di Philip Roth, 1969
C’è un romanzo che quando uscì, nel 1969, fece scandalo nel modo più completo possibile: scandalizzò i benpensanti per l’oscenità, gli ebrei americani per la caricatura, i critici conservatori per il tono, e i lettori comuni per la risata che non riuscivano a trattenere mentre sapevano che non avrebbero dovuto ridere. Lamento di Portnoy di Philip Roth (Portnoy nella nuova edizione Adelphi del 2025 curata da Matteo Codignola) è uno di quei libri che entrano nella cultura con la forza di un corpo estraneo, irritanti, necessari, impossibili da ignorare, e che vi rimangono non perché il tempo li abbia ammorbiditi ma perché il tempo ha dimostrato che avevano ragione, che ciò che sembrava eccesso era precisione, che ciò che sembrava provocazione era diagnosi. È un romanzo che ha cambiato la letteratura americana e che ha cambiato il modo in cui la letteratura può parlare del corpo, della famiglia, del sesso, della colpa, dell’identità etnica e che lo ha fatto con uno strumento che sembrava impossibile da usare per dire cose serie: la commedia più spudorata e più feroce.

Philip Roth nasce a Newark, New Jersey, nel 1933, figlio di Herman Roth, venditore di assicurazioni di origine ebraica ashkenazita, e Bess Finkel. Cresce nel quartiere ebraico di Weequahic, in una famiglia della classe media operosa e rispettabile, immerso in quella particolare atmosfera della comunità ebraica americana del secondo dopoguerra, un mondo in cui la memoria dell’Europa e della Shoah convive con il sogno americano, in cui l’assimilazione è il progetto collettivo e l’identità ebraica è insieme la radice e il peso, in cui le madri cucinano e si preoccupano e amano con una intensità che può essere indistinguibile dalla soffocazione. Studia alla Bucknell University e poi alla University of Chicago, dove ottiene un master in letteratura inglese, e comincia poi a insegnare e a scrivere con una serietà e un’ambizione letteraria che i primi racconti (raccolti in Goodbye, Columbus, del 1959) confermano immediatamente. Quel primo libro gli vale il National Book Award e gli procura anche le prime accuse di antisemitismo da parte della comunità ebraica, accuse che lo accompagneranno per tutta la carriera e che lui affronterà sempre con la stessa risposta: il compito dello scrittore non è adulare la propria comunità ma rappresentarla con onestà, e l’onestà spesso fa male.
Lamento di Portnoy è il romanzo in cui Roth porta questa poetica al suo estremo più coraggioso e più esposto. Alexander Portnoy è un funzionario trentenne della commissione per i diritti civili di New York, intellettuale, liberal, figlio modello in superficie, che si trova disteso sul lettino del dottor Spielvogel, il suo psicanalista, e gli rovescia addosso in un monologo ininterrotto di trecento pagine tutto ciò che gli ha reso impossibile la vita: la madre Sophie, figura di controllo totale mascherato da amore sconfinato, sempre presente con il suo coltello da cucina, le sue minacce velate, il suo catalogo infinito di preoccupazioni; il padre Jack, uomo buono e rassegnato, cronicamente stitico in modo che Roth usa come metafora della costrizione interiore con una franchezza che sfiora il sublime comico; la sessualità esplosiva e compulsiva di Alexander, le sue ossessioni per le donne non ebree (le shikse, nella terminologia yiddish) come territorio di libertà e di trasgressione. E la colpa, la colpa pervasiva e onnipresente che accompagna ogni piacere e ogni pensiero, che trasforma ogni godimento in un atto di accusa contro se stesso.
La struttura del romanzo è quella del monologo psicoanalitico, e questa scelta formale è di una intelligenza narrativa straordinaria. La psicoanalisi fornisce a Roth la cornice perfetta per un tipo di voce che non avrebbe potuto esistere in nessun’altra forma: una voce che può dire tutto, che non è tenuta a nessuna decenza sociale, che può passare dall’oscenità più cruda alla riflessione più acuta senza soluzione di continuità, che può essere simultaneamente comica e disperata, autoironica e accusatoria. Il lettore è messo nella posizione dello psicanalista: ascolta senza rispondere, non può interrompere, non può fuggire. E Portnoy sa di avere un pubblico, sa di esibirsi, sa che il proprio dolore è anche uno spettacolo e questa consapevolezza è parte del dolore stesso, perché chi non riesce a smettere di osservarsi non riesce mai a dimenticarsi abbastanza da stare bene davvero.
