di Pier Paolo Pasolini, Garzanti 1955
Pubblicato nel 1955 da Garzanti, Ragazzi di vita è il romanzo d’esordio di Pier Paolo Pasolini nella narrativa in lingua italiana, o meglio, in un impasto linguistico che già dal titolo sfida ogni convenzione. Il termine “ragazzi di vita” era un’espressione gergale romana che indicava i giovani della periferia urbana, quelli che vivevano di espedienti, di furtarelli, di piccola prostituzione maschile, di giornate trascorse ai margini del Tevere o tra le baracche delle borgate. Pasolini raccoglie questo mondo e lo trasfigura in letteratura con una forza che nessun autore italiano aveva osato prima di lui con tale radicalità, costruendo un testo che è al tempo stesso documento sociologico, invenzione poetica e atto politico.

Per comprendere il libro bisogna prima comprendere l’uomo: Pasolini era arrivato a Roma nel 1950, in fuga dallo scandalo che lo aveva travolto in Friuli: era stato denunciato per atti osceni con minori e costretto ad abbandonare il posto di insegnante a Casarsa della Delizia. La capitale lo accolse nella sua periferia più aspra, quella delle borgate costruite durante il fascismo per deportarvi i poveri sfrattati dal centro storico: Torpignattara, Pietralata, il Tiburtino, il Pigneto. Fu lì che Pasolini iniziò a frequentare quel sottoproletariato urbano che sarebbe diventato la materia viva di tutta la sua opera narrativa degli anni Cinquanta, e che in Ragazzi di vita prende corpo con un’urgenza quasi fisica.
Il romanzo non ha una trama nel senso tradizionale del termine: non c’è un protagonista unico, non c’è un arco narrativo lineare che conduca a una risoluzione. C’è invece una serie di episodi che seguono prevalentemente un ragazzo soprannominato Riccetto, incontrato per la prima volta da bambino durante i bombardamenti alleati del 1944, mentre ruba i soldi destinati alla comunione per andare a giocare. Riccetto è un personaggio sfuggente, quasi allegorico nella sua incapacità di fissarsi in qualsiasi dimensione stabile: non ha ideologia, non ha prospettiva, non ha rimpianti. Si muove tra la borgata Gordiani, i lungofiume del Tevere, i campi di Anagnina, i quartieri più degradati di Roma, sempre in cerca di qualcosa, soldi, svago, sopravvivenza, senza mai trovare nulla che somigliasse a un futuro. Gli episodi si susseguono con una logica che è quella della vita stessa dei ragazzi di borgata: il bagno nel Tevere, la visita al riformatorio, la gita a Ostia, il furto al mercato, la frequentazione di prostitute anziane, le partite di calcio nei prati polverosi.
In uno dei passaggi più memorabili del romanzo, il Riccetto vede un rondone precipitare nel Tevere e, in un gesto impulsivo che rappresenta forse l’unico atto disinteressato della sua esistenza, si tuffa per salvarlo; ma quando riaffiora dall’acqua torbida con l’uccellino tra le mani, i suoi compagni se ne sono già andati senza aspettarlo. Il rondone verrà poi venduto per qualche lira. È in questi momenti che Pasolini rivela la propria visione: la pietà esiste in questo mondo, ma è istantanea, fragile, incapace di trasformarsi in solidarietà duratura, schiacciata dalla pressione brutale della sopravvivenza. La struttura episodica del romanzo richiama la tradizione picaresca spagnola, il Lazarillo de Tormes, il Guzmán de Alfarache, ma anche la lezione del neorealismo cinematografico italiano, in particolare Rossellini e De Sica, con i quali Pasolini aveva già un rapporto diretto: stava lavorando come sceneggiatore a Cinecittà mentre scriveva il romanzo. Ma la vera rivoluzione di Ragazzi di vita non è tematica bensì linguistica.
Pasolini costruisce una prosa ibrida mescolando il dialetto romanesco delle borgate, un romanesco plebeo, non quello letterario di Trilussa o di Belli, con l’italiano standard della narrazione, creando una sorta di contrappunto continuo tra il punto di vista dell’autore colto e la voce bruta e viva dei personaggi. Questo procedimento non è folklore né esotismo: è un gesto teorico profondo, che Pasolini aveva già meditato nei saggi linguistici degli anni precedenti, convinto che il dialetto rappresentasse una forma di resistenza inconsapevole contro l’omologazione culturale borghese. Il romanesco dei ragazzi di vita è una lingua ancora viva perché non è ancora stata colonizzata dalla televisione, dalla cultura di massa, dal capitalismo consumistico che Pasolini identificherà come il vero nemico nei decenni successivi. C’è in tutto questo un paradosso che Pasolini stesso ha riconosciuto: lui, intellettuale marxista, omosessuale, poeta friulano trapiantato a Roma, guarda al sottoproletariato con un desiderio che è insieme politico, antropologico ed erotico.
