di Alexandre Dumas, 1844
Pubblicato a puntate sul giornale Le Siècle tra marzo e luglio del 1844, I tre moschettieri è uno di quei libri che hanno smesso da tempo di essere soltanto un romanzo per diventare un mito culturale, un serbatoio di immagini, frasi e personaggi che la civiltà occidentale ha assorbito così in profondità da renderli quasi anonimi, come se fossero sempre esistiti. «Tutti per uno, uno per tutti» è una di quelle formule che circolano nel linguaggio comune molto al di là dei lettori del libro, e il nome di d’Artagnan evoca immediatamente un tipo umano, il giovane audace, povero ma fiero, capace di conquistarsi un posto nel mondo con la spada e l’intelligenza, che ormai trascende il romanzo che lo ha creato. Eppure, dietro questa apparente semplicità, dietro il ritmo trascinante delle avventure, dei duelli e degli intrighi di corte, si nasconde un’opera letteraria molto più ricca e stratificata di quanto la sua fortuna popolare non lasci sospettare: un romanzo che riflette sul potere, sull’amicizia, sulla lealtà, e che porta impresso il segno inconfondibile di un autore straordinario, Alexandre Dumas, figlio del generale mulatto Thomas-Alexandre Dumas e nipote di una schiava haitiana, scrittore prodigioso e irregolare, capace di trasformare qualsiasi materia storica in pura energia narrativa.

La vicenda prende le mosse nel 1625, quando d’Artagnan, un giovane guascone di famiglia modesta ma di sangue ardente, lascia il suo paesino di Tarbes per recarsi a Parigi con la speranza di arruolarsi tra i moschettieri del re Luigi XIII. Nel viaggio, a Meung-sur-Loire, viene deriso e picchiato da un misterioso gentiluomo che gli sottrae una lettera di raccomandazione per Monsieur de Tréville, il comandante dei moschettieri. Arrivato a Parigi, d’Artagnan incontra quasi per caso i tre moschettieri più celebri: Athos, nobile malinconico dal passato oscuro; Porthos, vanaglorioso e gaudente; Aramis, devoto aspirante prete che non riesce a rinunciare né alle donne né alle armi. I quattro stringono subito un’amicizia profonda, cementata da una serie di duelli e di avventure che li portano a scontrarsi con il cardinale Richelieu, il potente ministro che manovra la Francia nell’ombra, e con la sua agente più pericolosa, Milady de Winter, una delle figure femminili più affascinanti e inquietanti di tutta la letteratura d’avventura. La trama principale si sviluppa attorno ai fermagli di diamanti della regina Anna d’Austria, donati imprudentemente al duca di Buckingham, favorito inglese: Richelieu vuole smascherare la relazione tra la regina e il duca, i moschettieri devono recuperare i gioielli prima che lo scandalo esploda. Ma intorno a questa ossatura si moltiplicano gli episodi, gli inseguimenti, i tradimenti, le storie d’amore, e soprattutto cresce la figura di Milady, vera antagonista del romanzo, donna di ghiaccio e di veleno che porta con sé un segreto antico, il marchio a fior di giglio impresso sulla spalla come segno d’infamia, e che finirà giustiziata dai moschettieri in una scena di una severità quasi arcaica, quasi shakespeariana.
Per capire come nacque questo romanzo è necessario fermarsi sulla figura di Dumas e sul suo metodo di lavoro, che fu oggetto di polemiche già in vita e che continua a dividere la critica. Alexandre Dumas nacque a Villers-Cotterêts nel 1802 e crebbe in condizioni modeste, figlio di un generale napoleonico morto giovane e dimenticato dallo Stato. Da autodidatta appassionato di storia, teatro e letteratura, si fece largo a Parigi grazie al talento e alla socievolezza, e nei primi anni Trenta si impose come drammaturgo con Henri III et sa cour (1829), testo chiave del romanticismo teatrale francese. Il salto alla narrativa avvenne negli anni Quaranta con una produzione straordinaria per quantità e qualità, che comprendeva, oltre ai Tre moschettieri, Il conte di Montecristo (uscito lo stesso anno, 1844), Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne. La questione della collaborazione con Auguste Maquet, lo storico e scrittore che fornì a Dumas la ricerca storica e la prima impalcatura narrativa dei Moschettieri, è reale ma spesso ingigantita: Maquet tracciava una struttura, Dumas la trasformava in letteratura, e la differenza tra i testi di Maquet da solo e quelli riscritti da Dumas è la differenza tra un meccanismo funzionante e una macchina che vola. La voce, il ritmo, il sarcasmo, la capacità di rendere ogni personaggio immediatamente riconoscibile e vivo sono di Dumas, e nessun biografo onesto lo ha mai contestato seriamente.
