di Victor Hugo, 1862
Pubblicato nel 1862, dopo più di vent’anni di gestazione, il capolavoro di Victor Hugo arriva al pubblico europeo come un evento culturale prima ancora che letterario. In Francia, in Italia, in Spagna, le prime copie vengono vendute in poche ore. La gente piange nelle strade leggendo le ultime pagine. I giornali dedicano editoriali appassionati a un romanzo che non si limita a raccontare una storia, ma fornisce la sua interpretazione su un’epoca, una società, una civiltà intera. Hugo aveva sessant’anni quando Les Misérables uscì, era già un monumento vivente della letteratura francese, e tuttavia il romanzo lo travolse come se fosse la prima cosa che scriveva: fu il libro che lo consegnò all’immortalità non dei letterati ma del popolo intero.

Hugo è una figura così ingombrante, così carica di contraddizioni e di grandiosità, che ridurlo a pochi dati biografici è complicato. Victor-Marie Hugo nasce a Besançon nel 1802, figlio di un generale napoleonico e di una madre di convizioni royaliste: fin dalla nascita è figlio di un conflitto, e questo conflitto lo accompagnerà per tutta la vita, attraversando ogni sua scelta politica e artistica. A diciannove anni pubblica il suo primo volume di poesie e ottiene una pensione reale; a trenta è già il capo indiscusso del Romanticismo francese, il teorico della Préface de Cromwell, l’autore che con Hernani ha scatenato una battaglia teatrale rimasta leggendaria. Ma Hugo è anche un uomo di passioni smisurate: avrà una relazione duratura e tormentata con l’attrice Juliette Drouet, che durerà cinquant’anni e sopravviverà alla morte di sua moglie Adèle; vedrà sua figlia Léopoldine annegare con il marito nel 1843, e questo lutto lo segnerà in modo irreparabile, spingendolo verso un silenzio creativo di quasi un decennio. Quando riprende a scrivere, qualcosa nel suo modo di guardare il mondo è cambiato: la gioia romantica si è incrinata, e al suo posto è entrata una coscienza sociale più cupa, più urgente.
Il colpo di Stato di Luigi Napoleone Bonaparte nel dicembre 1851 trasforma Hugo in un esule. Aveva sostenuto Luigi Napoleone candidato alla presidenza; la sua trasformazione in Napoleone III, imperatore autocratico, è per Hugo una tradizione imperdonabile. Abbandona la Francia e si stabilisce prima a Bruxelles, poi a Jersey, poi a Guernsey, dove vivrà quasi vent’anni nell’isolamento della sua casa, Hauteville House, che arredò e decorò con le proprie mani come un tempio della propria grandiosità. È in quest’esilio che completa I miserabili, un libro cominciato nel 1845 con il titolo provvisorio Les Misères. L’esilio non è per Hugo soltanto una condizione politica: è la forma stessa che prende la sua coscienza. Come Jean Valjean, il protagonista del romanzo, è un uomo condannato per sempre dalla propria origine, costretto a reinventarsi, a fuggire, a nascondersi, Hugo in esilio riflette su cosa significhi essere cacciato dalla propria società e cosa significhi sopravvivere a quella cacciata.
Jean Valjean è il personaggio più grande che Hugo abbia creato, e uno dei più grandi dell’intera letteratura europea. Condannato a cinque anni di galera per aver rubato un pane, poi diventati diciannove per i tentativi di evasione, Valjean esce dal bagno penale di Tolone trasformato in una specie di animale: diffidente, feroce, chiuso in un odio sordo contro il mondo intero. L’incontro con il vescovo Myriel, che lo accoglie in casa sua e poi gli perdona il furto dei candelabri d’argento mentendo alla polizia, è uno dei momenti più celebri del romanzo, e non soltanto per la sua carica emotiva. Myriel rappresenta un tipo di santità laica e pratica che è estranea alla retorica ecclesiastica: non predica, non giudica, non impone; semplicemente agisce secondo una grazia che sembra naturale quanto respirare. Il suo gesto, donare a Valjean anche i candelabri che questi aveva già rubato, «dimenticando» di dire alla polizia che erano un regalo, è un atto di creazione: crea un uomo nuovo là dove c’era soltanto un relitto. Tutta la storia successiva di Valjean è il tentativo di essere all’altezza di quel gesto, di guadagnarselo retroattivamente attraverso una vita intera di bontà.
