di Fëdor Dostoevskij, 1864
C’è una voce nella letteratura mondiale che non somiglia a nessun’altra — una voce che urla e si contraddice, che attacca e si umilia, che ragiona con una coerenza feroce fino al punto in cui la coerenza stessa si rivela come la forma più alta dell’autodistruzione. È la voce dell’Uomo del sottosuolo, il protagonista senza nome di Ricordi dal sottosuolo (in alcune edizioni Memorie dal sottosuolo) di Fëdor Dostoevskij, pubblicato nel 1864 sulla rivista Ėpocha che il romanziere dirigeva insieme al fratello Michail. È un testo breve, quasi un racconto lungo, o una novella, rispetto alle cattedrali narrative dei grandi romanzi successivi, ma ha la densità di un testo che contiene in germe tutto ciò che verrà dopo: Delitto e castigo, L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov. Chi vuole capire Dostoevskij deve passare per il sottosuolo. Chi vuole capire la modernità letteraria deve passare per il sottosuolo. Chi vuole capire qualcosa di se stesso, della propria capacità di sabotare ciò che si desidera, di odiare ciò che si ama, di voler essere liberi e al tempo stesso di voler essere schiavi, deve passare per il sottosuolo.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821, secondo figlio di un medico militare di origini modeste che lavora in un ospedale per i poveri. L’infanzia è segnata da una rigidità paterna che i biografi hanno discusso a lungo. Il padre Michail è un uomo severo, spesso violento con i contadini che lavorano nella piccola tenuta di famiglia, e verrà assassinato da loro nel 1839, in circostanze che Dostoevskij non commenta mai direttamente ma che i critici hanno riletto come una delle matrici inconsce della sua ossessione per il delitto e la colpa. Studia all’Accademia militare di ingegneria a San Pietroburgo, pubblica il suo primo romanzo, Povera gente, nel 1846, ed è subito riconosciuto come una voce nuova da Belinskij, il critico più autorevole dell’epoca. Ma la carriera letteraria viene interrotta bruscamente: nel 1849 viene arrestato per la partecipazione al circolo Petraševskij, un gruppo di intellettuali che discuteva di socialismo utopico e di riforma sociale. Condannato a morte, viene portato davanti al plotone di esecuzione il 22 dicembre 1849 e all’ultimo momento, mentre i condannati sono già legati ai pali, arriva la grazia dello zar. La pena viene commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia, seguiti da altri quattro anni di servizio militare come soldato semplice.
Questa esperienza, la morte guardata in faccia, la grazia improvvisa, il confino in Siberia tra criminali comuni, la perdita di ogni diritto civile e letterario, trasforma Dostoevskij in modo irreversibile. Non nel senso di una conversione semplice o di una rottura netta con il passato: il socialismo utopico lascia il posto a una forma di nazionalismo slavofilo e di religiosità ortodossa che è altrettanto appassionata e altrettanto tormentata. Ma il cambiamento più profondo è interiore, quasi fisiologico: Dostoevskij esce dalla Siberia come un uomo che ha toccato il fondo dell’umano e che non può più scrivere come se quel fondo non esistesse. I romanzi che scrive dopo il confino, a cominciare proprio da Memorie dal sottosuolo, portano tutti il marchio di quell’esperienza: la certezza che l’uomo è capace del peggio, e che il peggio non viene dall’ignoranza o dalla miseria ma da qualcosa di più oscuro e di più irriducibile che abita nel centro stesso della coscienza.
A complicare ulteriormente il quadro biografico, e a renderlo rilevante per la comprensione del testo, ci sono le condizioni materiali in cui Dostoevskij scrive Memorie dal sottosuolo. Sono anni di miseria quasi assoluta: il fratello Michail è morto nel luglio 1864, pochi mesi dopo la pubblicazione del testo, lasciandolo con i debiti della rivista da pagare e la famiglia da mantenere; la prima moglie, Marija Dmitrievna, muore di tubercolosi nel marzo dello stesso anno, dopo un matrimonio infelice che aveva consumato entrambi; Dostoevskij è inseguito dai creditori, dipendente dal gioco d’azzardo che continuerà a tormentarlo per anni, costretto a scrivere sotto pressione di contratti leonini. Il protagonista del sottosuolo nasce in questo clima, non come autobiografia, ma come risposta letteraria a una condizione di angoscia che Dostoevskij conosce dall’interno.
