di Dino Buzzati, Mondadori 1940
C’è un momento nella vita in cui ci si accorge di aver aspettato qualcosa senza saperlo. Non un evento preciso, non una persona, ma qualcosa di più vasto e inafferrabile, qualcosa che somiglia all’orizzonte, irraggiungibile per definizione. È intorno a questa vertigine che Dino Buzzati costruisce il suo romanzo più celebre, Il deserto dei Tartari, pubblicato da Mondadori nel 1940, e rimasto da allora uno dei libri più inquietanti e necessari della letteratura italiana del Novecento. Necessari nel senso più scomodo del termine: non perché consolino, ma perché nominano qualcosa che la coscienza preferisce tenere nell’ombra.

Buzzati nasce a San Pellegrino di Belluno nel 1906, in una famiglia borghese dell’alta Italia, e trascorre quasi tutta la sua vita professionale al Corriere della Sera, dove entra giovanissimo e dove rimane fino alla morte, nel 1972. Questo dato biografico non è marginale: il giornalismo, con la sua disciplina del quotidiano, penetra in maniera capillare nella sua prosa. Buzzati è un narratore che sa costruire la suspense del nulla, che conosce l’arte di far aspettare il lettore sapendo già che non arriverà niente, o quasi niente. Ha scritto racconti fantastici, ha dipinto quadri surreali di grande intensità, ha scritto per il teatro e per l’opera. Ma è con Il deserto dei Tartari che raggiunge la piena maturità espressiva, e lo fa con un libro che, curiosamente, egli stesso considerava minore, scritto quasi di getto nelle notti trascorse di guardia ai torchi del giornale.
Giovanni Drogo è un giovane ufficiale appena uscito dall’accademia militare. Viene assegnato alla Fortezza Bastiani, una remota fortezza militare ai confini settentrionali del regno, che sorveglia un immenso deserto pietroso da cui, secondo la tradizione, potrebbe un giorno arrivare il nemico: i Tartari, appunto, entità leggendaria che nessuno ha mai visto e la cui minaccia è tanto vaga quanto assoluta. Drogo arriva alla fortezza con l’intenzione di rimanerci poco, di chiedere il trasferimento, di tornare alla città, agli amici, alla vita normale. Ma non lo fa. Aspetta. Aspetta che accada qualcosa. E intanto gli anni passano, dapprima impercettibilmente, poi con una velocità che stordisce. I suoi colleghi invecchiano o muoiono, così come sua madre; le amicizie si dissolvono, e lui è ancora lì, ad aspettare quei Tartari che non arrivano mai.
La struttura del romanzo, apparentemente semplice, è un meccanismo di precisione svizzera in cui ogni ingranaggio è calibrato per produrre un effetto preciso: la dilatazione del tempo, la paralisi della volontà, l’autoinganno come forma di sopravvivenza psichica. Buzzati non è un moralista, non condanna mai il suo protagonista, non lo irride. Lo osserva con una pietà silenziosa e lucidissima, quella di chi riconosce nel protagonista qualcosa di universale. Drogo non è un vigliacco né un sognatore velleitario: è un uomo come tanti, che si consola con l’attesa, che trasforma il rinvio in una forma di speranza, che preferisce il possibile al reale perché il reale è sempre meno del possibile. L’attesa diventa così il suo vizio e la sua ragione di vivere, il suo rifugio e la sua prigione.
Il confronto con Kafka è inevitabile e, in parte, fuorviante. Inevitabile perché la Fortezza Bastiani somiglia a certi edifici kafkiani (il Castello, il Tribunale de Il processo) in cui la burocrazia diventa metafora dell’assurdo esistenziale, in cui le regole sembrano avere una logica interna perfetta e insieme insensata. Ma Buzzati non condivide con Kafka la vena onirica più aggressiva, l’angoscia più bruciante. La sua prosa è limpida, quasi classica nella costruzione sintattica, e il fantastico che vi abita è di natura diversa: non la metamorfosi improvvisa, non l’irruzione del mostruoso, ma il lento scivolamento del tempo, la desertificazione dell’esistenza. Se Kafka fotografa il terrore, Buzzati fotografa la malinconia e la malinconia, come sapeva bene un grande come Giacomo Leopardi, è spesso più insostenibile del terrore.
Il paragone leopardiano non è capriccioso. C’è nel romanzo di Buzzati una sensibilità che appartiene alla grande tradizione italiana del pensiero sulla vanità e sul tempo — da Leopardi appunto, al Tomasi di Lampedusa del Gattopardo, scritto quasi nello stesso periodo ma pubblicato postumo nel 1958. Come il principe Salina, Drogo assiste all’erosione del mondo intorno a sé senza riuscire a uscirne, ma laddove Salina è consapevole e rassegnato con la dignità del cinismo aristocratico, Drogo è ingenuo fino alla fine, e la sua ingenuità è la vera tragedia del libro. Drogo continua a credere. Continua ad aspettare. E questo credere ostinato e cieco è insieme commovente e devastante.
