di Umberto Eco, Bompiani 1994
Esistere al confine del tempo, sospesi su una nave fantasma a pochi metri da un’isola che appartiene irrimediabilmente al giorno prima, è la trappola metafisica e geometrica in cui Umberto Eco incatena il suo protagonista, Roberto de la Grive. Sul relitto apparente della Daphne, un vascello olandese abbandonato e ancorato nella baia di un’isola dell’Oceano Pacifico nell’estate del 1643, il giovane nobile monferrino vive un naufragio paradossale e surreale: non è stato sommerso dalle onde, ma è rimasto prigioniero in mezzo a un mare bonaccio, incapace di nuotare e dunque impossibilitato a raggiungere la terraferma. Quell’isola, visibile a occhio nudo con la sua vegetazione lussureggiante, incarna letteralmente il passato: si trova al di là della linea di demarcazione del 180° meridiano, quello cioè che segna per convenzione il cambio di data tra un giorno e l’altro. Toccare la sua riva significherebbe riappropriarsi del tempo perduto, guarire dalle ferite della storia o forse addirittura conquistare l’immortalità.

Con la sua straordinaria ed esuberante erudizione, Umberto Eco, semiologo di fama mondiale nato ad Alessandria nel 1932, bibliofilo vorace e uno dei più acuti indagatori del Seicento e del Medioevo, costruisce un romanzo che è un’avventura marittima al contrario, una vertiginosa meditazione sulla scienza barocca e un trattato filosofico sulla misurazione del mondo. Se con Il nome della rosa Eco aveva reinventato il romanzo storico attraverso le lenti del giallo medievale e con Il pendolo di Foucault aveva sviscerato la paranoia dei complotti contemporanei, con L’isola del giorno prima sceglie di addentrarsi nel cuore del XVII secolo, in un’epoca di profondo smarrimento concettuale in cui il geocentrismo crolla e l’uomo si scopre smarrito nell’infinito cosmicamente aperto.
L’intreccio del romanzo si snoda lungo una duplice direttrice: l’immobilità coatta del presente sulla Daphne e la fluttuante ricostruzione del passato attraverso la memoria di Roberto. Affetto da una grave idrofobia e incapace di sopportare la luce del sole a causa di una debolezza visiva, il protagonista esplora gli anfratti della nave, trasformata in un vero e proprio gabinetto di curiosità Wunderkammer, pieno di orologi stravaganti, animali esotici in gabbia e strumenti ottici creati per calcolare la longitudine. Tra una scoperta e l’altra, Roberto ripercorre la propria giovinezza: le drammatiche fasi dell’assedio di Casale Monferrato durante la guerra di successione del Mantovano, un evento tragico in cui perde il padre e scopre la brutalità della storia, il suo successivo trasferimento nella Parigi del Cardinale Mazzarino, l’immersione nei salotti preziosi dominati da sofismi amorosi e duelli verbali, fino al reclutamento come spia per conto della corona francese.
La missione che lo ha condotto fino agli antipodi del globo era infatti l’esplorazione, la ricerca ossessiva del metodo per determinare la longitudine in mare aperto, una delle maggiori sfide scientifiche e politiche dell’età moderna. Sulla nave, Roberto incrocia l’unica altra presenza umana sopravvissuta: padre Caspar, un gesuita tedesco anziano e bizzarro che ha dedicato la vita alla costruzione di uno strumento astronomico-meccanico destinato a svelare i segreti delle maree e della geografia terrestre. Tra il giovane nobile malinconico e il vecchio scienziato dogmatico s’instaura un dialogo surreale, in cui la fede cieca, la teologia controriformista e la nascente scienza moderna si scontrano continuamente senza mai trovare un vero punto d’incontro.