Memorie dal sottosuolo è diviso in due parti asimmetriche per lunghezza e per natura. La prima parte (Il sottosuolo) è un monologo filosofico puro: l’Uomo del sottosuolo si rivolge a un interlocutore immaginario e inesistente, anticipandone le obiezioni, smontandole prima che vengano formulate, costruendo e demolendo argomenti con una velocità vertiginosa. Non racconta niente: ragiona, o meglio esegue una parodia del ragionamento che è anche il ragionamento più serioso e più coraggioso possibile. La seconda parte (A proposito della neve bagnata) è narrativa: racconta tre episodi della vita dell’Uomo quando aveva ventiquattro anni, la sua umiliazione da parte di un ufficiale che non lo riconosce nemmeno come degno di essere offeso, il suo tentativo miserabile di inserirsi in una comitiva di ex compagni di scuola, e il suo rapporto con Liza, una prostituta a cui predica la redenzione e che poi umilia crudelmente quando lei lo prende sul serio. Le due parti si tengono insieme non per coerenza narrativa ma per coerenza psicologica: il filosofo del sottosuolo e il miserabile della neve bagnata sono la stessa persona, e la seconda parte dimostra nella pratica ciò che la prima enuncia nella teoria.
La tesi filosofica centrale dell’Uomo del sottosuolo è una delle più dirompenti della letteratura mondiale, e vale la pena formularla con precisione. L’illuminismo e il positivismo del suo tempo, rappresentati nel testo dalla figura del Palazzo di Cristallo, la grande utopia socialista di Nikolaj Černyševskij nel romanzo Che fare?, pubblicato l’anno prima, sostengono che l’uomo è un essere razionale, che agisce sempre in base al proprio interesse ben compreso, e che una volta costruita la società perfetta, quella in cui il benessere materiale è garantito per tutti, l’uomo sarà finalmente felice. L’Uomo del sottosuolo nega questa premessa con ferocia. L’uomo non vuole sempre il proprio vantaggio, esige anche la propria volontà, anche quando la propria volontà è autodistruttiva, anche quando sa perfettamente che ciò che fa gli farà del male. La libertà non è la libertà di scegliere il meglio: è la libertà di scegliere il peggio, di sfidare la logica, di dire due più due fa cinque solo per dimostrare che non si è una tastiera di pianoforte su cui la storia suona le sue melodie razionali. Questa libertà negativa, questa libertà come puro arbitrio, come capacità di resistenza a qualsiasi determinismo, economico, biologico o storico che sia, è ciò che fa dell’uomo un essere irriducibile a qualsiasi sistema, e ciò che rende ogni utopia, per quanto ben costruita, fondamentalmente falsa nella sua premessa.
La risonanza di questa tesi nel pensiero europeo successivo è incalcolabile. Nietzsche legge Dostoevskij e lo chiama l’unico psicologo da cui ha imparato qualcosa. Nell’Uomo del sottosuolo riconosce una figura che precorre certi temi del suo pensiero sulla volontà di potenza come affermazione di sé contro le norme. Kierkegaard, che Dostoevskij non ha letto, ma con cui ha affinità straordinarie, aveva già elaborato una critica simile all’hegelismo razionalista in nome dell’esistenza concreta e irriducibile dell’individuo. Sartre costruirà sull’uomo come essere che sceglie senza fondamenti la propria filosofia dell’esistenza. Camus riconoscerà nell’Uomo del sottosuolo un precursore dell’uomo assurdo. Ma nessuno di questi pensatori, con la possibile eccezione di Kierkegaard, ha la stessa capacità di Dostoevskij di incarnare le proprie idee in una voce viva, contraddittoria, dolorante: l’Uomo del sottosuolo non illustra una tesi, la vive, la soffre, la usa contro se stesso.
Il termine chiave per capire la struttura psicologica del personaggio è quello che i russi chiamano podpol’e (sottosuolo, appunto) e che indica non solo un luogo fisico ma una condizione mentale: la capacità di vedere troppo chiaramente i propri meccanismi interiori per poter agire con la naturalezza ingenua di chi non si interroga. L’Uomo del sottosuolo sa sempre perché fa ciò che fa: sa di umiliare Liza perché ha paura di essere amato, sa di essere spietato perché è stato umiliato, sa di ragionare in circolo senza poter uscire dal circolo. Questa autoconsapevolezza totale non lo libera, bensì lo paralizza. È la trappola della modernità intellettuale, la trappola di chi ha troppa coscienza per l’azione diretta e troppo desiderio per la rinuncia. Dostoevskij la descrive con una precisione che fa pensare che la conoscesse dall’interno e probabilmente la conosceva, anche se sarebbe sbagliato ridurre l’Uomo del sottosuolo a un autoritratto.
Il confronto con la tradizione del monologo interiore nella letteratura europea è inevitabile, ma va fatto con attenzione cronologica. Ricordi dal sottosuolo precede di decenni la grande stagione del monologo interiore modernista (Joyce, Woolf, Faulkner), e in questo senso è un testo anticipatorio di straordinaria portata. Ma la tecnica di Dostoevskij è diversa da quella dei modernisti: non è la registrazione del monologo nel suo svolgersi spontaneo, ma la messa in scena di una coscienza che non può smettere di commentare se stessa mentre parla. L’Uomo del sottosuolo non pensa, performa il pensiero davanti a un pubblico immaginario, e questa dimensione teatrale del monologo è una delle sue caratteristiche più originali. Bachtin, il grande teorico russo della letteratura, ha elaborato per Dostoevskij il concetto di romanzo polifonico, un romanzo in cui le voci dei personaggi non sono subordinate alla voce dell’autore ma dialogano con essa su un piano di relativa parità, e il sottosuolo è il luogo in cui questa polifonia si riduce a un paradossale monologo dialogico: una voce sola che parla con se stessa come se fosse molte voci, che anticipa le obiezioni altrui e le incorpora nel proprio discorso senza mai risolverle.