Il romanzo si fonda su una fonte storica dichiarata: le Mémoires de M. d’Artagnan di Gatien de Courtilz de Sandras, pubblicate nel 1700 e basate su personaggi realmente esistiti. Il vero Charles de Batz-Castelmore, detto d’Artagnan, fu effettivamente un moschettiere del re, morì nel 1673 all’assedio di Maastricht sotto Luigi XIV, e i suoi colleghi Athos, Porthos e Aramis corrispondono a figure storiche reali, benché Dumas le abbia trasformate quasi irriconoscibilmente. Questa materia storica viene trattata con la libertà sovrana del romanziere di razza: Dumas non si preoccupa dell’esattezza filologica, si preoccupa della verità emotiva, e in questo assomiglia molto più a Shakespeare, che trasformava le cronache di Raphael Holinshed in capolavori drammatici, che agli storici positivisti suoi contemporanei. Il periodo scelto, la Francia di Richelieu e di Luigi XIII, è uno sfondo ideale per un romanzo sull’intrigo e sul potere: il cardinale ministro che governa nell’ombra mentre il re si preoccupa della caccia, la corte come teatro di maschere e inganni, la guerra con la Spagna e il conflitto con gli ugonotti come rumore di fondo di una società in continuo movimento.
Il personaggio di Richelieu merita una riflessione a parte, perché è uno dei grandi personaggi antagonisti della letteratura francese e, insieme, uno dei più ambigui. Dumas non lo dipinge come un villain bidimensionale: Richelieu è intelligente, spietato, ma anche capace di riconoscere il valore nei suoi avversari. Alla fine del romanzo, dopo che i moschettieri hanno sventato i suoi piani e giustiziato Milady, il cardinale concede a d’Artagnan il brevetto di luogotenente dei moschettieri, riconoscendo in lui un uomo di valore. Questo gesto finale, che rovescia ogni semplificazione morale, rivela la complessità del libro: in I tre moschettieri non ci sono buoni assoluti né cattivi assoluti, ci sono uomini e donne che obbediscono a logiche di potere, di onore e di sopravvivenza che li rendono tutti, in qualche misura, comprensibili. Anche Milady, la grande malvagia, ha una storia di vittimizzazione che Dumas lascia intravedere senza assolvere, il marchio d’infamia le fu imposto quando era giovane, da un uomo che la ingannò, e questa ambiguità la rende straordinariamente moderna, molto più interessante della semplice femme fatale che il cinema ha spesso preferito vedere.
Il confronto con Victor Hugo, il grande rivale e contemporaneo, è illuminante. Hugo e Dumas sono i due giganti del romanticismo francese, ma operano su registri opposti: Hugo è il profeta, il poeta cosmico che usa il romanzo per predicare la giustizia e la redenzione (Notre-Dame de Paris, 1831; I miserabili, 1862); Dumas è lo chansonnier del racconto, il narratore puro che non si dà pace finché la storia non scorre da sola. In I tre moschettieri non c’è la riflessione sociale di Hugo, non c’è la denuncia della miseria o dell’ingiustizia sistematica. C’è invece qualcosa di diverso e altrettanto prezioso: la celebrazione dell’energia individuale, della capacità dell’uomo di crearsi un destino attraverso il coraggio e la lealtà. D’Artagnan non ha nulla quando arriva a Parigi — nessun denaro, nessuna protezione, nessun titolo — e si guadagna tutto con le sue azioni. È un romanzo profondamente meritocratico, nel senso più letterale: conta quello che sai fare, non chi sei per nascita.
