di Elsa Morante, Einaudi 1974
Pubblicato nel 1974 da Einaudi, La storia di Elsa Morante è uno di quei romanzi che non si leggono soltanto: si abitano, si portano addosso, ci si sveglia di notte pensando ai suoi personaggi come a persone conosciute davvero. Scritto in poco meno di cinque anni di lavoro quasi ossessivo, il libro uscì in una versione economica a 2000 lire, scelta editoriale fortemente voluta dall’autrice perché il romanzo doveva arrivare a tutti, non soltanto ai lettori di professione. Morante sapeva di aver scritto qualcosa che apparteneva alla gente comune prima ancora che alla letteratura, e quella scelta di prezzo era un atto politico e morale oltre che commerciale. Il romanzo si inserisce in un momento cruciale della storia italiana: siamo nel pieno degli anni di piombo, il paese è attraversato da tensioni ideologiche profondissime, e La storia arriva come una bomba nel dibattito culturale, accolto con entusiasmo dal pubblico, diventerà un caso editoriale straordinario, con centinaia di migliaia di copie vendute, e con ostilità da buona parte della critica di sinistra, che vi vide una visione troppo pessimistica, quasi nichilistica della condizione umana.

La trama si svolge a Roma tra il 1941 e il 1947, anni in cui la Storia con la maiuscola si abbatte come una catastrofe naturale sulla vita dei deboli. La protagonista è Ida Ramundo, vedova di un insegnante, maestra elementare, donna piccola, dimessa, quasi invisibile, che porta dentro di sé un segreto: è ebrea da parte di madre, circostanza che nella Roma occupata dai nazisti diventa una potenziale condanna a morte. Nella notte tra il 1941 e il 1942, un giovane soldato tedesco ubriaco, Gunther, entra nel portone del suo palazzo nel quartiere del Testaccio e la violenta. Da quella violenza nasce Useppe, il bambino che diventerà il centro luminoso e straziante dell’intero romanzo. Useppe è una creatura fuori dal comune: minuto, bellissimo, capace di un’intensità percettiva quasi soprannaturale, come se il mondo fisico gli parlasse in una lingua che gli adulti hanno dimenticato. Attorno a loro due si muovono altri personaggi: Nino, il figlio maggiore di Ida, fascinoso e vitale, che passa dal fascismo alla Resistenza con la stessa energia anarchica con cui farebbe qualunque cosa; i profughi del ghetto ebraico dopo il rastrellamento del 16 ottobre 1943, ospitati per mesi in un ex deposito ferroviario a San Lorenzo; Davide Segre, giovane intellettuale ebreo tormentato dalla sopravvivenza e dalla colpa; e una schiera di figure minori, tra cui la gatta Rossella e il cane Bella, che Morante tratta con la stessa dignità narrativa riservata agli esseri umani.
La struttura del romanzo è uno degli elementi più discussi e più originali. Ogni capitolo è preceduto da una sorta di sommario storico, scritto in un registro quasi da manuale scolastico, che elenca gli eventi del periodo: battaglie, deportazioni, decisioni politiche, cifre di morti. Questi brani hanno l’effetto di un contrappunto straniante: la storia ufficiale appare fredda, astratta, quasi oscena nel suo ordine burocratico, mentre le vite dei personaggi costituiscono il vero tessuto della realtà. È un dispositivo che ricorda certi procedimenti del romanzo storico ottocentesco, ma con una differenza sostanziale: dove Manzoni nei Promessi sposi inseriva la storia come cornice entro cui si muovono i destini individuali, Morante la usa per mostrare quanto essa sia cieca alle esistenze che distrugge. La memoria di Manzoni è esplicita e dichiarata da Morante stessa, che ammirava profondamente il romanzo lombardo e ne condivideva la visione dei “vinti” come veri protagonisti della vicenda umana. Ma mentre Manzoni trovava nella Provvidenza una rete di senso, Morante si muove in un universo privo di riscatto trascendente: la sofferenza dei poveri non porta a nessuna redenzione, soltanto all’estinzione.
Il rapporto di Morante con la letteratura del Novecento è complesso e stratificato. Si è spesso parlato di Tolstoj come modello, e l’analogia è pertinente non soltanto per l’ampiezza epica e per il titolo che sembra quasi rispondere a Guerra e pace, ma per quella capacità di tenere insieme il grande affresco collettivo e la minuzia psicologica dell’individuale. Morante aveva letto e amato Tolstoj fin dalla giovinezza, e come lo scrittore russo credeva che la letteratura dovesse occuparsi della vita nella sua totalità, senza distinzioni tra alto e basso, tra degno e indegno di racconto. Ma c’è anche qualcosa di decisamente novecentesco nella sua scrittura: una certa affinità con il realismo magico, non quello latinoamericano di García Márquez, ma qualcosa di più antico e mediterraneo, una percezione del mondo in cui il confine tra realtà e visione è sempre poroso. Useppe ha visioni. Ida ha attacchi epilettici che le aprono finestre su una dimensione altra. La gatta, il cane, gli uccelli del Tevere partecipano alla storia con una presenza quasi sacrale. Questo modo di scrivere ricorda certi momenti di Menzogna e sortilegio, il romanzo d’esordio di Morante del 1948, opera megalomane e visionaria in cui il realismo fiabesco era già pienamente sviluppato, ma in La storia quella vena si è fatta più austera, più diretta, come se l’urgenza morale del racconto avesse bruciato le elaborazioni barocche della prosa giovanile.
