di Uketsu, 2021
Il rapporto tra la spazialità architettonica e l’inquietudine psicologica ha radici profonde nella letteratura di genere, ma raramente ha trovato un’incarnazione così contemporanea, essenziale e al contempo virale come nelle opere di Uketsu. Con il romanzo Strane case, l’autore giapponese mascherato ha codificato un sottogenere che si potrebbe definire mistero architettonico o dramma della pianta immobile, trasformando un elemento apparentemente banale della vita quotidiana, cioè la piantina di un appartamento in vendita, nel perno drammatico di un incubo claustrofobico e familiare. Per comprendere appieno l’impatto di questo libro sul pubblico occidentale e italiano, è indispensabile tuttavia partire da una singolare anomalia editoriale che ne ha caratterizzato l’uscita nel nostro Paese. In Italia, infatti, i lettori hanno conosciuto l’universo narrativo dell’autore prima attraverso Strani disegni, ma nel cronoprogramma originale dell’autore la sequenza è invertita: Strane case rappresenta la vera genesi del fenomeno Uketsu, il testo primigenio in cui la sua intuizione stilistica si è manifestata per la prima volta in tutta la sua brillantezza. Aver letto i due testi in ordine inverso regala al pubblico italiano una prospettiva peculiare, permettendo di risalire alla fonte di un meccanismo narrativo che in Strani disegni appare già più ramificato, ma che in Strane case conserva la forza dirompente dell’idea pura e originale.

Per comprendere la natura unica di quest’opera occorre spendere qualche parola sulla figura enigmatica del suo creatore. Uketsu non è un autore convenzionale nel senso classico del termine. Nato e cresciuto nella cultura del web giapponese, Uketsu si presenta al pubblico indossando una maschera bianca priva di espressione, un body nero integrale e alterando la propria voce con un sintetizzatore audio dalla tonalità stridula e infantile. Nato come creator su YouTube e scrittore di articoli per blog di intrattenimento surreale e horror, Uketsu ha saputo trasfondere la velocità, la sintesi visiva e la capacità d’ingaggio tipiche dell’era digitale all’interno della struttura classica del romanzo giallo e di paura. Strane case nasce proprio come un video virale su YouTube, in cui l’autore mostrava e analizzava una piantina immobiliare evidenziandone le stranezze strutturali. Il successo travolgente di quel filmato ha spinto Uketsu ad ampliare la vicenda, trasformandola in un vero e proprio romanzo che ha polverizzato i vertici delle classifiche di vendita in Giappone, dando vita a un adattamento cinematografico di enorme successo e consacrando l’autore come uno dei fenomeni culturali più interessanti del Giappone contemporaneo.
La trama di Strane case prende le mosse da una premessa ingannevolmente semplice. Il protagonista, un giornalista e scrittore freelance appassionato di occulto e di storie insolite (chiaro alter ego dell’autore stesso), viene contattato da un suo conoscente, un uomo che sta valutando l’acquisto di una casa unifamiliare a due piani nella periferia di Tokyo. La casa appare moderna, spaziosa, luminosa e venduta a un prezzo decisamente vantaggioso. C’è tuttavia un dettaglio che insospettisce il potenziale compratore e che lo spinge a chiedere un parere: analizzando attentamente la piantina del piano terra, si nota la presenza di uno spazio vuoto, un’intercapedine cieca situata tra la cucina e il bagno, priva di finestre e apparentemente inaccessibile da qualsiasi porta. Per quale motivo un architetto dovrebbe sprecare metri quadri preziosi per creare un volume completamente murato e invisibile dall’esterno? Intrigato dalla questione, il protagonista decide di sottoporre il disegno a Kurihara, un suo amico architetto appassionato di storie di mistero e dotato di una mente analitica quasi deduttiva.