Il confronto con Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij, che Roth aveva certamente letto e assimilato, è rivelatore. Come l’Uomo del sottosuolo, Portnoy è un essere di iperconscienza che usa la propria intelligenza come strumento di autodistruzione; come l’Uomo del sottosuolo, si rivolge a un interlocutore immaginario o silenzioso e costruisce un monologo che è anche un dialogo con le proprie contraddizioni; come l’Uomo del sottosuolo, sa esattamente cosa fa e perché lo fa, e questo sapere non lo libera ma lo imprigiona ulteriormente. Ma la differenza è fondamentale: Dostoevskij scrive nella tradizione del romanzo serio europeo, con il peso metafisico della colpa e della redenzione sempre presente; Roth scrive nella tradizione della commedia ebraica americana: il tummler, l’intrattenitore compulsivo, l’uomo che fa ridere per non piangere, che trasforma il dolore in barzelletta perché è l’unico modo che conosce per sopravvivere al dolore. Questa differenza di registro è tutto: Lamento di Portnoy è un romanzo tragico scritto come una commedia, e la commedia non attenua la tragedia, la intensifica, perché fa ridere il lettore di cose per cui non dovrebbe ridere, e quella risata è una forma di riconoscimento che il lettore non può più negare.
Le figure dei genitori di Portnoy sono tra le creazioni comico-tragiche più potenti della narrativa americana del Novecento. Sophie Portnoy è diventata un archetipo culturale, la madre ebrea come figura di amore soffocante, di senso di colpa inoculato per via alimentare, di preoccupazione che non si distingue dal controllo. Roth la descrive con un’esagerazione che è anche una fedeltà: Sophie non è una caricatura nel senso della distorsione arbitraria, è una caricatura nel senso della linea essenziale portata al suo estremo logico, il ritratto che rivela più del soggetto di quanto il soggetto vorrebbe rivelare di se stesso. Il padre Jack è la figura complementare: l’uomo che ha ceduto, che ha accettato i vincoli della rispettabilità e dell’identità etnica senza ribellarsi, che esprime la propria oppressione interiore attraverso la costipazione cronica con cui Roth costruisce uno dei più elaborati e riusciti sistemi di metafore fisiologico-psicologiche della letteratura moderna.
La questione dell’identità ebraica americana è il nervo scoperto del romanzo, e il modo in cui Roth la affronta ha provocato le reazioni più violente e le più interessanti. Portnoy ama ed è tormentato dalla propria ebraicità con la stessa intensità con cui ama ed è tormentato dalla propria sessualità, e non a caso le due ossessioni si intrecciano in modo inestricabile: le shikse (le donne non ebree, bionde, anglosassoni, lontane dal mondo matriarcale di Newark) rappresentano per lui una doppia libertà, sessuale ed etnica, la possibilità di essere un uomo senza essere un figlio ebreo, di godere senza sentirsi dire che il godimento verrà punito. Ma questa libertà è anche un’illusione: Portnoy non riesce ad amare le donne non ebree come persone, le usa come simboli, e l’uso strumentale dell’altro è anch’esso una forma di prigionia. Il capitolo israeliano del romanzo in cui Portnoy va in Israele sperando di trovare una terra che lo liberi dalla propria nevrosi americana e scopre invece che la sua nevrosi è portatile, che se la porta ovunque come una lumaca porta il guscio, è uno dei più acuti e dei più impietosi. L’ebreo della diaspora che va in Israele e scopre di essere irrimediabilmente diasporico, che l’identità non è un luogo geografico ma una struttura interiore che nessun sionismo può modificare.
Le influenze letterarie di Roth in questo romanzo sono molteplici e stratificate. C’è Franz Kafka, l’altro grande scrittore ebreo della colpa e della burocrazia, del figlio schiacciato dalla figura paterna, dell’individuo intrappolato in sistemi che non riesce a capire né a sfuggire a cui Roth tornerà esplicitamente in opere successive come Il professore di desiderio e L’operazione Shylock. C’è Saul Bellow, con la sua capacità di fare della voce ebraica americana una voce letteraria di prima grandezza senza rinunciare alla sua specificità culturale Roth ne è il continuatore e insieme il trasgressore, perché porta dove Bellow non osa andare. C’è la tradizione dello stand-up comedy ebraico americano Lenny Bruce, in particolare, il comico che negli stessi anni stava portando l’oscenità e la critica sociale sul palcoscenico e che pagava il prezzo di questa libertà con processi e censure, da cui Roth prende il ritmo, l’audacia, la capacità di usare la risata come strumento di verità. E c’è la psicoanalisi stessa, non solo come cornice narrativa ma come sistema di pensiero che Roth usa e critica simultaneamente: Portnoy sa il vocabolario freudiano, sa nominare i propri complessi, sa analizzarsi e questa conoscenza non lo guarisce, il che è già di per sé una critica implicita alla pretesa terapeutica della psicoanalisi di fronte a certi tipi di dolore.
