione aperta, e qui ne fa pratica: il testo è pensato per lettori diversi su livelli di lettura diversi. Chi legge solo il giallo ottiene un giallo; chi legge la semiotica ottiene un trattato mascherato; chi legge la storia ottiene un affresco medievale.
La riflessione sul linguaggio e sulla verità è il vero nervo scoperto del libro. Guglielmo è un nominalsita, seguace di Guglielmo di Ockham, e la sua filosofia, che il nome non è l’essenza della cosa, è anche una poetica: le rose passano, ma i loro nomi restano, fossile linguistico di una realtà scomparsa. Il titolo stesso, in questo senso, è un abisso. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus: teniamo soltanto nudi nomi. Non la rosa, non l’essenza, non la verità, non Dio, solo i segni. È un epilogo che richiama la tradizione del pessimismo medievale, ma risuona con un’eco contemporanea che tocca Wittgenstein quanto Derrida.
Il libro di Aristotele sulla Commedia, il secondo libro della Poetica andato perduto, è il fulcro attorno al quale tutto ruota. Ma Eco non lo usa come un semplicistico tesoro da conquistare: ne fa il simbolo di qualcosa di più oscuro, ovvero del potere esercitato attraverso la censura del riso. Il vecchio Jorge custodisce il libro perché teme che la legittimazione aristotelica del comico dissolva la paura di Dio, che è, nella sua teologia distorta, il pilastro su cui regge l’ordine del mondo. È una critica al dogmatismo di ogni età che Eco conduce con la sottigliezza dello storico e la mano dello scrittore consumato.
Va detto che il romanzo non è privo di asperità: i capitoli iniziali, densi di dibattiti teologici e citazioni latine, possono scoraggiare chi cerchi una lettura scorrevole. Eco sapeva di costruire una trappola per il lettore impaziente — e la costruì deliberatamente, come dichiarò nelle Postille al Nome della Rosa (1983), dove rivelò le sue intenzioni con una franchezza quasi beffarda. Ma proprio questa resistenza del testo è parte della sua forza: il romanzo chiede al lettore di lavorare, e il lavoro viene ripagato con la rara soddisfazione di un’opera che si dilata ad ogni rilettura.
Il Nome della Rosa occupa un posto singolare nella letteratura italiana del Novecento: non ha la tragicità viscerale di Lampedusa né la sperimentazione radicale di Gadda, non ha la leggerezza di Calvino né il realismo di Moravia, ma forse è il romanzo che meglio incarna l’idea calvininana di “leggerezza” intesa come precisione e molteplicità, pur nella sua gravitas medievale. È, alla fine, un libro sul non sapere: Guglielmo risolve l’enigma per le ragioni sbagliate, e il caso trionfa sulla ragione. Non c’è catarsi, non c’è ordine ristabilito. Solo le macerie di una biblioteca bruciata e un nome senza rosa, una rosa senza un nome.