Buzzati scrive in un momento storico preciso: l’Italia è alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, e il romanzo viene pubblicato nell’anno in cui l’Italia entra in guerra. Sarebbe però ingenuo ridurre Il deserto dei Tartari a un’allegoria politica, a un commento sulla gioventù sacrificata al militarismo fascista. Buzzati stesso ha sempre resistito a letture troppo militanti. Il romanzo funziona a un livello più profondo e più universale: parla dell’attesa come condizione antropologica, dell’incapacità umana di vivere nel presente, di quella peculiare forma di suicidio silenzioso che consiste nel rimandare la propria vita a un futuro che non arriverà mai o arriverà, come accade a Drogo, quando è troppo tardi per goderne.
È significativo che i Tartari arrivino davvero, alla fine, ma che Drogo venga rimandato in città proprio quando il nemico si materializza all’orizzonte. Il momento atteso per una vita intera coincide con la sua esclusione definitiva dall’evento. C’è in questa ironia strutturale qualcosa che fa pensare a Beckett — a Vladimiro ed Estragone che aspettano Godot sapendo che non arriverà, e che invece, nel romanzo di Buzzati, arriva, ma sempre fuori tempo. L’assurdo di Buzzati non è quello metafisico di Camus né quello comico-tragico di Beckett: è un assurdo quieto, domestico quasi, che si insinua nei meccanismi ordinari della vita e li svuota dall’interno.
La Fortezza Bastiani con le sue mura, i suoi rituali, le sue gerarchie immutabili, le sue notti silenziose sotto le stelle, esercita un fascino irresistibile sui soldati che vi risiedono. Non è un luogo sinistro, è anzi di una bellezza severa, quasi ascetica, ma è un luogo che fagocita, che assorbe le esistenze. In questo senso il romanzo può essere letto anche come una meditazione sull’istituzione totale in senso quasi goffmaniano, per quanto Goffman scrivesse vent’anni dopo, sulla capacità delle strutture chiuse di ridefinire il sé fino a renderlo irriconoscibile. Drogo non sa più chi sarebbe al di fuori della fortezza e questa ignoranza, che egli copre con la promessa perpetua del trasferimento imminente, è la sua condanna.
La prosa di Buzzati in questo romanzo merita un discorso a parte. È una prosa che si potrebbe definire limpidamente allucinata. Limpida nella sintassi, nella punteggiatura, nella costruzione delle scene. Allucinata nei contenuti, nei tempi, nella gestione delle ellissi temporali con cui interi anni vengono bruciati in pochi capoversi. Buzzati sa usare il silenzio narrativo come pochi altri nella letteratura italiana del Novecento, forse soltanto Calvino, in certe pagine delle Cosmicomiche o de Il sentiero dei nidi di ragno, raggiunge una simile essenzialità inquieta. C’è però in Buzzati una malinconia di fondo che Calvino non ha, o che si è presto preoccupato di esorcizzare con l’ironia.
Tra le pagine più straordinarie del romanzo ci sono quelle in cui il tempo accelera: i capitoli centrali, in cui gli anni di Drogo alla Fortezza si moltiplicano senza che il narratore si fermi a spiegarli, producono nel lettore un effetto di vertigine che è anche fisiologico. Si ha la sensazione fisica di cadere, di perdere il controllo sul calendario, di uscire dalla lettura invecchiati. Pochi romanzi riescono a fare questo, a modificare la percezione del tempo del lettore, non solo del personaggio. In questo Buzzati anticipa certe sperimentazioni della letteratura francese degli anni Sessanta, senza però mai abbandonare la chiarezza espositiva che è il suo marchio stilistico. Il tempo è un altro fondamentale protagonista del romanzo, costante filosofica che annienta l’essere umano e lo schiaccia nella sua forma mortale.
Il finale del romanzo è di una bellezza lacerante. Drogo, vecchio e malato, viene trasportato in una città sconosciuta per morire. Solo, in una stanza d’albergo, nella notte, riesce finalmente a trovare qualcosa che assomiglia alla pace. Non la vittoria, non i Tartari, non il riscatto ma la dignità silenziosa di chi affronta l’ultimo buio senza tremare. È uno di quei finali che si leggono trattenendo il respiro, e che si portano con sé per anni. Buzzati non concede la redenzione, ma concede qualcosa di più discreto e forse più prezioso: la possibilità di morire felici dopo aver vissuto nell’attesa invece che nella vita. Quello che nasconde questo libro è che la fortezza siamo noi. Che il deserto è il tempo. E che i Tartari, quei nemici attesi e mai arrivati, sono forse soltanto il nome che diamo alla vita che non abbiamo mai vissuto.