di Michail Lermontov, 1840
Un eroe del nostro tempo di Mikhail Lermontov, pubblicato nel 1840, rappresenta un capolavoro della letteratura russa dell’Ottocento che cattura l’essenza di un’epoca di transizione tra romanticismo e realismo nascente, incarnando nel protagonista Grigory Aleksandrovich Pechorin l’eroe disincantato di una generazione post-decabrista segnata dal nichilismo e dal mal du siècle. Il romanzo si compone di cinque racconti collegati tra loro che formano un ritratto sfaccettato e non lineare della vita di Pechorin, permettendo al lettore di avvicinarsi progressivamente al suo carattere complesso attraverso prospettive multiple: prima da narratori esterni, poi dai suoi stessi diari intimi.

La trama si apre con Bela, in cui il vecchio capitano Maxim Maximych racconta al viaggiatore-narratore l’incontro con Pechorin nel Caucaso, dove il giovane ufficiale russo rapisce e seduce la principessa circassa Bela, figlia di un capo locale, promettendole amore eterno ma trattandola con crescente indifferenza fino alla tragedia della sua morte per mano di un rivale geloso, Kazbich. Questo episodio introduce il lettore all’ambientazione esotica delle montagne caucasiche, teatro delle guerre di conquista russe contro le popolazioni montanare, e al fascino esotico che permea l’opera, influenzato dalle esperienze personali di Lermontov stesso, esiliato in quella regione nel 1837 dopo il duello con De Barante e poi di nuovo nel 1840 dopo la pubblicazione di versi polemici sulla morte di Pushkin.
La biografia di Lermontov si intreccia profondamente con il romanzo: nato da un autore che visse solo ventisei anni, ucciso in duello nel 1841 da Nikolai Martynov, compagno d’armi, egli, come Pechorin, incarnò l’irrequietezza di una gioventù aristocratica russa frustrata dal regime autocratico di Nicola I dopo la rivolta decabrista del 1825 repressa duramente. Lermontov, erede spirituale di Pushkin, del quale vendicò simbolicamente la morte con la poesia Morte del poeta che gli costò l’esilio, condivide con il suo eroe letterario un talento precoce, un cinismo difensivo e un destino segnato da duelli e conflitti interiori che rendono Pechorin non solo un personaggio ma un alter ego parziale, plasmato dalle letture di Byron, Shelley e del romanticismo europeo filtrato attraverso la lente della realtà russa imperiale.
Il riferimento storico al contesto delle guerre caucasiche è fondamentale, poiché il Caucaso non è mero sfondo pittoresco ma simbolo di frontiera dove l’impero russo proietta le sue ambizioni espansionistiche e dove gli ufficiali come Pechorin cercano avventura per fuggire dalla noia della società pietroburghese o moscovita, un malessere che Lermontov conosceva bene avendo servito nel reggimento degli ussari e partecipato a spedizioni contro i ribelli circassi e ceceni, anticipando così le descrizioni tolstoiane di decenni dopo. Letterariamente il romanzo dialoga con Eugenio Oneghin di Pushkin, del quale riprende la struttura frammentata e il tema dell’eroe superfluo, ma lo evolve verso una maggiore introspezione psicologica e un realismo psicologico che prefigura Dostoevskij e Turgenev.
Pechorin è l’eroe del nostro tempo perché incarna le contraddizioni di un’epoca in cui l’idealismo romantico si scontra con il materialismo e il disincanto postilluminista: egli è intelligente, colto, coraggioso, ma incapace di amore autentico o di impegno sociale; manipola gli altri per provare a se stesso la propria superiorità, distruggendo vite senza rimorso come nel caso di Bela o della Principessa Mary Ligovskaya, la giovane aristocratica che corteggia per noia e gelosia verso il rivale Grushnitsky, un ufficiale vanitoso che finisce ucciso in duello orchestrato dallo stesso Pechorin.
