di Michele Mari, Einaudi 2025
Il ventitreesimo libro di questo autore, vincitore del premio Strega 2026, è un racconto che mette in scena il tempo come un meccanismo collettivo, una macchina che trita generazioni intere restituendocele in scorcio, come da un finestrino di treno che corre troppo veloce perché si possa distinguere il paesaggio dai dettagli. È un romanzo che, dietro l’apparenza di una commedia di costume ambientata nella Milano borghese, nasconde una delle riflessioni più spietate degli ultimi anni sulla vecchiaia, sulla morte e su ciò che resta di un’amicizia quando le viene tolto tutto fuorché l’abitudine, la routine.

Il patto che dà avvio alla vicenda è di una semplicità quasi infantile, e proprio per questo capace di generare, nel corso dei decenni, conseguenze mostruose. Il 22 luglio, primo anniversario dell’esame di maturità, i trenta ex compagni della III A di un liceo milanese decidono di trasformare una battuta in un rito: ogni anno verseranno una quota in un fondo comune e alla fine, quando il gruppo si sarà assottigliato fino a lasciarne in vita soltanto tre, il montepremi accumulato verrà spartito tra i superstiti. È un gioco di società che nessuno, all’inizio, prende sul serio fino in fondo: uno scherzo goliardico, la scusa per rivedersi ogni anno, un pretesto identitario più che economico. Ma Mari sa bene che non c’è nulla di più serio di uno scherzo che si ripete per cinquant’anni, e costruisce il romanzo esattamente sull’ironia iniziale che, cena dopo cena, s’indurisce in ossessione, in strategia di sopravvivenza al ribasso.
La struttura narrativa segue con pazienza quasi contabile l’evolversi delle cene annuali, che diventano il vero snodo temporale del libro: non capitoli scanditi da un io narrante che riflette, ma tappe di un rituale che si ripete identico nella forma e sempre diverso nella sostanza, perché ogni anno qualche sedia in più resta vuota con un elenco dettagliato di date, malattie, perdite. È il suo un dispositivo narrativo quasi teatrale: la tavola apparecchiata, i convitati che si contano a vicenda con lo sguardo prima ancora di sedersi, la domanda muta che aleggia su ogni portata: chi manca e perché. Mari lavora su questa ripetizione con la pazienza di chi sa che la tragedia umana, in letteratura, funziona meglio se somministrata a piccole dosi regolari piuttosto che in un’unica scena madre. Il lettore, come i personaggi, si abitua alla scomparsa, la mette in conto, e proprio in questa abitudine si annida uno dei nuclei del libro.
Attorno al meccanismo della riffa si dispiega un affresco corale che copre più di settant’anni di vita italiana, filtrato però non attraverso la grande storia ma attraverso le piccole, minute vicissitudini private: matrimoni che naufragano, carriere che si arenano o esplodono, malattie che arrivano una dopo l’altra come portate di un menu che nessuno ha scelto. Mari non concede quasi nulla all’interiorità dei singoli personaggi: vi sono pochissimi momenti di introspezione profonda o di monologo interiore alla ricerca del senso. I trenta ex compagni di classe restano, per gran parte del libro, delle funzioni all’interno del congegno collettivo più che delle coscienze indagate dall’interno. È una scelta stilistica precisa, e insieme un rischio calcolato: rinunciando all’empatia individuale, l’autore sposta il centro drammatico dal singolo destino al destino della classe come organismo, come corpo collettivo che invecchia e si sfalda. Il lettore non si affeziona a un protagonista, si affeziona, semmai, al gruppo intero e soffre non per la morte di questo o quel personaggio ma per l’assottigliarsi implacabile della tavolata. È proprio in questo appuntamento con l’eternità che il titolo richiama il Don Giovanni e il convitato di pietra di Molière.