Ma Hugo non è un moralista ingenuo, e I miserabili non è un libro edificante nel senso deteriore del termine. La trasformazione di Valjean è reale ma non lineare, non definitiva, non trionfante. Il romanzo è strutturato come una serie di prove sempre più difficili, in cui ogni volta che Valjean crede di aver raggiunto una forma di pace, come sindaco di Montreuil-sur-Mer, come protettore di Cosette, come padre adottivo, qualcosa o qualcuno la spezza. E il qualcosa o il qualcuno ha quasi sempre il volto di Javert, il commissario di polizia che dà la caccia a Valjean per tutta la durata del romanzo con una ossessione che è essa stessa una forma di grandiosità morale perversa. Javert è un personaggio magnifico perché non è il semplice antagonista: è un uomo profondamente convinto della propria rettitudine, un uomo che ha costruito la propria identità sulla certezza che la legge e la giustizia siano la stessa cosa. Quando, alla fine del romanzo, Valjean lo risparmia mentre avrebbe potuto ucciderlo, anzi, mentre avrebbe avuto ogni ragione morale per ucciderlo, Javert non riesce a sopravvivere alla propria crisi. Non può perdonare Valjean perché perdonare significherebbe ammettere che la legge non esaurisce la giustizia, e questa ammissione è per lui incompatibile con la sua stessa esistenza.
L’opposizione tra legge e giustizia è il cuore filosofico del romanzo, la tensione che Hugo lascia irrisolta con una consapevolezza che è la sua forma più alta di onestà intellettuale. Non è vero che I miserabili proponga una risoluzione facile: i buoni non trionfano sempre, i cattivi non vengono sempre puniti, e anche i migliori esseri umani, Valjean, il vecchio Gillenormand nella sua tarda redenzione, il rivoluzionario Enjolras nel fuoco della sua purezza, portano dentro di sé qualcosa di spezzato che non può essere riparato completamente. Hugo crede nel progresso, crede nella capacità dell’umanità di migliorarsi, ma sa, e lo mostra, che il progresso costa un prezzo immenso e che il conto viene pagato sempre dai più deboli.
Fantine è, in questo senso, il personaggio più straziante del romanzo. Giovane operaia sedotta e abbandonata da un dandy di buona famiglia, si trova a dover crescere da sola la figlia Cosette in una società che non prevede nessuna rete di protezione per le madri sole. La sua discesa nell’abiezione, la perdita del lavoro, la vendita dei capelli, dei denti, poi del corpo, è descritta da Hugo con una precisione documentaria che sarebbe ripresa, qualche decennio dopo, dal naturalismo di Émile Zola. Ma laddove Zola avrebbe descritto quella discesa con il distacco dello scienziato, Hugo la racconta con una rabbia morale esplicita, quasi urlata: non è un processo naturale, dice Hugo, è un crimine sociale. Fantine non muore per sfortuna o per debolezza individuale: muore perché la società in cui vive non ha posto per lei. È in questi passaggi che I miserabili si avvicina di più al pamphlet politico, e non sempre ne esce con la grazia del grande romanzo; ma l’indignazione è così vera, così priva di compiacimento, che si fatica a rimproverare all’autore il suo eccesso di passione.
Cosette e Marius, i giovani innamorati il cui amore è il motore della seconda parte del romanzo, sono i personaggi meno riusciti, e Hugo lo sapeva probabilmente. Sono figure luminose ma un po’ piatte, più simboli che persone: lei è la bellezza redenta dalla miseria, lui è l’idealismo politico che cerca un ancoraggio sentimentale. La loro storia d’amore, con tutto il convenzionale corredo di sguardi, messaggi nascosti e incontri nel giardino di rue Plumet, è il momento in cui Hugo si concede alla tradizione del romanzo sentimentale senza trasformarla. È significativo, tuttavia, che il personaggio più vitale e autentico di tutta la vicenda giovanile sia Éponine, la figlia dei Thénardier, che ama Marius di un amore non corrisposto e muore per lui sulle barricate: in lei Hugo mette qualcosa di più vivo e irregolare che nei protagonisti ufficiali, come se la sua tragedia, amare senza speranza, aiutare chi non ti ama, morire senza essere rimpianta, fosse più vicina alla verità del mondo che non la bella storia dei due giovani borghesi.
La famiglia Thénardier è il contraltare comico e sinistro della famiglia virtuale che Valjean costruisce attorno a sé. Osti impostori, ladruncoli, truffatori seriali, i Thénardier rappresentano la miseria che non si è convertita in virtù ma in cinismo: sono ciò che Valjean avrebbe potuto diventare se il vescovo Myriel non fosse apparso sulla sua strada. Hugo li tratta con un’ironia feroce che a tratti sfiora il grottesco dickensiano, e il paragone con Dickens è pertinente, perché i due scrittori condividono la stessa capacità di far coesistere il tragico e il comico nello stesso personaggio, la stessa attenzione ai margini della società, la stessa vocazione morale che si esprime attraverso il romanzo popolare. Hugo aveva letto Dickens e lo ammirava; Dickens aveva letto Hugo e lo considerava uno dei grandi. Erano figli dello stesso momento storico (la prima industrializzazione, la crescita delle città, la formazione del proletariato urbano) e rispondevano a quel momento con gli strumenti della narrativa di massa, consapevoli che il romanzo poteva raggiungere lettori che nessun trattato filosofico avrebbe mai toccato.