La figura di Liza è il contrappeso emotivo necessario al freddo virtuosismo filosofico della prima parte. Liza è una giovane prostituta a cui l’Uomo del sottosuolo, in un momento di crudele ispirazione retorica, tiene un lungo discorso sulla miseria della sua condizione e sulla possibilità di una vita diversa. Il discorso funziona, Liza ne è commossa, vuole credere, cerca contatto umano. Ma quando si presenta all’appartamento del sottosuolo per trovare quell’uomo che sembrava vederla davvero, trova invece un miserabile in preda alla paranoia e all’orgoglio ferito, che la umilia e le getta del denaro come si fa con chi si vuole offendere nel modo più definitivo. La scena è una delle più dolorose della letteratura russa e la letteratura russa dell’Ottocento non difetta certo di scene dolorose. Ciò che la rende insopportabile non è la crudeltà in sé ma la consapevolezza dell’Uomo del sottosuolo: sa esattamente cosa sta facendo, sa che sta distruggendo qualcosa di reale e di prezioso, e lo fa ugualmente. È la dimostrazione pratica della sua tesi: la coscienza non redime, può anzi essere il più raffinato strumento della propria e altrui distruzione.
Nella genealogia dei personaggi dostoevskiani, l’Uomo del sottosuolo è il padre di tutti. Raskolnikov di Delitto e castigo porta la stessa iperconscienza e la stessa volontà di mettere alla prova un’idea contro la realtà; il principe Myškin de L’idiota è in un certo senso il suo contrario, è la pura bontà senza calcolo, destinata a soccombere; Stavrogin dei Demoni porta all’estremo l’arbitrio assoluto, il nulla mascherato da libertà; Ivan Karamazov porta al suo culmine la ribellione intellettuale contro Dio e contro l’ordine del mondo. Tutti questi personaggi nascono dal sottosuolo, portano nel loro DNA la struttura psicologica di quell’Uomo senza nome, e ciascuno esplora una possibilità diversa di ciò che accade quando la coscienza moderna si confronta con le domande ultime senza avere né la fede cieca né la ragione sufficiente a rispondervi.
Il problema di Dio, che nei grandi romanzi successivi diventerà esplicito e centrale, è già presente in Memorie dal sottosuolo in forma larvata. L’Uomo del sottosuolo non è ateo in senso militante: è qualcosa di più complicato, qualcosa che assomiglia a un uomo che vorrebbe credere e non può, che sente la mancanza di un fondamento e usa l’ironia come difesa contro quella mancanza. Il Palazzo di Cristallo che disprezza è anche, implicitamente, ogni sistema che pretenda di dare risposta alle domande ultime senza passare per la sofferenza individuale e in questo senso la critica all’utopia socialista è anche una critica a qualsiasi teologia troppo razionale, troppo confortante, troppo rapida nel risolvere ciò che non si lascia risolvere. Dostoevskij non ha ancora trovato, nel 1864, la risposta che cercava, la risposta che tenterà di costruire nei grandi romanzi, e che avrà il volto di Sonja Raskolnikova, del principe Myškin, di Alëša Karamazov, di tutti i personaggi che portano nella narrativa dostoevskiana la possibilità di una redenzione che non nega la sofferenza ma la attraversa. Il sottosuolo è il luogo prima di quella risposta, il luogo della domanda pura.
Leggere Ricordi dal sottosuolo oggi è un’esperienza che non ha perso niente della propria violenza originale. Anzi, in certi sensi è diventata più acuta: la critica al determinismo, che nel 1864 riguardava il determinismo utopico-socialista, si applica con uguale precisione al determinismo algoritmico, alla logica delle piattaforme digitali che pretendono di sapere cosa vogliamo meglio di quanto lo sappiamo noi, che ci offrono un Palazzo di Cristallo personalizzato e ottimizzato in cui ogni desiderio viene anticipato e soddisfatto prima ancora di essere formulato. L’Uomo del sottosuolo che dice due più due fa cinque pur di non essere una tastiera, pur di affermare una libertà che non serve a niente se non ad affermare se stessa, è una figura che parla direttamente all’epoca dei big data e dell’intelligenza artificiale con una pertinenza che Dostoevskij non poteva immaginare e che tuttavia aveva già visto, perché ciò che aveva visto non era una tecnologia specifica ma una struttura del potere che si ripete in forme sempre nuove: la pretesa di conoscere l’uomo meglio di quanto l’uomo conosca se stesso, e di usare quella conoscenza per costruire un ordine che lo renda felice privandolo della sua irrazionalità costitutiva.