di Jane Austen, 1813
Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, pubblicato nel gennaio del 1813, è uno di quei romanzi che non invecchiano mai, non perché si sottraggano al loro tempo, ma perché lo attraversano con una tale lucidità da renderlo universale. Jane Austen lo compose inizialmente tra il 1796 e il 1797, quando aveva appena vent’anni, con il titolo provvisorio di First Impressions, titolo che nella sua semplicità diceva già tutto quello che il libro avrebbe poi elaborato con sofisticazione magistrale. Rifiutato da un editore senza neppure essere letto, il manoscritto rimase nel cassetto per quasi vent’anni, fino a quando Austen lo riprese, lo rivide profondamente, e lo consegnò al pubblico sotto il titolo definitivo. Quella revisione non è un dettaglio biografico minore: è la prova che il romanzo porta in sé una doppia maturità, quella della giovinezza frizzante che lo immaginò e quella dell’età adulta che lo affinò, e forse è proprio questa stratificazione temporale a dargli la sua straordinaria profondità.

Austen visse tutta la vita in un contesto provinciale, tra Hampshire e Bath, circondata da una famiglia numerosa e affettuosa ma anche da una società che imponeva alle donne limiti ferrei: non possedere proprietà per eredità, non esercitare professioni, non sopravvivere socialmente senza un matrimonio vantaggioso. Di quella prigione dorata Jane Austen fece materia letteraria di primissimo ordine, e Orgoglio e pregiudizio ne è il risultato più brillante e più amato. La storia è nota, eppure merita di essere raccontata perché ogni volta che la si ripercorre vi si scoprono sfumature nuove. Al centro c’è la famiglia Bennet, composta dal padre ironico e distaccato, dalla madre nevrotica e ossessionata dal maritare le figlie, e da cinque ragazze di carattere profondamente diverso: Jane, la maggiore, bella e di indole dolcissima; Elizabeth, la protagonista, intelligente, arguta e capace di giudizi indipendenti; Mary, seria e pedante; Catherine e Lydia, frivole e sconsiderate.
Il romanzo si apre con una delle prime righe più celebri della letteratura mondiale: la constatazione, enunciata con tono apparentemente neutro e in realtà ferocemente ironica, che un uomo celibe in possesso di un buon reddito deve necessariamente cercare moglie. È una frase che dice il contrario di quello che sembra dire: non descrive la realtà, la smonta. Austen non sta affermando una verità universale, sta prendendo in giro chi ci crede davvero, e quel gioco sottile di ironia è la cifra stilistica che percorre l’intero romanzo senza mai allentarsi. Quando nelle vicinanze dei Bennet si stabilisce il ricco e giovane Bingley, accompagnato dall’ancora più ricco e ancora più altero Fitzwilliam Darcy, la macchina narrativa si mette in moto con la precisione di un meccanismo svizzero. Bingley si innamora di Jane quasi subito, con quella semplicità cordiale che lo caratterizza; Darcy, invece, nota Elizabeth ma la respinge con una freddezza che la offende profondamente. Da quel momento il romanzo diventa la storia di come due persone intelligenti e orgogliose debbano prima sbagliare, poi riconoscere i propri errori, e infine trovare la via l’uno verso l’altra.
Elizabeth è convinta che Darcy sia superbo e arrogante; Darcy è convinto che Elizabeth, pur attraente e vivace, appartenga a una famiglia troppo volgare e mal reputata per essere degna di lui. Entrambi hanno torto. O meglio: entrambi hanno ragione parzialmente, ma la parzialità del giudizio è esattamente il difetto che il romanzo mette alla berlina. Il pregiudizio è di Elizabeth, che giudica Darcy prima di conoscerlo davvero; l’orgoglio è di Darcy, che crede la propria posizione sociale un metro di misura assoluto del valore umano. La costruzione di questo equivoco è di una finezza narrativa raramente eguagliata: Austen introduce Wickham, un ufficiale affascinante e bugiardo, che con la sua versione mendace degli eventi passati convinca Elizabeth a credere il peggio di Darcy. E poi arriva Collins, il cugino Bennet che erediterà la proprietà di famiglia, un uomo grottescamente servile e compiaciuto di sé, che propone a Elizabeth un matrimonio che lei rifiuta con scandaloso coraggio, scegliendo l’integrità morale invece della sicurezza economica. Quella scena è cruciale: nel mondo di Austen, rifiutare Collins è un atto rivoluzionario. Non una rivoluzione con le barricate, ma una resistenza silenziosa e fierissima alle logiche del sistema.
