di Umberto Eco, Bompiani 2000
Questo testo occupa una posizione singolare nella produzione narrativa di Umberto Eco, collocandosi cronologicamente dopo il successo planetario de Il nome della rosa (1980) e la complessità cosmologica de Il pendolo di Foucault (1988) e L’isola del giorno prima (1994). Eco, nato ad Alessandria nel 1932 e scomparso a Milano nel 2016, arriva a questo romanzo forte di una carriera che ha intrecciato semiotica, filosofia medievale, critica culturale e narrativa, e proprio ad Alessandria, sua città natale, dedica idealmente il romanzo, facendone la patria del protagonista e inserendo un tributo affettuoso, quasi campanilistico, alle proprie radici piemontesi.

Il romanzo si presenta come un vasto affresco storico-fantastico ambientato nel XII secolo, periodo che Eco conosceva con la competenza di chi vi aveva dedicato decenni di studio accademico prima ancora che narrativo. La sua tesi di laurea su Tommaso d’Aquino e i successivi studi sull’estetica medievale costituiscono il substrato erudito su cui si regge l’intera architettura del testo. Protagonista è Baudolino, contadino di umili origini della zona di Alessandria, che viene adottato, in circostanze narrate con tono favolistico, dall’imperatore Federico Barbarossa. Da questo incontro nasce un legame affettivo profondo che attraversa l’intero romanzo e che si intreccia con gli eventi storici del regno: le lotte con i comuni italiani, la fondazione della stessa Alessandria come baluardo antimperiale (paradosso che Eco sfrutta con gusto ironico, dato che sarà proprio Baudolino a suggerire lo stratagemma della vacca che salva la città assediata), e infine la misteriosa morte dell’imperatore durante la terza crociata, annegato nel fiume Salef in Anatolia nel 1190.
È proprio a partire da questo enigma storico realmente irrisolto, la morte di Federico Barbarossa, che Eco costruisce l’ossatura narrativa del romanzo: Baudolino, accusato implicitamente di essere coinvolto nella morte del suo padre adottivo, racconta la propria storia a Niceta Coniata, storico e funzionario bizantino realmente esistito, durante il sacco di Costantinopoli del 1204 a opera dei crociati della quarta crociata. Questa cornice narrativa, un racconto nel racconto affidato alla voce di un mentitore dichiarato, permette a Eco di giocare fino in fondo con uno dei temi più cari alla sua intera opera: il rapporto ambiguo e mai risolto tra verità storica e finzione, tra documento e invenzione.
Baudolino è infatti, per sua stessa ammissione, un bugiardo prodigioso, capace fin da bambino di alterare la realtà attraverso il racconto, al punto che le sue menzogne, ripetute e diffuse, finiscono per generare conseguenze storiche concrete. Il caso più clamoroso riguarda la lettera del Prete Gianni, il leggendario sovrano cristiano d’Oriente la cui esistenza alimentò per secoli l’immaginario geografico e religioso europeo. Eco immagina che sia stato proprio Baudolino, insieme a un gruppo di amici colti conosciuti a Parigi, a redigere materialmente questo documento apocrifo, contribuendo così a costruire uno dei miti più duraturi del Medioevo occidentale. Attraverso questo espediente Eco riflette sulla natura stessa della storiografia, suggerendo che confini tra fonte autentica e falso storico siano spesso meno netti di quanto la disciplina storica voglia ammettere, e che la menzogna, se sufficientemente elaborata e creduta, diventi essa stessa un fatto storico capace di produrre effetti reali.
La seconda parte del romanzo, quella dedicata al viaggio di Baudolino e dei suoi compagni verso il regno del Prete Gianni, abbandona progressivamente l’ambientazione storica riconoscibile per addentrarsi in un territorio dichiaratamente fantastico, popolato da creature mostruose derivate dalla tradizione dei bestiari medievali e dalla letteratura odeporica antica e medievale, dagli sciapodi ai panoti, dai blemmi privi di testa ai satiri. Questo repertorio non è invenzione pura di Eco ma discende da una tradizione letteraria precisa, che include Plinio il Vecchio, Solino, i romanzi di Alessandro e la vasta letteratura sui viaggi meravigliosi in Oriente, di cui Il Milione di Marco Polo rappresenta solo l’esempio più celebre. Eco, semiologo prima ancora che romanziere, mette qui in scena il funzionamento stesso dell’enciclopedia culturale medievale, mostrando come l’immaginario di un’epoca si costruisca per accumulazione di testi, glosse e riscritture piuttosto che per osservazione diretta della realtà.
Sul piano dei riferimenti letterari, Baudolino dialoga apertamente con la tradizione del romanzo picaresco, di cui il protagonista condivide l’origine umile, l’astuzia sopravvivenziale e la capacità affabulatoria, ma anche con il romanzo cortese e cavalleresco, con la tradizione del viaggio fantastico che da Luciano di Samosata arriva fino a Jonathan Swift, e naturalmente con Il nome della rosa, cui il nuovo romanzo può essere accostato per l’ambientazione medievale e per il gusto della ricostruzione filologica, pur distinguendosene per il tono più leggero, quasi picaresco, e per l’assenza della struttura poliziesca che aveva reso celebre il romanzo d’esordio. Va inoltre segnalata l’affinità con la tradizione del romanzo storico manzoniano, non tanto per lo stile quanto per l’idea di fondo che la grande storia sia sempre attraversata e in parte determinata da vicende minori e private, gli “umili” che Manzoni poneva al centro della propria narrazione e che Eco recupera trasformandoli però in agenti attivi, e non semplici testimoni, degli eventi storici.
Dal punto di vista stilistico, Eco conferma la propria maestria nel ricostruire registri linguistici differenziati: il parlato dialettale piemontese di Baudolino bambino, la lingua colta e latineggiante degli ambienti universitari parigini, il greco bizantino filtrato nella voce di Niceta, creano una polifonia linguistica che è cifra distintiva dell’intera opera dello scrittore. Tuttavia, rispetto a Il nome della rosa, la prosa di Baudolino appare più distesa e meno densa di apparati citazionistici, scelta che riflette probabilmente la volontà di Eco di scrivere un romanzo più accessibile, quasi un racconto d’avventura destinato anche a un pubblico meno specializzato, senza tuttavia rinunciare alla propria vocazione erudita.
Non mancano, nella ricezione critica del romanzo, alcune riserve. Diversi commentatori hanno osservato come la seconda metà del libro, quella ambientata nel regno fantastico del Prete Gianni, risulti meno coinvolgente della prima, più storicamente ancorata, e come l’accumulo di episodi fantastici rischi talvolta di appesantire il ritmo narrativo, disperdendo la tensione costruita nella parte iniziale. Altri hanno notato che il personaggio di Baudolino, proprio per la sua natura di bugiardo seriale, risulti più affascinante come costruzione intellettuale che come figura empaticamente coinvolgente, con il rischio che il lettore fatichi a instaurare un legame affettivo profondo con un narratore la cui parola è per definizione inaffidabile. Si tratta di osservazioni legittime, che tuttavia non intaccano il valore complessivo dell’opera, la quale va apprezzata proprio per la sua ambizione di mettere in scena, attraverso la finzione, una riflessione sulla natura stessa della storiografia, elemento nevralgico nella vita dell’autore. Baudolino conferma la capacità di Eco di trasformare l’erudizione in materia narrativa viva, restituendo al lettore un mondo medievale insieme rigoroso nella ricostruzione storica e liberamente inventivo nella sua dimensione fantastica, secondo quella cifra stilistica che ha reso Eco una delle voci più originali della narrativa italiana ed europea del secondo Novecento.