di Niccolò Ammaniti, Einaudi 2026
Niccolò Ammaniti, dopo trent’anni passati a raccontare l’infanzia e l’adolescenza come territori di violenza, disagio e verità scomode, torna con Il custode portandosi dietro l’attesa di tanti lettori che conoscono già il suo lessico, i suoi bambini feriti, le sue province italiane sporche di sole e crudeltà. Ma la sorpresa in questo romanzo non sta tanto nei temi, che restano fedelissimi alla sua poetica, quanto nel modo in cui sceglie di attraversarli: ovvero non più con lo sguardo iperrealista e quasi giornalistico che lo ha reso celebre, ma con un registro che si avvicina, con qualche incertezza, al mito e al fiabesco a tinte nere.

La vicenda si svolge in un borgo siciliano sperduto, una manciata di case gettate senza ordine su una grande spiaggia, dove vive la famiglia Vasciaveo: il tredicenne Nilo, la madre Agata, la zia Rosi. Ufficialmente si occupano di marmo, di una piccola attività di lavorazione e vendita che garantisce loro dignità e rispetto. In realtà quell’attività è una copertura, il paravento dietro cui la famiglia nasconde da tempo la custodia di un segreto tramandato di generazione in generazione. Nilo cresce sapendo che presto quel fardello passerà a lui, che l’infanzia gli verrà sottratta non da un evento esterno ma da un’eredità di famiglia, un dovere che nessuno gli ha mai chiesto se volesse assumersi. È in questo equilibrio precario, già di per sé instabile, che irrompe Arianna, giovane donna bella e alla deriva, insieme alla figlia piccola Saskia: il loro arrivo nel paese smuove qualcosa che nella famiglia Vasciaveo era rimasto immobile per generazioni, e costringe Nilo a misurarsi per la prima volta con un desiderio che non ha nulla a che fare con il segreto che è chiamato a proteggere.
Ammaniti costruisce dunque un romanzo di formazione che s’innesta su un impianto di mito greco, un ibrido tra il racconto iniziatico e la fiaba oscura, in cui la Sicilia arcaica e ancora legata a riti pre-cristiani convive senza troppe cerimonie con il presente più immediato: telefoni, disagio sociale, mafia, dinamiche familiari contemporanee. È una scelta ambiziosa, forse la più ambiziosa che l’autore abbia compiuto negli ultimi anni: non limitarsi a fotografare l’adolescenza ferita come ha fatto in tanti libri precedenti, ma provare a innalzarla a dimensione simbolica, a farne il terreno di scontro tra un mondo antico che richiede sacrifici e un mondo nuovo che promette illusoriamente la libertà. Il tema della custodia, che dà il titolo al libro, si sdoppia così su due livelli: da un lato la statua della Gorgone Medusa, dall’altro tutto ciò che le famiglie nascondono, tramandano e impongono senza lasciare margine di scelta, traumi taciuti, segreti mai spiegati, ruoli assegnati prima ancora di poter essere discussi. Il vero nodo drammatico del romanzo, più che il mistero in sé, è la domanda che accompagna Nilo pagina dopo pagina: continuare a proteggere quel sistema che lo ha definito fin dalla nascita, oppure romperlo, pagando il prezzo della libertà con la perdita di tutto ciò che ha sempre conosciuto come casa.
Sul piano stilistico, questo è forse il libro in cui Ammaniti si concede la maggiore distanza dal proprio marchio di fabbrica. Chi si aspetta la violenza esibita, il compiacimento nel dettaglio scabroso, la deformazione grottesca che hanno caratterizzato tanta narrativa dell’autore fin dagli esordi, trova qui una prosa più rarefatta, lirica, pur restando asciutta, sorretta da una tensione sotterranea che raramente esplode in scena aperta. La violenza, quando compare, non è il centro gravitazionale della narrazione né un fine estetico perseguito per se stesso, ma un elemento di contrasto, quasi una nota stonata inserita per far risaltare la delicatezza del resto. È una prosa che lavora per sottrazione più che per accumulo, che preferisce l’atmosfera sospesa al colpo di scena, il non detto all’esibizione. La voce narrante segue il giovane Nilo con una partecipazione che sfiora quasi la compassione religiosa, restituendo un ritratto di adolescente fragile, curioso, spesso ingenuo, mai eroico: un protagonista che non domina gli eventi ma li subisce, cercando faticosamente di galleggiare, di orientarsi in un mondo di adulti che si rivela tutt’altro che semplice o giusto.