La prima proposta di matrimonio di Darcy, una delle scene più memorabili del romanzo, è un capolavoro di ambiguità psicologica. Darcy dichiara il suo amore a Elizabeth in modo così goffo, così gravido di senso di superiorità, così incapace di nascondere il fastidio che prova per le proprie stesse emozioni, da trasformare una dichiarazione d’amore in un insulto velato. Elizabeth lo rifiuta con dignità e intelligenza, smontando le sue argomentazioni una per una, e Darcy, per la prima volta nella sua vita, si trova di fronte a qualcuno che non lo teme e non lo lusinga. Quella scena segna una svolta non solo narrativa ma caratteriale: Darcy, umiliato nel modo più costruttivo possibile, capisce di dover cambiare. La lettera che le scrive subito dopo è uno dei momenti più alti della prosa austeniana: asciutta, dignitosa, senza compiacimento sentimentale, rivela la verità su Wickham e su se stesso, e spezza lentamente la certezza di Elizabeth. È a quel punto che il romanzo trasforma la sua direzione: non si tratta più solo di chi sposerà chi, ma di come due individui capaci di pensiero critico possano applicarlo anche a se stessi.
Austen conosceva bene il romanzo sentimentale della sua epoca (Richardson, Fielding, Burney) e ne aveva assimilato le strutture per poi piegarle al proprio scopo. Frances Burney in particolare, con Evelina e Cecilia, aveva già mostrato come una donna potesse essere protagonista di un romanzo e non semplice oggetto della narrazione; Austen va oltre, facendo di Elizabeth Bennet una coscienza critica che non si limita a subire gli eventi ma li interpreta, li valuta, li sbaglia e poi li corregge. La vicinanza con il romanzo epistolare di Richardson, con il suo Pamela e il suo Clarissa, è presente ma rovesciata: lì l’eroina era definita dalla virtù passiva, qui Elizabeth è definita dall’intelligenza attiva. Si è spesso paragonata Austen a Shakespeare nella capacità di creare personaggi secondari di straordinaria vividezza e il paragone non è eccessivo. Mr. Collins è una figura comica di rango assoluto, capace di generare imbarazzo e ilarità a ogni apparizione con la sua ottusità solenne; Lady Catherine de Bourgh, la zia aristocratica di Darcy, è l’incarnazione del privilegio cieco e volgare camuffato da autorità; Wickham è il villain perfetto perché non è mai apertamente malvagio, ma sempre affascinante e scivoloso; Mrs. Bennet è al tempo stesso un personaggio ridicolo e un documento sociale: la sua ossessione per i matrimoni delle figlie non è stupidità pura, è la risposta razionale, per quanto sgradevole, di una donna che sa benissimo che senza figlie ben sistemate la sua vecchiaia sarà nella miseria. Austen non la condanna davvero; la osserva. E in quell’osservazione c’è una pietà fredda ma reale.
La tecnica narrativa che Austen utilizza nel romanzo è quella che i critici hanno chiamato “free indirect discourse”, il discorso indiretto libero: la voce narrante scivola dentro la coscienza dei personaggi senza segnalarlo esplicitamente, così che il lettore non sa mai con certezza se stia leggendo un pensiero di Elizabeth o un commento del narratore. Questa tecnica, che Henry James avrebbe poi portato alle estreme conseguenze, è in Austen di una leggerezza sorprendente: non pesa, non si fa notare, ma produce un effetto di intimità psicologica che nessuna narrativa onnisciente tradizionale riesce a eguagliare. Il finale è inevitabile ma non banale: Elizabeth e Darcy si fidanzano, Jane e Bingley pure, e l’amore, quello vero, basato su rispetto reciproco e crescita interiore, trionfa. Ma Austen non si concede sentimentalismo: anche la scena del secondo fidanzamento è filtrata attraverso l’ironia, attraverso la consapevolezza che il matrimonio non è una favola ma un contratto sociale e affettivo che richiede lucidità oltre che passione. Lydia, la sorella sconsiderata, sposa il miserabile Wickham e quella unione è presentata senza romanticismo alcuno: sarà un matrimonio infelice, e lo sappiamo già mentre ancora sorridiamo.
È questa la grandezza di Austen: non esclude le zone d’ombra, le include nel disegno, le fa parlare in contrappunto. Virginia Woolf, che di Jane Austen aveva una stima profondissima, scrisse che poche scrittrici nella storia avevano raggiunto una tale padronanza ironica della propria materia, e che quella padronanza era il segno di una mente perfettamente in controllo della propria arte. È un giudizio che regge ancora oggi, anzi, regge meglio oggi che mai, in un’epoca in cui la letteratura è spesso confusa con la confessione e l’autenticità viene misurata in gradi di esposizione emotiva. Austen insegna il contrario: che la distanza critica non è freddezza, ma forma suprema di intelligenza affettiva. Orgoglio e pregiudizio non è solo il romanzo d’amore più famoso della letteratura inglese. È un’analisi sociologica, un trattato sulla conoscenza di sé, una commedia di costume, un romanzo di formazione e un saggio implicito sulla condizione femminile. È tutto questo contemporaneamente, e lo è con una grazia tale da sembrare senza sforzo. Leggerlo oggi significa entrare in contatto con una mente che non ha bisogno di gridare per farsi sentire: basta una frase, spesso una sola, e il mondo crolla e si ricostruisce in modo più intelligente di prima.