Nella sezione Principessa Mary, la più estesa e ricca di analisi psicologica, il diario di Pechorin rivela i suoi pensieri più intimi, un misto di orgoglio lucido e autodisprezzo. Egli scrive di sentirsi superiore agli altri eppure annoiato da tutto, prevedendo le reazioni umane come un burattinaio che disprezza i propri burattini. Questa sezione culmina nel duello con Grushnitsky sul Monte Mashuk, un evento che riecheggia il fatale duello di Lermontov stesso e che sottolinea il tema del fatalismo esplorato nell’ultimo racconto, Il fatalista, in cui Pechorin scommette sulla predestinazione discutendo con il tenente Vulich, un ufficiale serbo appassionato di filosofia e giochi d’azzardo. Un episodio che mescola elementi soprannaturali con razionalismo scettico, riflettendo l’interesse di Lermontov per le teorie del destino influenzate da Schopenhauer e dal pensiero orientale filtrato attraverso il Caucaso. Taman invece è un racconto di avventura quasi picaresca in cui Pechorin si ritrova coinvolto in un contrabbando tra smugglers locali, una ragazza cieca e un vecchio che vivono in una capanna sul Mar Nero, evocando atmosfere gotiche e romantiche alla maniera di Walter Scott o dei racconti di mare di Byron, ma con un tocco di ironia russa che smonta l’eroismo. Pechorin qui sfugge per miracolo a un tentativo di omicidio, dimostrando il suo sangue freddo ma anche la sua solitudine irrimediabile.
Il romanzo non segue una cronologia lineare e questa scelta strutturale innovativa per l’epoca permette a Lermontov di creare un effetto di puzzle psicologico in cui il lettore assembla il ritratto di Pechorin come un detective, ricostruendo un carattere frammentato dall’esterno all’interno: un’innovazione letteraria che influenzò profondamente il romanzo moderno da Conrad a Nabokov, il quale lodò Lermontov per la sua prosa cristallina e la sua capacità di fondere lirismo e ironia.
Storicamente la Russia di Nicola I era un impero in espansione ma anche in crisi interna, con la nobiltà che perdeva potere a favore della burocrazia e dell’esercito. Pechorin rappresenta proprio questa nobiltà declassata spiritualmente che non trova più scopo nelle guerre o nella corte e che si rifugia nell’individualismo estremo, un tema che Lermontov trasse dalla sua stessa esperienza di orfano allevato dalla nonna autoritaria e di poeta ostracizzato per il suo spirito libero. La prefazione dell’autore è essa stessa un capolavoro di ironia in cui Lermontov si difende dalle accuse di aver ritratto negativamente la gioventù russa, sostenendo che Pechorin è un tipo composito, non un ritratto individuale ma il prodotto di vizi dell’epoca: una dichiarazione che richiama il realismo critico di Gogol e preannuncia il naturalismo successivo.
Dal punto di vista letterario il romanzo è impregnato di romanticismo tedesco e inglese. Pechorin è un discendente diretto del Caino byroniano ma spogliato di ogni grandezza epica, ridotto a un dandy annoiato che viaggia non per scoperta ma per fuga da se stesso. Le descrizioni del paesaggio caucasico sono di una bellezza mozzafiato, con montagne innevate, fiumi impetuosi e villaggi a picco che Lermontov dipinge con pennellate vivide, influenzate dalla sua passione per la pittura e dalla tradizione del sublime romantico. Eppure questi scenari esotici servono a evidenziare per contrasto l’aridità interiore dell’eroe, un contrasto che richiama i paesaggi di Shelley o di Goethe nel Werther ma con una maggiore precisione realistica tipica della scuola russa nascente. Biograficamente Lermontov scrisse il romanzo in fretta tra un esilio e l’altro, attingendo ai suoi diari e alle lettere che rivelano un uomo tormentato da amori infelici, come quello per Varvara Lopukhina, e da un senso di predestinazione tragica che culminò nel suo duello mortale a Pyatigorsk, lo stesso luogo del duello fittizio di Pechorin con Grushnitsky: un parallelismo che rende il libro quasi profetico.
La critica letteraria successiva ha visto in Un eroe del nostro tempo il ponte tra il romanticismo pushkiniano e il realismo psicologico di Tolstoj e Dostoevskij. Quest’ultimo infatti riprese il tema dell’uomo sotterraneo e del doppio nel suo Ricordi dal sottosuolo, ispirandosi chiaramente al Pechorin scisso tra volontà di potenza e nichilismo, mentre Turgenev nei suoi eroi superflui come Rudin deve molto alla figura lermontoviana.