Proprio in questo scarto tra l’Ammaniti che il lettore fedele conosce e l’Ammaniti che qui prova a misurarsi con un respiro più metafisico, quasi da romanzo mitico, si gioca il vero rischio del libro, ed è un rischio che non sempre viene vinto fino in fondo. La materia narrativa, un segreto ancestrale, un rito di passaggio, una famiglia isolata custode di qualcosa che sfugge alla ragione comune, avrebbe bisogno, per dispiegarsi con la forza necessaria, di uno spazio narrativo ampio, di una progressione lenta che permetta al lettore di abitare davvero quel mondo sospeso tra mito e cronaca. E invece Il custode è un romanzo breve, quasi un racconto lungo più che un romanzo nel senso pieno del termine, e questa brevità, che in altri contesti potrebbe essere un pregio di sintesi, qui si trasforma spesso in un limite evidente. I personaggi restano tratteggiati più che scavati: Arianna, Saskia, la stessa zia Rosi, custodi anch’esse di segni e silenzi, non hanno lo spazio necessario per diventare pienamente credibili prima che la macchina narrativa li spinga verso l’epilogo. Temi enormi come l’eredità, il sacrificio, il confine tra sacro e profano, l’amore adolescenziale come prima forma di ribellione, vengono aperti con mano sicura ma chiusi in fretta, come se l’autore avesse avuto più cose da dire di quante ne concedesse lo spazio che si era prefissato.
Eppure, anche con questi limiti, Il custode merita attenzione proprio per la direzione che intraprende, per il coraggio di allontanarsi, almeno in parte, da una formula che aveva fatto la fortuna dell’autore. Il continuo dialogo tra arcaico e contemporaneo è condotto con una naturalezza che evita l’effetto posticcio: Ammaniti non forza mai l’incontro tra i due piani temporali, li lascia scorrere paralleli fino a farli sembrare, alla fine, la stessa cosa. E il tema dell’amore, che attraversa il libro in tutte le sue declinazioni, quello adolescenziale e acerbo di Nilo, quello materno spesso imperfetto di Arianna, quello filiale segnato da un’assenza, quello, infine, custodito da secoli dalla famiglia stessa nei confronti di ciò che protegge, restituisce al romanzo una dimensione emotiva che va oltre il semplice mistero, e che è probabilmente il suo lascito più autentico: la scoperta, dolorosa e necessaria, che crescere significa anche imparare a scegliere quali eredità portare avanti e quali, invece, deporre.
La lingua di Ammaniti, in questo romanzo, si fa più controllata, meno urlata rispetto a certe pagine del passato, capace di alternare momenti di tensione quasi trattenuta a passaggi di sorprendente delicatezza lirica. È una scrittura molto visiva, che costruisce immagini nitide, la spiaggia, le case sparse, la penombra della stanza dove la creatura viene custodita, senza però indulgere nella descrizione fine a se stessa: ogni scelta stilistica sembra subordinata all’atmosfera, a quel clima da favola nera che è, insieme al personaggio di Nilo, il vero punto di forza del libro. Se manca la profondità psicologica che una maggiore estensione avrebbe potuto garantire, resta intatta la capacità dell’autore di evocare un mondo sospeso, in cui il confine tra normalità e mostruosità si assottiglia fino quasi a scomparire, e in cui il lettore fatica, come lo stesso Nilo, a distinguere con certezza dove finisca la protezione e dove cominci la prigionia.
Chi cerca la cifra stilistica del primo Ammaniti resterà forse spiazzato da un libro che smorza la violenza a favore dell’evocazione. È questo un romanzo adatto a chi ama le storie disturbanti ma cariche di senso simbolico, a chi apprezza la narrativa più cupa e interiore dell’autore e non teme un finale che lascia più domande aperte di quante ne chiuda; a chi è disposto ad accettare la brevità come cifra stilistica anziché come mancanza, e a leggere in quella rapidità non solo un limite ma anche un invito a completare da sé, con l’immaginazione, ciò che la pagina lascia solo intravedere. È infine un libro che può parlare in modo particolare a chi si interroga sul peso delle eredità familiari, su ciò che viene tramandato senza essere mai davvero scelto, e su quanto coraggio serva, a tredici anni come a qualunque età, per decidere se continuare a custodire un segreto o smettere, finalmente, di portarne il peso.