di Joseph Conrad, 1899
Pubblicato in forma di racconto lungo sulla rivista Blackwood’s Magazine nel 1899 e poi raccolto in volume nel 1902, questo testo ha attraversato il Novecento con una vitalità che pochissime opere della sua epoca possono vantare, diventando punto di riferimento obbligatorio per chiunque voglia ragionare sul colonialismo, sull’inconscio collettivo dell’Occidente, sulla natura del linguaggio e sui limiti della conoscenza umana. È un libro che pesa poco più di cento pagine e contiene, al suo interno, l’intera questione dell’anima moderna.

Per comprendere Cuore di tenebra occorre prima comprendere Conrad, e comprendere Conrad significa confrontarsi con una delle biografie più singolari della letteratura europea. Józef Teodor Konrad Korzeniowski nasce nel 1857 a Berdyczów, città della Polonia allora sotto occupazione zarista. Figlio di Apollo Korzeniowski, poeta e patriota che verrà esiliato in Siberia per le sue idee rivoluzionarie, il piccolo Józef cresce nell’ombra del martirio politico e della perdita: la madre muore di tisi a trentaquattro anni, il padre la segue pochi anni dopo. È un’infanzia segnata dalla malattia, dall’esilio, dalla solitudine. A sedici anni, già orfano e in fuga da sé stesso, decide di diventare marinaio e si imbarca a Marsiglia. A ventun anni ha già tentato il suicidio. Impara l’inglese, una lingua che non è la sua, e diventa uno dei più grandi prosatori della letteratura inglese. Questa paradossale estraneità alla lingua che usa è fondamentale per capire la sua scrittura: Conrad usa l’inglese come uno straniero colto, con una consapevolezza artigianale che i madrelingua raramente posseggono, pesando ogni parola come se potesse spezzarsi.
Nel 1890, a trentadue anni, Conrad ottiene il comando di un battello fluviale nel Congo Belga, allora proprietà personale del re Leopoldo II. Il viaggio, che durerà solo sei mesi, perché Conrad torna gravemente malato, gli lascerà un trauma che impiegherà quasi un decennio a sedimentarsi in forma narrativa. Ciò che vede nel Congo è un sistema di sfruttamento umano talmente feroce da risultare quasi incomprensibile: villaggi bruciati, lavoratori africani mutilati, scheletri ambulanti impiegati nelle piantagioni di caucciù, ufficiali europei trasformati in bruti da un potere privo di ogni controllo. Nel suo diario congolese, Conrad annota con la laconicità di chi non ha ancora trovato le parole giuste: «Orrore». Ed è precisamente da questo orrore che nasce il romanzo, con la sua celebre esclamazione finale.
Cuore di tenebra è costruito come una scatola cinese narrativa. Sulla riva del Tamigi, a bordo di una barca ormeggiata nel crepuscolo londinese, un gruppo di uomini ascolta il racconto di Marlow, ex marinaio e alter ego del narratore. Marlow racconta la storia del suo viaggio in Africa per andare a recuperare Kurtz, un agente della Compagnia di commercio di avorio che è diventato una figura leggendaria e misteriosa, adorato dalle popolazioni locali come una divinità e temuto dagli europei come un pericolo. Il viaggio di Marlow lungo il fiume, il Congo, mai nominato, diventa progressivamente un viaggio verso qualcosa che non ha nome, una discesa negli strati più profondi di ciò che l’uomo è capace di essere quando viene rimosso ogni freno civile.
