di Umberto Eco, Bompiani 1988
A otto anni di distanza dal successo de Il nome della rosa, Il pendolo di Foucault rappresenta la monumentale cattedrale narrativa in cui Umberto Eco ha orchestrato la sua più spietata e lucida anatomia della paranoia interpretativa moderna. Una solida e strutturata presa per i fondelli sia dell’intellettualismo che della paranoia complottistica. Se il romanzo d’esordio del semiologo alessandrino aveva dimostrato come la semiotica potesse trasformarsi in un avvincente romanzo giallo d’ambientazione medievale, questa seconda prova narrativa spinge la riflessione teorica fino a un limite vertiginoso, trasformando il testo stesso in una trappola speculare per il lettore e per i suoi stessi protagonisti.

La vicenda si apre al Musée des Arts et Métiers di Parigi, dove il protagonista e voce narrante, Jacopo Belbo, si nasconde all’interno di una cabina per la visione notturna, in attesa di assistere a un rito esoterico legato alla società segreta dei Rosacroce. È una notte cruciale, intrisa di angoscia, dalla quale la narrazione prende l’avvio attraverso un estenuante e magistrale flashback che ripercorre gli ultimi vent’anni di storia italiana e la genesi del disastro personale e intellettuale del protagonista. Belbo, insieme agli amici e colleghi Casaubon, giovane studioso e alter ego narrativo dell’autore, e Diotallevi, un cabalista per diletto ossessionato dalla mistica ebraica, lavora presso la casa editrice milanese Garamond. La casa editrice ha una doppia anima: da un lato la solida e rispettabile linea per saggistica e narrativa d’autore, dall’altro la Manuzio, una cosiddetta fucina di opere a pagamento diretta allo sfruttamento economico delle vanità degli autori a proprie spese.
È proprio da questo sommerso e sterminato sottobosco di grafomani, sedicenti alchimisti, esoteristi improvvisati e fanatici del mistero che scaturisce l’ingranaggio del dramma. Tutto comincia quando un misterioso colonnello Ardenti si presenta in redazione sostenendo di aver decifrato un documento medievale contenente un piano segreto stilato dai Cavalieri Templari. Secondo la sua tesi, al momento della soppressione dell’ordine nel 1314 per mano di Filippo il Bello, i Templari superstiti si sarebbero divisi in sei gruppi sparsi per l’Europa, stabilendo di incontrarsi a intervalli di centoventi anni in luoghi prestabiliti per ricomporre una mappa cosmica. Tale mappa avrebbe rivelato l’ubicazione dell’Ombilicus Mundi, il punto d’origine delle correnti telluriche mondiali capaci di conferire un potere illimitato a chiunque fosse riuscito a dominarle. Quando il colonnello Ardenti scompare in circostanze misteriose la notte stessa della sua visita, il seme dell’ossessione viene gettato, per poi rimanere in incubazione per anni.
Tempo dopo, riducendo le ricerche esoteriche a un mero passatampo intellettuale per sconfiggere la noia e la frustrazione per le proprie incompiutezze personali, i tre intellettuali decidono di spingersi oltre. Attraverso l’uso del primo personal computer dell’epoca, ribattezzato metaforicamente Abulafia come il celebre cabalista duecentesco, i tre compiono un vero e proprio atto di creazionismo semiotico: nutrono la macchina con ogni sorta di frammento tratto dai testi dell’ermetismo, dei Rosacroce, dei catari, degli assassini di Alamut, degli illuminati e della massoneria. Attraverso associazioni casuali, anagrammi e forzature logiche, elaborano per puro gioco accademico “Il Piano”. Si tratta di una gigantesca, perfettissima e coerente teoria del complotto che sintetizza la storia dell’umanità e spiega ogni grande evento storico come l’esito della millenaria corsa per il controllo delle correnti telluriche.