Il romanzo fu accolto con scalpore alla pubblicazione: alcuni lo accusarono di immoralità per il cinismo del protagonista, altri lo celebrarono come ritratto geniale dell’epoca. Lo zar Nicola I stesso lo lesse e commentò negativamente sul carattere di Pechorin, riflettendo la tensione tra letteratura e censura nell’autocrazia russa. Eppure l’opera sopravvisse e divenne canonica, influenzando generazioni di scrittori fino al Novecento con autori come Bulgakov o Pasternak che ne ripresero l’introspezione.
Nella trama Pechorin non evolve, non impara dalle sue esperienze distruttive, resta intrappolato nel suo egoismo circolare, dimostrando la tesi di Lermontov sull’immutabilità dei vizi umani in un’epoca di stagnazione sociale dopo la repressione decabrista. Egli salva Bela solo per annoiarsi di lei, seduce Mary per vendetta personale contro Grushnitsky che lo sfida a duello per gelosia e, nel Fatalista, rischia la vita per pura curiosità intellettuale senza vera fede o scetticismo assoluto. Questo carattere camaleontico, capace di adattarsi a ogni situazione ma vuoto dentro, lo rende universale: un eroe per tutte le epoche di crisi valoriale. Riferimenti storici più ampi includono l’influenza della guerra russo-persiana e russo-turca che ampliarono l’impero e portarono al Caucaso ufficiali colti come Lermontov stesso, il quale studiò all’università di Mosca prima di entrare nell’esercito e assorbì le idee liberali europee pur rimanendo ambiguo politicamente: un’ambiguità che si riflette in Pechorin, il quale disprezza sia l’autocrazia sia le masse, incapace di ribellione costruttiva.
Letterariamente Lermontov eccelle nello stile: un russo limpido, elegante, con inserti di dialetto caucasico e francese aristocratico che creano stratificazioni linguistiche ricche. Il suo uso del punto di vista multiplo anticipa tecniche moderniste come quelle di Faulkner o di Joyce, mentre la brevità del romanzo rispetto ai tomi ottocenteschi lo rende agile e moderno.
Infine non si può ignorare il tema femminile: le donne in Un eroe del nostro tempo sono vittime o oggetti del desiderio di Pechorin (Bela la selvaggia innocente, Mary la raffinata ingenua, Vera l’amante matura che lo comprende ma ne soffre, la ragazza di Taman la contrabbandiera astuta) tutte rifrangono l’incapacità di Pechorin di amare veramente, simboleggiando forse la Russia stessa sedotta e abbandonata dall’élite intellettuale.
Lermontov, con la sua sensibilità poetica, infuse nel romanzo versi lirici nascosti nelle descrizioni paesaggistiche che ricordano le sue poesie come Il demone o Il novizio, unendo così la sua produzione in versi e in prosa in un corpus coerente di malinconia eroica. Storicamente il 1830-1840 è il decennio in cui la Russia consolida il suo ruolo di potenza europea dopo il congresso di Vienna ma paga il prezzo di un conservatorismo che soffoca le riforme. Pechorin è il prodotto di questa contraddizione: un uomo che ha tutto, educazione, rango, opportunità, ma nulla in cui credere, un vuoto che Lermontov diagnosticò con precisione chirurgica anticipando il dibattito sugli intellettuali superflui che dominerà la letteratura russa fino a Čechov.
Un eroe del nostro tempo rimane un testo imprescindibile per comprendere non solo la Russia ottocentesca ma l’anima umana nelle sue manifestazioni più oscure e affascinanti: un libro che con le sue circa duecento pagine compatte offre più introspezione di molti romanzi fiume contemporanei, invitando il lettore a interrogarsi sul proprio tempo e sui propri eroi, spesso imperfetti e distruttivi come Pechorin. Lermontov morì troppo giovane per sviluppare ulteriormente il suo genio, ma questo romanzo basta a garantirgli un posto tra i giganti della letteratura mondiale accanto a Dostoevskij, Tolstoj e Gogol: un’opera che continua a parlare a noi moderni disincantati, navigatori di crisi esistenziali in un mondo iperconnesso eppure solitario, dove l’eroismo si misura non più con spade o duelli ma con la capacità di resistere al vuoto interiore.