Le pagine sulle barricate del giugno 1832, la rivolta repubblicana seguita alla morte del generale Lamarque — sono tra le più memorabili del romanzo e tra le più discusse. Hugo costruisce un affresco dell’insurrezione che è al tempo stesso cronaca storica, elegia funebre e manifesto politico. Il giovane Enjolras, bello come un arcangelo e freddo come il marmo, muore sulle barricate con una certezza assoluta nella futura vittoria delle idee repubblicane; Gavroche, il monello di Parigi che incarna tutta la vitalità irriverente della città, muore cantando una canzone mentre raccoglie le cartucce dei nemici morti. Questi due personaggi uno tutto astrazione e purezza ideale, l’altro tutto vita concreta e ironia, sono le due anime che Hugo sente come proprie: il visionario e il popolare, il profeta e il giornalista. La sconfitta della rivolta non è per Hugo una sconfitta definitiva: è uno di quei fallimenti storici che preparano le vittorie future, uno di quei sacrifici che la storia richiede come prezzo del progresso. C’è qualcosa di leopardiano, in questa visione, la consapevolezza che la storia avanza su cadaveri, che la bellezza del gesto eroico non coincide con la sua utilità immediata, ma laddove Leopardi approda al pessimismo cosmico, Hugo rimane ostinatamente fiducioso nel futuro dell’umanità.
Il romanzo è anche, e non secondariamente, un trattato sulla Parigi del suo tempo. Le digressioni hugoliane, sulle fognature della capitale, sul gergo dei criminali, sulla battaglia di Waterloo, sui conventi, sulla storia delle barricate, sono state oggetto di critiche sin dalla pubblicazione: Baudelaire, che pure ammetteva la potenza di Hugo, lo accusava di impurità artistica, di confondere il romanzo con l’enciclopedia. La critica ha qualcosa di giusto, ma manca il punto centrale. Per Hugo, il romanzo non è un genere con confini da rispettare ma uno strumento di conoscenza totale: tutto ciò che illumina la condizione umana appartiene al romanzo, tutto ciò che spiega perché il mondo è come è merita di trovarvi posto. Le digressioni sono la forma stessa del pensiero hugoliano: un pensiero che non sopporta le omissioni, che vuole abbracciare la totalità, che preferisce l’eccesso alla lacuna. In questo, Hugo è profondamente anti-flaubertiano, lontanissimo dalla disciplina formale e dall’impersonalità artistica che Flaubert andava elaborando negli stessi anni, e questa distanza è anche una distanza di visione del mondo: Flaubert non credeva nel progresso, non credeva nel popolo, non credeva nell’utilità della letteratura come strumento di cambiamento; Hugo credeva in tutto questo con una fede che oggi può sembrare ingenua ma che al tempo aveva la forza di un’evidenza.
I miserabili è anche un romanzo sulla memoria e sul perdono, e forse è in questa dimensione che raggiunge la sua più alta temperatura emotiva. Valjean, verso la fine, sceglie di confessare la propria identità a Marius, il genero che lo ha sempre guardato con sospetto, e questa confessione non porta la liberazione che ci si aspetterebbe: porta l’esclusione. Marius lo allontana dalla propria casa e dalla vita di Cosette, convinto che un ex galeotto non possa essere un frequentatore rispettabile. È uno dei momenti più amari del romanzo, e Hugo lo descrive con una crudeltà verso il proprio personaggio che rivela quanto il libro sia lontano dalla fiaba morale: Valjean, il giusto per eccellenza, viene punito dalla propria onestà. Solo quando Marius scopre la verità, che è stato Valjean a salvarlo sulle barricate, portandolo in spalla attraverso le fognature di Parigi, può ricomporre la frattura; ma Valjean è ormai morente, e la riconciliazione finale avviene nell’ombra della morte imminente.
Hugo muore nel 1885, a ottantatré anni, dopo una vita che sembra essa stessa un romanzo ottocentesco: la gloria, l’esilio, il lutto, il ritorno trionfante, la vecchiaia venerata. I suoi funerali sono un evento nazionale: il suo feretro viene esposto sotto l’Arco di Triomphe, e due milioni di persone sfilano per le strade di Parigi. I miserabili sopravvive a tutto questo, sopravvive alle mode letterarie, ai mutamenti di gusto, all’usura del tempo. È un libro imperfetto, prolisso, a tratti retorico, squilibrato nella caratterizzazione dei personaggi, ma la sua imperfezione fa parte della sua grandezza: è il tipo di imperfezione che si produce quando si tenta di dire troppo, di abbracciare troppo, di non lasciare niente fuori. Ricordiamoci che era pubblicato a puntate e a volte si sente l’esigenza di allungare la narrazione come in ogni feuilleton che si rispetti. Quella voragine di umanità che Hugo ha aperto nelle sue pagine continua ad aspirare i lettori di ogni epoca, perché le domande che pone sono tuttora aperte.