Sul piano biografico, il romanzo è inseparabile dall’esperienza vissuta dall’autrice durante la guerra. Morante era nata a Roma nel 1912, figlia naturale di una maestra ebrea, Irma Poggibonsi. Durante l’occupazione nazista, Morante e il marito Alberto Moravia dovettero nascondersi per mesi sui monti della Ciociaria, a Fondi, in condizioni di povertà e precarietà. Quella fuga, quella convivenza forzata con contadini e sfollati, quella scoperta della miseria concreta del popolo italiano in guerra, lasciò un’impronta indelebile nella sua sensibilità. Il rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, in cui oltre mille ebrei romani furono deportati ad Auschwitz (dei quali tornarono in meno di quindici), è uno degli episodi centrali del romanzo: Morante lo racconta indirettamente, attraverso il destino della famiglia Efrati e degli altri profughi che Ida incontra nel deposito di San Lorenzo, e quella scelta di non mostrare la deportazione frontalmente, di far vedere invece i sopravvissuti, i resti, il vuoto lasciato dagli assenti, è di una potenza narrativa devastante.
La lingua del romanzo è uno degli aspetti più discussi dalla critica. Morante scrive in un italiano composito, che mescola il registro alto della narrazione epica con il dialetto romanesco, il gergo militare, la parlata infantile di Useppe, il linguaggio burocratico dei bollettini di guerra. È una lingua che vuole essere democratica nel senso più radicale: non si arrende a nessun lettore ideale borghese, non adotta le convenzioni del romanzo psicologico novecentesco, non si piega alle mode dello stile “basso” di certa narrativa neorealista. In questo senso è vicina alla grande tradizione del romanzo popolare europeo, da Dickens a Hugo, scrittori che Morante amava e che condividevano la stessa convinzione: che la letteratura fosse uno strumento di conoscenza e di pietà, non di distinzione culturale. Il Victor Hugo di I miserabili è forse il termine di confronto più calzante per quella combinazione di melodramma e grandiosità morale, di personaggi-simbolo e scene di folla, di bambini condannati dalla storia e di madri che cercano di proteggerli con il solo scudo del corpo.
La figura di Useppe merita una riflessione a parte. In tutta la storia della letteratura italiana del Novecento è difficile trovare un bambino scritto con altrettanta grazia e altrettanta pietà. Morante lo costruisce come un essere liminale, collocato al confine tra il mondo umano e qualcosa d’altro: non il soprannaturale nel senso religioso, ma una dimensione di percezione pura che gli adulti hanno perduto. Quando Useppe ride, quando gioca con la gatta Rossella, quando corre lungo le rive del Tevere con il cane Bella, il romanzo raggiunge una qualità lirica che non ha precedenti nella narrativa italiana del dopoguerra. E quando Useppe inizia ad avere le crisi epilettiche, malattia che in Morante porta quasi sempre una marca simbolica, come in Dostoevskij, di cui era lettrice appassionata, il lettore capisce che quella creatura è destinata a non sopravvivere al mondo che la circonda. La morte di Useppe è uno dei finali più strazianti della letteratura italiana moderna, non perché sia inattesa, il romanzo la prepara con una progressione inesorabile, ma perché quando arriva, nonostante tutto, è impossibile accettarla. Ida, che sopravvive al figlio, perde la ragione e muore silenziosa e dimenticata in un manicomio. La Storia, quella con la maiuscola, non si accorge di nessuno dei due.
La ricezione critica del romanzo, come si diceva, fu polarizzata. Pier Paolo Pasolini, amico e interlocutore intellettuale di Morante per molti anni, fu tra i pochi a difenderlo apertamente contro le accuse di sentimentalismo e di anti-politica che venivano dalla sinistra radicale. Pasolini vedeva in La storia qualcosa che gli era profondamente congeniale: quella visione del sottoproletariato come soggetto autentico della storia, quella furia contro la modernizzazione che distrugge i corpi e le culture dei poveri, quella nostalgia per un mondo arcaico e vitale che la storia stava inesorabilmente cancellando. Ma la critica marxista più ortodossa non perdonò a Morante l’assenza di una prospettiva rivoluzionaria, l’idea che la storia sia essenzialmente una “catastrofe” ciclica e immodificabile, come recita la celebre epigrafe del romanzo, tratta da una poesia della stessa autrice, in cui la Storia è definita appunto uno “scandalo” durato diecimila anni. Quella visione fu letta come disfattismo, come complicità con l’ordine esistente. In realtà era qualcosa di molto più antico e più difficile da etichettare: una forma di nichilismo compassionevole, o di pietà radicale, in cui il rifiuto di ogni ideologia è anche il rifiuto di consolazioni facili.
Cinquant’anni dopo la sua pubblicazione, La storia continua a suscitare letture e riletture. La sua attualità non è quella dei romanzi che parlano del presente: è quella, più profonda e più duratura, dei libri che parlano di ciò che non cambia, la violenza dei potenti sui deboli, la capacità dei bambini di essere felici anche nell’orrore, la impossibilità delle madri di proteggere i figli da un mondo che li vuole distruggere. Morante aveva capito, con l’intuizione dei grandi romanzieri, che la letteratura non serve a spiegare la storia ma a farla sentire nel corpo, a renderla insopportabile nella sua concretezza, a impedire che diventi soltanto numero e statistica. In questo senso La storia è anche un libro sulla memoria: non la memoria collettiva e celebrativa, ma quella intima e fragile, quella che Ida porta dentro di sé e che si spezza quando Useppe muore, quella che il lettore porta fuori dal romanzo come un peso e come un privilegio. Elsa Morante morì nel 1985, dopo anni di malattia e isolamento, lasciando incompiuto il suo ultimo progetto narrativo. La storia rimane il suo testamento più compiuto e più ambizioso: un libro che si è voluto di tutti, e che appartiene davvero a tutti, nel senso più esigente e più bello della parola.