La critica non ha mancato di sottolinearlo, a volte con toni accusatori. La pubblicazione del libro suscitò immediate reazioni: la Procura della Repubblica di Milano aprì un procedimento per oscenità, e il caso si trascinò per anni prima di concludersi con un’assoluzione. Italo Calvino, in una recensione del 1955, riconobbe la forza del libro pur esprimendo riserve sulla sua struttura; Carlo Bo lo salutò come un evento letterario di rilievo; altri, come i critici legati al Partito Comunista Italiano, si trovarono in una posizione scomoda, perché il romanzo non offriva alcuna prospettiva di riscatto o di coscienza di classe: i ragazzi di borgata non si organizzano, non si ribellano, non prendono coscienza, semplicemente vivono, in una dimensione pre-politica che il marxismo ortodosso non sapeva dove collocare. Ed è qui che Ragazzi di vita diventa un testo filosoficamente più complesso di quanto la sua superficie viscerale suggerisca. Pasolini non crede nella redenzione politica del sottoproletariato: ne è affascinato proprio perché è estraneo alla storia, impermeabile alla modernità, custode inconsapevole di una vitalità arcaica che la società borghese ha perduto.
Questa posizione ha radici nella formazione letteraria di Pasolini, che era cresciuto leggendo Pascoli, la cui poetica del fanciullino risuona nell’innocenza paradossale dei ragazzi di borgata, e Gramsci, di cui aveva però filtrato l’insegnamento attraverso una sensibilità più irrazionale e vitalistica. C’è anche l’influenza di Giovanni Verga, del cui verismo siciliano Pasolini condivide il metodo: la scelta del punto di vista interno alla comunità descritta, la rinuncia al giudizio morale esplicito, la fedeltà alla lingua dei personaggi come forma di rispetto e di verità. Ma dove Verga guardava ai vinti con una pietà distante e classica, Pasolini si immerge nel suo materiale con un coinvolgimento viscerale che è anche autobiografico: i ragazzi di borgata gli interessano anche perché sono belli, perché sono corpi vivi e liberi in una città grigia, perché incarnano una forma di libertà, o di anarchia pre-morale, che il mondo da cui Pasolini proviene ha già consumato.
Il romanzo si chiude con una scena amara e definitiva: il Riccetto, ormai cresciuto, lavora come operaio e ha perso tutto il calore selvaggio dell’adolescenza. I suoi vecchi compagni sono morti, dispersi, detenuti. Uno di loro, Genesio, annegherà nel Tevere sotto gli occhi del Riccetto e di un altro ragazzo, che non faranno nulla per salvarlo, specchio rovesciato e tragico dell’episodio del rondone. La borgata ha divorato i suoi figli, non per una tragedia esterna ma per la logica interna di un mondo senza rete, senza istituzione capace di sostenerli, senza cultura che li riconosca come soggetti. Pasolini non piange su di loro: li osserva con uno sguardo che contiene insieme amore, lucidità e impotenza. Ragazzi di vita va letto anche come il primo capitolo di un dittico che si completa con Una vita violenta (1959), in cui il protagonista Tommaso Puzzilli percorre un arco narrativo più convenzionale, dalla delinquenza alla militanza comunista, fino alla morte per tubercolosi, e in cui Pasolini si confronta esplicitamente con la tradizione del romanzo di formazione e con la questione politica.
Ma il primo romanzo rimane il più radicale dei due, il più puro nella sua struttura frammentata e nella sua resistenza a qualsiasi conclusione consolatoria. Guardandolo dalla prospettiva di oggi, settant’anni dopo la pubblicazione, Ragazzi di vita mantiene intatta la propria forza urticante. Il mondo che descrive è scomparso due volte: le borgate sono state urbanizzate, poi gentrificate; il dialetto romanesco autentico è diventato un reperto; il sottoproletariato pre-industriale che Pasolini amava è stato sostituito da nuove forme di marginalità, le periferie multietniche, i migranti, i working poor del capitalismo digitale. Eppure il libro non invecchia, perché ciò che mette in scena non è solo una realtà storica ma un problema morale e filosofico permanente: come si guarda chi sta fuori dalla storia, come si dà voce a chi non ne ha, cosa significa fare letteratura con i corpi e le vite degli esclusi senza trasformarli in simboli o in vittime. Pasolini risponde a questa domanda con la sola risposta possibile: imparando la loro lingua, abitando il loro spazio, rinunciando alla distanza protettiva dell’intellettuale e accettando il rischio.