La struttura a cornice, un narratore anonimo che racconta il racconto di Marlow, il quale a sua volta racconta di Kurtz, non è un semplice espediente tecnico. È la struttura stessa del testo a dirci qualcosa di fondamentale: la verità è sempre mediata, sempre filtrata da almeno un livello di distanza. Kurtz non parla mai direttamente al lettore; lo conosciamo attraverso Marlow, che lo conosce attraverso i racconti degli altri. Quando Kurtz compare finalmente sulla scena, è già ridotto a una voce, a una presenza quasi immateriale, a un essere il cui corpo si sta disfacendo mentre la sua mente è esplosa oltre ogni limite. Il «cuore di tenebra» del titolo è in parte questo: la zona d’ombra che si crea ogni volta che un racconto passa da una bocca all’altra, perdendo qualcosa di sé, aggiungendo qualcosa che non c’era.
Il Congo di Conrad è uno spazio allegorico prima ancora che geografico. La risalita del fiume verso l’interno del continente è descritta come un viaggio a ritroso nel tempo: «Sembrava di risalire verso i primordi del mondo, quando la vegetazione imperversava sulla terra e i grandi alberi erano re». Questa metafora temporale è insieme affascinante e problematica, e torneremo su questo punto. Intanto, va notato come Conrad usi il paesaggio africano con una maestria quasi musicale: il fiume è buio, silenzioso, claustrofobico; la foresta incombe sulle rive con una presenza vegetale che sembra quasi animata; il calore è fisico, oppressivo, una presenza ostile. Questa descrizione dell’Africa come luogo primordiale e selvaggio sarebbe stata al centro delle critiche più severe che il libro ha ricevuto nel Novecento, a partire dal celebre saggio di Chinua Achebe del 1975.
Achebe, autore di Le cose crollano e voce fondamentale della letteratura africana contemporanea, accusa Conrad di aver ridotto l’Africa a sfondo e gli africani a proiezioni dell’inconscio europeo, negando loro ogni individualità, ogni voce, ogni umanità articolata. L’accusa è seria e non può essere liquidata con facilità. Gli africani in Cuore di tenebra non parlano mai in modo compiuto: sono corpi, masse, suoni, presenze oscure. Kurtz, l’europeo che si è “imbarbarito”, è ancora il protagonista del dramma; gli africani ne sono l’ambiente. Questo è un limite reale del libro, un limite che appartiene all’orizzonte ideologico del suo tempo e che Conrad non supera, nonostante le sue critiche al colonialismo siano feroci e sincere. La denuncia dell’imperialismo belga è esplicita e coraggiosa (Conrad è uno dei primissimi scrittori europei a mettere in scena i crimini del Congo di Leopoldo II con tale chiarezza) ma avviene dentro una cornice che continua a mettere l’europeo al centro della storia, a fare dell’Africa un simbolo piuttosto che un luogo abitato da persone reali.
Questa tensione interna al libro, tra critica del colonialismo e mantenimento di certi suoi presupposti culturali, è forse il nodo più fecondo per il lettore contemporaneo. Cuore di tenebra non è un libro ideologicamente pulito, e la sua grandezza sta in parte proprio in questa impurità. Conrad denuncia l’ipocrisia della “missione civilizzatrice”, quella retorica che giustificava lo sfruttamento sistematico di interi continenti con la pretesa di portare la civiltà ai popoli “arretrati”, ma non riesce, o non vuole, uscire completamente dalla logica che critica. Kurtz è presentato come un uomo che aveva tutto per diventare il migliore degli europei: era un artista, un idealista, un uomo di cultura che aveva scritto una relazione appassionata sull'”avanzamento” dei popoli africani. Ma l’Africa lo ha “divorato”, ha fatto emergere qualcosa che era già dentro di lui. L’oscurità, in Conrad, non è africana: è umana. E tuttavia il modo in cui l’Africa viene usata come specchio dell’anima europea è problematico, perché quel ruolo di specchio svuota il continente della sua specificità storica e culturale.