Tuttavia, ciò che i tre redattori concepiscono come un sofisticato scherzo intellettuale assume rapidamente una piega tragica. Il Piano si rivela talmente persuasivo, armonioso e privo di crepe logiche che la comunità di veri occultisti, guidata dal sinistro e carismatico Conte di Saint-Germain (sotto le spoglie del facoltoso signor Agliè), si convince che Belbo e compagni siano realmente in possesso del segreto dei Templari. Nel mondo post-moderno tratteggiato da Eco, la finzione finisce inevitabilmente per cannibalizzare la realtà. La psicosi del complotto cessa di essere un mero esercizio linguistico e diventa una forza coercitiva materiale.
Sul piano strettamente formale, Il pendolo di Foucault rappresenta uno dei punti più alti della sperimentalismo linguistico e della riflessione sulla tecnica combinatoria del linguaggio nel secondo Novecento italiano. Eco trasforma la parola scritta da semplice veicolo rappresentativo a laboratorio alchemico e computazionale. La combinatoria linguistica non è soltanto una tematica del romanzo, ma il suo vero e proprio motore stilistico e strutturale. Attraverso la figura del computer Abulafia, l’autore mette in scena un’anticipazione profetica dell’era dell’elaborazione digitale del testo e della generazione automatica del senso. Il linguaggio viene smontato nelle sue componenti atomiche e ricombinato secondo regole sintattiche del tutto indifferenti al contenuto semantico: inserendo variabili casuali, connettori logici arbitrari e frammenti di testi eterogenei, Abulafia dimostra come la lingua possieda una capacità intrinseca di produrre significazione anche in assenza di un’intenzione comunicativa originaria. Questa tecnica combinatoria dialoga strettamente con la tradizione della Cabala ebraica, in particolare con la Zeruph, la scienza della combinazione delle lettere sacre promossa da Abramo Abulafia, in cui il testo biblico diviene una matrice infinita di permutazioni capace di generare tutti i mondi possibili.
Lo sperimentalismo linguistico di Eco si manifesta attraverso un virtuosismo polifonico e stilistico che mescola registri viscerali e aulici, gerghi accademici, citazioni in lingua latina, francese, ebraica, araba e greca, fino a inserire veri e propri file informatici e stringhe di codice sorgente nel corpo della narrazione. Eco mette in atto una vera e propria ludicità formale che richiama le esperienze dell’Ouvroir de Littérature Potentielle di Raymond Queneau e Italo Calvino, portando alle estreme conseguenze l’idea che la letteratura sia un gioco combinatorio condotto su un numero finito di elementi formali. Tuttavia, lo sperimentalismo di Eco non si risolve mai in un mero esercizio di stile fine a se stesso o in un formalismo arido: ogni permutazione verbale, ogni anagramma e ogni gioco di parole, mostra il lato oscuro e vertiginoso del linguaggio. La combinatoria, quando viene svincolata dal principio di realtà e dalla responsabilità etica del riferimento, si trasforma in una macchina generatrice d’illusione e di delirio ideologico. I tre protagonisti rimangono vittime della loro stessa abilità combinatoria: credendo di dominare il linguaggio attraverso algoritmi e permutazioni, finiscono per essere dominati dalla sintassi autonoma del Piano che essi stessi hanno programmato.
L’infrastruttura intellettuale del libro riflette la vastità enciclopedica dell’esperienza biografica e teorica del suo autore. Nato ad Alessandria nel 1932, Umberto Eco ha impregnato la figura di Jacopo Belbo di una fortissima matrice autobiografica, attingendo ai propri ricordi d’infanzia legati alla Resistenza e al paesaggio nebbioso e malinconico del Piemonte. L’esperienza della guerra vissuta da bambino, la tromba del giovane partigiano che suona sulle colline piemontesi e il trauma dell’ideologia totalitaria fascista costituiscono il contrappeso etico e sentimentale rispetto alle derive intellettualistiche del testo. D’altro canto, la formazione accademica di Eco, culminata nella sua celebre tesi di laurea sulla filosofia di Tommaso d’Aquino nel 1954 presso l’Università di Torino, emerge in ogni riga della prosa. L’insofferenza per la metafisica irrazionale e l’amore per la chiarezza dell’intelletto scolastico permettono all’autore di dominare una materia immensa senza mai cadere nella fascinazione del pensiero magico. La sua profonda familiarità con la cultura dei media, sviluppata negli anni trascorsi alla RAI negli anni Cinquanta e consolidata con la cattedra di Semiotica a Bologna, gli consente di smontare i meccanismi della manipolazione linguistica e della credulità di massa con una precisione chirurgica.