Sul piano dello stile, Mari conferma la propria fama di prosatore capace di un controllo quasi chirurgico della lingua, ma qui la mette al servizio di un registro diverso da quello, più barocco e memorialistico, di alcune sue opere precedenti. La scrittura è scorrevole, asciutta, percorsa da una vena ironica che non abbandona mai il testo nemmeno nei momenti più cupi: è un’ironia fredda che si nutre del contrasto tra la gravità degli eventi narrati (la morte, la malattia, il tradimento, la vecchiaia che umilia i corpi) e il tono compassato, quasi da cronaca mondana, con cui vengono riportati. Mari elenca diagnosi, bypass, acufeni, protesi, con la stessa cura minuziosa con cui un cronista di società elencherebbe abiti e vini a una cena elegante, e da questo cortocircuito nasce buona parte della nerissima comicità del libro. È una prosa che sa essere crudele senza mai alzare la voce, che colpisce non attraverso il pathos ma attraverso l’accumulo, la ripetizione, il dettaglio clinico portato fino quasi alla tassonomia.
La voce narrante, esterna e onnisciente, si muove con disinvoltura tra i decenni e tra i punti di vista, senza mai fermarsi troppo a lungo su un singolo personaggio, quasi a voler impedire al lettore di affezionarsi troppo a chi, prima o poi, sparirà dalla tavola. Questa scelta ha un effetto straniante e insieme molto efficace: riproduce, sul piano della lettura, la stessa dinamica emotiva vissuta dai personaggi, costretti anch’essi a non investire troppo affetto su chi potrebbe non esserci l’anno successivo. Il romanzo diventa così, in un certo senso, un esercizio di distanza emotiva applicata al lettore stesso, un addestramento al distacco che imita, nella forma, il tema che racconta nel contenuto.
Non mancano, naturalmente, i momenti in cui l’accumulo di dettagli clinici e di piccole miserie umane rischia di appesantire il ritmo: la lunga sequenza di malattie, tradimenti e rancori riproposti di cena in cena può, in alcuni tratti centrali del libro, dare la sensazione di un catalogo più che di una narrazione in divenire. È il prezzo che Mari sceglie consapevolmente di pagare per la sua struttura ciclica: la ripetizione, che è la forza del romanzo, ne è anche occasionalmente il suo limite.
Quello che rende I convitati di pietra un’opera più ambiziosa di una semplice commedia nera di costume è la domanda che cova sotto la superficie ironica per tutto il libro, e che esplode con particolare forza nell’ultima parte, quando il gruppo si riduce a pochi superstiti ormai anziani: cosa significa desiderare di sopravvivere agli altri, quando l’unico premio in palio è restare gli ultimi a un tavolo sempre più vuoto? Mari non risolve questa domanda con un moralismo facile né con un nichilismo compiaciuto. Il romanzo attraversa con lucidità le zone più basse della natura umana senza però arrendersi del tutto a un ritratto disperato della specie. Alla fine la contabilità della sopravvivenza lascerà spazio alla tenerezza.
Sul piano dei riferimenti, il romanzo dialoga apertamente con la tradizione del giallo corale britannico, se pensiamo alla stanza chiusa in cui i personaggi scompaiono uno a uno restando prigionieri di un meccanismo che li sovrasta; ma laddove quella tradizione punta sulla suspense dell’identità dell’assassino, qui non c’è un colpevole se non l’attesa collettiva che tutti condividono e temono.
Chi cerca in un libro il calore dell’empatia verso un singolo protagonista troverà qui trenta figure spesso ridotte a funzione narrativa, tratteggiate con precisione ma tenute volutamente a distanza. È un libro ideale per chi ama i romanzi costruiti come meccanismi a orologeria, in cui la forma stessa (la ripetizione, la scansione annuale, il progressivo assottigliarsi del cast) diventa portatrice di senso quanto e più della trama; è per chi apprezza un’ironia scura, controllata, mai gridata, capace di far ridere e gelare nello stesso paragrafo; per i lettori che hanno già una certa familiarità con il tempo che passa sul proprio corpo e sulle proprie amicizie, e che possono riconoscere in questa parabola grottesca qualcosa di scomodamente vero. È, in definitiva, un libro adatto a chi non ha paura di guardare in faccia l’invecchiamento collettivo di una generazione, senza il filtro consolatorio della nostalgia