Kurtz è uno dei personaggi più inquietanti della letteratura moderna, e lo è soprattutto per la sua assenza. Lo incontriamo quando è già morente, già disfatto, già oltre il punto di non ritorno. Ciò che sappiamo di lui ci arriva attraverso i racconti degli altri, attraverso quella relazione mistica che lo lega a Marlow, attraverso l’eco delle sue parole grandiose. Kurtz è un uomo che ha voluto tutto (il potere, la gloria, l’avorio, l’adorazione) e che si è dato tutto il permesso che una coscienza senza freni può concedersi. La sua lucidità finale, «L’orrore! L’orrore!», è stata interpretata in mille modi: come condanna di sé stesso, come giudizio sull’impresa coloniale, come epifania metafisica, come delirio di un moribondo. Conrad non scioglie l’ambiguità, e fa bene. Kurtz vede qualcosa, ma cosa esattamente? La natura umana? La verità del colonialismo? Il vuoto al centro dell’Occidente? Il testo rimane aperto, e questa apertura è la sua forza.
Marlow è, in questo senso, l’anti-Kurtz: l’uomo che si avvicina all’abisso senza caderci dentro, o almeno così crede. Ma la sua posizione è ambigua quanto quella del personaggio che descrive. Marlow è affascinato da Kurtz con una intensità che rasenta l’idolatria. Lo difende, lo giustifica, lo comprende dall’interno. Quando, alla fine, mente alla fidanzata di Kurtz, quella donna vestita di lutto che ancora crede nella grandezza del suo uomo, Marlow non lo fa per pietà verso di lei, ma per proteggere qualcosa di fragile, una finzione necessaria. «Le grandi donne», dice Marlow con un cinismo che non gli fa onore, «devono essere tenute fuori da queste faccende». È un momento in cui il testo rivela un’altra delle sue tensioni non risolte: il sessismo di Conrad, il modo in cui le figure femminili del racconto, la fidanzata, la misteriosa donna africana sulla riva, sono ridotte a simboli contrapposti, angelo e demone, purezza e oscurità.
Sul piano stilistico, Cuore di tenebra rappresenta una tappa fondamentale nella storia del romanzo moderno. Conrad anticipa tecniche che il modernismo avrebbe sviluppato nei decenni successivi: il narratore inaffidabile, la temporalità frantumata, il paesaggio come proiezione della psiche, l’ambiguità semantica portata al limite della comunicabilità. Henry James, che era amico di Conrad e lo ammirava profondamente, riconosceva in lui una straordinaria capacità di caricare la prosa di senso implicito, di far dire alle cose più di quanto le parole, prese singolarmente, possano contenere. T.S. Eliot, che aveva pensato di usare l’ultima frase di Kurtz come epigrafe de La terra desolata — progetto poi abbandonato su consiglio di Pound vedeva nel romanzo una delle immagini più precise dell'”uomo cavo” della modernità. Francis Ford Coppola, trasportando il libro nella giungla vietnamita con Apocalypse Now, ha dimostrato che la struttura del testo è abbastanza robusta da reggere una traslazione temporale e geografica radicale, perché ciò che Conrad descrive non è una storia coloniale particolare ma una struttura di potere e di delirio che si riproduce ogni volta che un esercito o un’impresa si convince di portare la luce dove c’è buio.
Conrad muore nel 1924, a Bishopsbourne, nel Kent. Ha scritto in una lingua che non era la sua i romanzi che definiscono un’epoca: Lord Jim, Nostromo, Il duellante, La linea d’ombra. Cuore di tenebra è il più breve e forse il più concentrato di tutti, quello in cui la sua visione del mondo (tragica, disillusa, profondamente consapevole della fragilità di qualunque sistema di valori) raggiunge la sua forma più pura. È un libro che non consola. Non offre redenzione, non propone soluzioni, non indica una via d’uscita. Dice, invece, con la precisione di chi ha guardato a lungo nel buio: guardate fin dove può arrivare un uomo, guardate fin dove può arrivare una civiltà, guardate il fondo e non distogliete gli occhi. L’orrore, suggerisce Conrad, non è qualcosa che si trova in Africa o altrove: è la costante che si rivela ogni volta che si crea un varco potere e coscienza.