È proprio nell’interazione tra il protagonista e Kurihara che il romanzo accende i suoi motori narrativi. Kurihara non si limita a notare lo spazio cieco al piano terra; analizzando con occhio clinico anche la pianta del primo piano, scopre una serie di anomalie ancora più inquietanti e sottili. La camera da letto del bambino, ad esempio, è situata in una posizione centrale, priva di finestre che diano sull’esterno, ed è strutturata in modo tale da essere preceduta da un doppio giro di porte e da un corridoio cieco che ne impedisce la vista da qualsiasi altro punto della casa. Inoltre, la disposizione dei bagni e dei lavandini appare priva di ogni logica di comodità domestica, creando percorsi obbligati e angoli bui. Unendo questi dettagli apparentemente sconnessi, Kurihara formula un’ipotesi sconvolgente: la casa non è stata progettata per essere abitata da una famiglia convenzionale, bensì per nascondere e agevolare omicidi, garantendo al contempo la reclusione di un bambino e lo smaltimento invisibile di un corpo.
Ciò che parte come un puro esercizio di enigmistica spaziale comincia ben presto a tingersi di sangue e di realtà quando la cronaca nera s’intreccia con la planimetria. La notizia del ritrovamento del corpo mutilato di un uomo in un bosco non lontano dalla casa trasforma le congetture teoriche di Kurihara in una pista concreta. La ricerca della verità spinge il protagonista a scavare nel passato dei precedenti proprietari dell’immobile, portando alla luce un secondo disegno architettonico legato a un’altra abitazione sita in un’altra prefettura, anch’essa caratterizzata da un layout contorto e patologico. La narrazione si sviluppa così lungo un doppio binario: da un lato l’indagine documentale e i colloqui con testimoni e figure oscure legate al passato della casa; dall’altro l’analisi quasi anatomica delle pareti, delle porte, dei passaggi segreti e delle trappole mentali che quegli edifici rappresentano.
Uketsu qui rinuncia quasi completamente al lirismo e alle descrizioni paesaggistiche tradizionali, affidando la quasi totalità del racconto ai dialoghi e, soprattutto, all’inserimento diretto nel testo delle piantine architettoniche. Il lettore si trova costantemente di fronte alle mappe degli appartamenti, invitato in prima persona a verificare le affermazioni dei personaggi, ad analizzare le distanze tra le stanze, a seguire con il dito i percorsi dei corridoi e a scorgere gli angoli ciechi. Quest’approccio interattivo crea un senso di immersione immediato e irresistibile. La prosa è essenziale, dal ritmo incalzante, priva di orpelli, perfettamente tarata sulla sensibilità moderna di chi è abituato a fruire di contenuti visivi e sintetici, ma senza che questo penalizzi la tensione drammatica.
Sotto la superficie del thriller architettonico e dell’enigma della stanza chiusa, Strane case affronta temi profondamente radicati nella psiche e nella società giapponese contemporanea. Il concetto di “casa”, tradizionalmente inteso come luogo di protezione, sacralità e nucleo degli affetti familiari, viene qui trasformato in uno strumento di coercizione, isolamento e violenza intergenerazionale. Le pareti degli edifici di Uketsu non servono a proteggere il mondo interno dalle minacce dell’esterno, ma a custodire i segreti inconfessabili che si consumano dentro le mura domestiche, celando alla vista dei vicini e della società le deformazioni morali di famiglie deviate dal senso di colpa, dalla superstizione o dalla vendetta. La casa diventa così una prigione psicologica prima ancora che fisica, la materializzazione di un trauma ereditario.
In conclusione, Strane case di Uketsu non è soltanto un riuscito thriller da leggere in un pomeriggio, ma un riuscito esperimento letterario che ridefinisce i confini del genere mistery nell’era digitale. La capacità dell’autore di fondere il rigore deduttivo del classico giallo dell’enigma con un’atmosfera horror disturbante e una struttura narrativa moderna rende questo libro un’opera di grande valore intrattenutivo e concettuale. Nonostante in Italia sia arrivato a coronamento di un percorso inverso rispetto a quello originale, il testo dimostra tutta la sua freschezza e la sua primigenia potenza inventiva, confermando Uketsu come uno degli narratori più originali e capaci di intercettare le ansie nascoste della modernità.