L’originalità formale della narrazione risiede nella complessa struttura a scatole cinesi orchestrata da Eco. L’autore non si limita a raccontare la storia di Roberto, ma veste i panni di un narratore/commentatore moderno che dichiara di aver ritrovato le carte, le lettere e i frammenti di diario lasciati dal protagonista sulla Daphne. Questo filtro narrativo crea una distanza ironica e meta-letteraria constante: il narratore interviene, esita, critica lo stile enfatico del suo personaggio, ipotizza svolte narrative alternative e si interroga sulle reali intenzioni di Roberto. Quando la solitudine sulla nave diventa insopportabile, Roberto ricorre alla finzione come unico strumento di sopravvivenza psicologica. Inventa così l’esistenza di Ferrante, un ipotetico fratello gemello malvagio a cui attribuisce tutte le sfortune della sua vita, le sue colpe nascoste e i suoi fallimenti amorosi verso l’amata Lilia. Ferrante diventa l’ombra, il doppio oscuro che agisce nel mondo mentre Roberto rimane bloccato nell’inazione, dando vita a un romanzo nel romanzo in cui le frontiere tra realtà materiale e delirio d’invenzione si dissolvono del tutto.
Sotto il profilo dei riferimenti letterari e filosofici, L’isola del giorno prima è una cattedrale di citazioni e riscritture subliminali. Eco attinge a piene mani dall’estetica barocca, teorizzata da autori come Emanuele Tesauro nel suo Cannocchiale aristotelico, trasformando la metafora nell’unico strumento capace di esprimere la complessità di un universo instabile. Si avvertono in modo distinto gli echi delle speculazioni astronomiche di Galileo Galilei, Niccolò Copernico e Giordano Bruno, colpevoli di aver tolto alla Terra il suo ruolo di centro del creato per scagliarla in un abisso di mondi infiniti.
Sul piano propriamente narrativo, il libro ribalta programmaticamente il mito dell’isola deserta che Daniel Defoe avrebbe consacrato qualche decennio più tardi con Robinson Crusoe. Se Robinson è l’uomo borghese razionale, pratico e dominatore della natura, capace di sottomettete l’isola e trasformarla in un impero in miniatura, Roberto de la Grive è l’anti-Robinson per eccellenza: un contemplativo paralizzato dalle sue stesse architetture mentali, incapace persino di toccare la terra che ha davanti agli occhi. Si avverte inoltre la forte influenza della letteratura speculare e labirintica di Jorge Luis Borges, maestro di Eco, visibile nel tema del doppio, del tempo sospeso, della biblioteca-mondo e del paradosso geometrico. Non mancano infine richiami alla satira scientifica e filosofica di Cyrano de Bergerac con i suoi viaggi verso la Luna e all’ironia cervantiana del Don Chisciotte, dove l’idealismo cavalleresco del protagonista sbatte inevitabilmente contro la dura superficie di una realtà cinica e meccanicistica.
La prosa di Eco in quest’opera raggiunge vertici di straordinario virtuosismo stilistico. La lingua si adatta mimeticamente al gusto seicentesco: è una scrittura densa, opulenta, ritmata da elenchi pirotecnici di piante esotiche, nomenclature marittime, trattati d’ottica, macchine belliche e ricette alchemiche. Ogni descrizione non è un semplice fondale scenografico, ma un vero e proprio esercizio linguistico in cui la parola non si limita a rappresentare le cose, ma cerca di modellarle e reinventarle. Il linguaggio diventa l’autentico protagonista della storia: attraverso la metafora, la poesia e l’invenzione fantastica, Roberto cerca di colmare il vuoto spaventoso di un cosmo che ha perso la sua guida divina e le sue certezze tradizionali.
Mi permetto di suggerire questo romanzo a un potenziale lettore paziente e appassionato di architetture verbali. È il libro perfetto per chi ama la letteratura come caccia al tesoro intellettuale, per chi non cerca una trama ad alta velocità o una narrazione lineare orientata esclusivamente all’azione, ma desidera perdersi nelle digressioni storiche, nelle sfide filosofiche e nei labirinti del pensiero barocco. È la lettura ideale per chi desidera interrogarsi sul senso della memoria, sulla natura del tempo e sulla forza inesauribile del racconto, accettando di salire a bordo della Daphne per contemplare, insieme a Roberto de la Grive, l’eterna illusione di poter raggiungere la sponda del giorno prima.