Il tema dell’amicizia è forse il cuore più intimo del libro, quello che ne spiega la durata nel tempo e l’universalità dell’appello. Il legame tra d’Artagnan, Athos, Porthos e Aramis non è mai sentimentale o pateticamente ostentato: si manifesta nell’azione, nella reciproca copertura, nella disponibilità a rischiare la vita per un compagno senza fare grandi discorsi. Athos in particolare, il più aristocratico, il più misterioso, il più segnato da un passato tragico che il romanzo rivela poco a poco, è una delle creazioni caratteriali più riuscite di Dumas: un uomo che ha perso tutto (la fede, l’amore, la fiducia nel mondo) e che trova nell’amicizia e nel codice d’onore la sola ragione per continuare a combattere. La sua storia con Milady, di cui fu marito, e che lui stesso fece impiccare credendola morta, costituisce il cuore oscuro del romanzo, la zona d’ombra che dà profondità a una vicenda altrimenti tutta proiettata verso la luce e l’azione.
Sul piano della tecnica narrativa, Dumas è un maestro del ritmo e del colpo di scena. Il romanzo, concepito a puntate settimanali, usa tutte le risorse del feuilleton: i finali di capitolo in sospeso, le rivelazioni a sorpresa, i personaggi che ricompaiono nei momenti più inattesi, la simultaneità di azioni parallele narrate a turno. Questa struttura seriale, che la critica accademica ha a lungo considerato come una limitazione, è in realtà una forma di sofisticazione narrativa che anticipa tecniche care al cinema e alla serialità televisiva contemporanea. Dumas sa benissimo che il lettore ha bisogno di essere tenuto in tensione, e costruisce ogni capitolo come una piccola macchina autonoma che al tempo stesso alimenta il meccanismo più grande. In questo senso, i Tre moschettieri sono un testo che parla ancora direttamente agli scrittori di oggi, e non è un caso che autori come Michel Tournier, Patrick Rambaud o Arturo Pérez-Reverte abbiano dichiarato il loro debito verso Dumas.
La ricezione del romanzo fu immediata e trionfale: le puntate sul Siècle portarono un aumento record degli abbonamenti, e la pubblicazione in volume nello stesso anno confermò il successo. Le prime traduzioni italiane apparvero quasi subito, e il testo alimentò rapidamente una tradizione di adattamenti teatrali, cinematografici e televisivi che non si è mai interrotta. Il cinema ha portato i moschettieri sullo schermo decine di volte, da Douglas Fairbanks nel 1921 fino alle versioni più recenti, spesso divertite e ironiche, che testimoniano la capacità del materiale originale di sopportare qualsiasi rielaborazione senza perdere la sua forza. In Italia, la figura di d’Artagnan è entrata nell’immaginario collettivo anche attraverso adattamenti per ragazzi, fumetti e serie animate, segno di una vitalità che pochissimi romanzi dell’Ottocento possono vantare.
Rileggere I tre moschettieri da adulti, dopo averlo incontrato da ragazzi, è un’esperienza peculiare: il romanzo regge perfettamente, ma si arricchisce di sfumature che l’adolescenza non poteva cogliere. La malinconia di Athos, il vuoto sotto la gaiezza di Porthos, la doppiezza calcolata di Aramis, e soprattutto la solitudine fondamentale di d’Artagnan, sempre il più lucido, sempre il più solo nel profondo, emergono con chiarezza nuova. Dumas ha scritto un libro sull’amicizia, sì, ma anche sulla sua impossibilità di durare: già nel romanzo si avverte che quella compagnia irripetibile appartiene a un momento irripetibile, che il tempo la disperderà, e che il giovane guascone che arriva a Parigi sul suo cavallo color giallo non potrà mai tornare indietro. In Vent’anni dopo, il seguito pubblicato nel 1845, quella perdita diventerà esplicita, e i quattro si ritroveranno invecchiati, divisi, su fronti opposti, ancora capaci di gesti d’onore ma incapaci di ritrovare la leggerezza di un tempo. Ma tutto questo è già iscritto, in filigrana, nelle pagine dei Tre moschettieri, nei silenzi di Athos, nella brutalità elegante della scena finale con Milady, nel brevetto che Richelieu firma per d’Artagnan come un congedo mascherato da premio.