Lo stile del romanzo è uno dei suoi contributi più originali alla letteratura americana. Roth scrive in una prosa che ha il ritmo del parlato accelerato, con le ripetizioni ossessive di chi non riesce a fermarsi, con le parentesi che si aprono dentro le parentesi, con i cambi di registro improvvisi dal lirico al volgare, dal tenero all’aggressivo, dal filosofico all’assurdo. È una prosa che prende rischi enormi, la volgarità può sempre diventare gratuita, la commedia può sempre scivolare nella macchietta e li vince quasi sempre grazie a una precisione di osservazione e a una musicalità ritmica che tengono tutto insieme quando sembrerebbe sul punto di cadere. C’è in questa scrittura qualcosa che ricorda certi passi del giovane Joyce non il Joyce del Finnegans Wake ma quello del Ritratto dell’artista da giovane, la stessa capacità di fare della voce interiore di un personaggio uno strumento linguistico invece che un semplice mezzo di racconto. Ma laddove Joyce lavora per condensazione e per allusione, Roth lavora per espansione e per esplicitazione: dice tutto, dice troppo, dice ciò che di solito non si dice e questo eccesso è la sua poetica, non il suo difetto.
La ricezione del romanzo fu immediata e clamorosa. Rimase in cima alle classifiche di vendita americane per mesi, fu tradotto in decine di lingue, e divise la critica con una nettezza quasi geometrica: da un lato chi riconosceva in esso un capolavoro della narrativa contemporanea, dall’altro chi lo bollava come pornografia con pretese intellettuali. Tra i detrattori più feroci ci furono molti intellettuali ebrei americani, che videro nel ritratto della famiglia Portnoy una concessione agli stereotipi antisemiti (la madre oppressiva, il padre debole, il figlio nevrotico e sessualmente ossessivo) e che accusarono Roth di vendere la propria comunità per la gloria letteraria. Roth rispose, come sempre, con i romanzi successivi, che approfondirono e complicarono la sua esplorazione dell’identità ebraica americana fino a farne una delle opere più vaste e più coerenti della letteratura del secondo Novecento: la serie di romanzi con Nathan Zuckerman (alter ego letterario esplicito) da Lo scrittore fantasma fino a Exit Ghost, e poi la trilogia americana con Pastorale americana, Ho sposato un comunista e La macchia umana, che ampliano lo sguardo dalla nevrosi individuale alla storia collettiva.
Ma Lamento di Portnoy rimane il romanzo in cui Roth è più esposto, più vulnerabile, più coraggioso, quello in cui ha messo in gioco di più e in cui il rischio letterario è più alto. È un libro che non invecchia perché le questioni che pone (il rapporto tra corpo e identità, tra libertà e colpa, tra l’individuo e la comunità di origine, tra il desiderio di appartenere e il desiderio di fuggire) non invecchiano. Ogni generazione che lo legge vi trova qualcosa di riconoscibile, anche se non è ebrea, anche se non è americana, anche se la propria famiglia non assomiglia minimamente alla famiglia Portnoy: perché la struttura psicologica che Roth ha messo a nudo è una struttura universale, una delle poche che la letteratura abbia mai reso con questa chiarezza e con questo coraggio.
La battuta finale del romanzo, la sola parola pronunciata dallo psicanalista Spielvogel dopo trecento pagine di silenzio: «Adesso forse possiamo cominciare», è uno dei finali più perfetti della narrativa moderna. È comica e disperata insieme, è umile e crudele insieme, è la conferma che tutto ciò che abbiamo letto era solo il preludio, che il lavoro vero non è ancora cominciato, che la terapia (la vita, la comprensione di se stessi, la possibilità di stare meglio) non è monologo ma dialogo, e che Portnoy non è ancora pronto per il dialogo, e forse non lo sarà mai. Roth non consola. Non promette guarigioni. Fa qualcosa di più onesto e di più difficile: restituisce al lettore la propria risata come uno specchio.