Dal punto di vista dei riferimenti letterari e filosofici, Il pendolo di Foucault si configura come un grandioso dialogo con la tradizione letteraria occidentale. Il modello strutturale più evidente è la Commedia dantesca, riscontrabile nella suddivisione del romanzo in dieci sezioni nominate secondo le dieci Sephirot dell’Albero della Vita cabalistico (da Kether a Malkhut). Ognuna delle centoventi sezioni narrative è preceduta da un’epigrafe tratta da un testo esoterico, filosofico o letterario, creando un fitto tessuto intertestuale che spazia da Agrippa a Paracelso, da René Guénon a Julius Evola, a Jorge Luis Borges. Proprio Borges rappresenta il nume tutelare della concezione ecostiana della biblioteca e del labirinto: la convinzione che il mondo sia una mappa infinita che rimanda costantemente ad altre mappe è chiaramente mutuata da racconti come TLÖN, Uqbar, Orbis Tertius e La biblioteca di Babele.
Allo stesso tempo, il romanzo dialoga apertamente con le strutture del feuilleton e del romanzo d’avventura dell’Ottocento, citando e in parte parodiando Alexandre Dumas, Eugène Sue e Jules Verne, ma rovesciandone radicalmente gli esiti ideologici. Se nel romanzo d’avventura ottocentesco l’enigma viene risolto grazie al trionfo della ragione e della scienza positivista, in Eco la ragione, quando rinuncia alla propria funzione critica per lasciarsi sedurre dalla brama di senso assoluto, finisce per generare i mostri della paranoia e dell’ossessione ideologica. Vi è inoltre un sotterraneo tributo al pensiero di Karl Popper e al concetto di falsificabilità: il Piano elaborato dai protagonisti è letale proprio perché costruito in modo tale da non poter mai essere smentito. Ogni prova contraria, ogni assenza di indizi o ogni coincidenza casuale viene reinterpretata all’interno del sistema come la prova suprema dell’esistenza del complotto stesso.
La cifra distintiva del romanzo risiede nell’esplorazione del concetto di scomposizione della veridicità e nella critica al cosiddetto “pensiero ermetico”. Attraverso una prosa che sa alternare l’ironia accademica all’elegia pastorale, il sarcasmo editoriale al lirismo malinconico, Eco dimostra come la deriva dell’interpretazione sia il vero male del secolo. Se la semiotica ci insegna che il segno è qualcosa che sta per qualcos’altro, l’esoterismo degenerato pretende che ogni cosa stia per tutto il resto, trasformando la realtà in una sterminata foresta di analogie dove nulla significa semplicemente ciò che è. Il pendolo di Foucault, lo strumento fisico inventato da Léon Foucault nel 1851 per dimostrare la rotazione della Terra, diviene così l’immagine simbolo di questa illusione. Esso rappresenta l’unico punto fermo nell’universo, ma un punto fermo puramente relativo, sospeso in una cattedrale della scienza che gli uomini finiscono per trasformare nel tempio di un nuovo e pericoloso irrazionalismo.
Il pendolo di Foucault si conferma quindi come un’opera lirica, colta e tragica sulla solitudine dell’uomo di fronte al silenzio del cosmo. Nel momento in cui i tre protagonisti tentano di riempire il vuoto di senso con la finzione di una trama universale, finiscono per smarrire l’unica verità accessibile, che il romanzo custodisce nella memoria degli affetti semplici, nei gesti quotidiani e nell’accettazione della finitudine humana. A distanza di decenni dalla sua pubblicazione, questa titanica opera di Umberto Eco rimane un avvertimento di sconcertante attualità contro le lusinghe del complottismo, dimostrando come la tentazione di credere che dietro il caos del mondo vi sia un disegno segreto sia, al contempo, la più grande debolezza dell’intelletto e la più rovinosa delle sue illusioni.