di Giovanni Verga, Treves 1881
Pubblicato nel 1881, I Malavoglia rappresenta uno dei vertici assoluti della narrativa italiana dell’Ottocento e il capolavoro indiscusso di Giovanni Verga, il romanziere catanese che, con questo libro, rivoluzionò per sempre il modo di raccontare la realtà nel romanzo italiano. L’opera inaugura il ciclo dei Vinti, un progetto narrativo ambizioso e incompiuto che avrebbe dovuto seguire il destino degli sconfitti attraverso tutti i gradini della scala sociale, dai pescatori di Aci Trezza, come nei Malavoglia, fino agli aristocratici corrotti di Mastro-don Gesualdo (1889), unico altro capitolo portato a termine. Verga concepì questo ciclo sulla scorta di una visione quasi darwiniana dell’esistenza umana: la lotta per la vita è inesorabile, e chi vi partecipa è sempre destinato a soccombere, schiacciato da forze più grandi di lui (il caso, la società, la Storia con la maiuscola) contro cui si muovono gesti quotidiani e silenziosi, spesso anonimi, sempre tragici. In questo senso, I Malavoglia non è soltanto un romanzo verista: è una meditazione profonda sul destino collettivo degli ultimi, sulla resistenza tenace di chi non ha nulla se non la propria dignità e la propria terra.

La storia della famiglia Toscano, soprannominata appunto i Malavoglia, si svolge nel piccolo borgo di Aci Trezza, sulle coste siciliane, negli anni successivi all’Unità d’Italia. La famiglia è composta dal vecchio capofamiglia Padron ‘Ntoni, custode orgoglioso dei valori ancestrali della casa e del mestiere di pescatore, da suo figlio Bastianazzo e dalla nuora Maruzza detta la Longa, e dai nipoti ‘Ntoni, Luca, Mena, Alessi e Lia. Il romanzo prende avvio da una decisione imprudente: Padron ‘Ntoni accetta un carico di lupini a credito per rivendere il prodotto e guadagnare qualcosa, sperando così di migliorare le condizioni della famiglia. Ma la barca, la Provvidenza (lascio a voi riferimenti manzoniani), naufraga durante una tempesta, Bastianazzo muore, il carico va perduto e la famiglia si ritrova indebitata con compare Zio Crocifisso, un usuraio locale soprannominato Campana di legno. Da quel momento si svolge, con ritmo lento e inesorabile, la progressiva rovina della famiglia: la casa del nespolo, simbolo dell’identità familiare, viene messa all’asta e infine perduta, i figli si disperdono, le morti si moltiplicano, e il vecchio Padron ‘Ntoni muore in un ospizio, lontano da tutto ciò che ha amato. Solo il più piccolo, Alessi, riscatterà alla fine la casa del nespolo, ricomponendo un ordine che appare però ormai svuotato di senso, perché i più sono morti o andati via, e la famiglia non esiste più come era stata.
Per comprendere I Malavoglia nella sua piena dimensione è indispensabile tener presente il percorso biografico e intellettuale di Verga. Nato a Catania nel 1840 da una famiglia di proprietari terrieri, Verga trascorse gli anni giovanili tra la Sicilia e Firenze, poi si trasferì a Milano, dove entrò in contatto con la vita mondana e letteraria della borghesia lombarda. Lì scrisse romanzi d’appendice come Eva (1873) e Tigre reale (1875), opere di maniera che seguivano i gusti del pubblico borghese. La svolta arrivò intorno alla metà degli anni Settanta, con la scrittura di Nedda (1874), un bozzetto siciliano in cui per la prima volta Verga rivolgeva lo sguardo verso i ceti popolari con una tensione narrativa nuova, lontana dal sentimentalismo. Ma il vero punto di rottura è rappresentato dal racconto Rosso Malpelo (1878), poi confluito nella raccolta Vita dei campi, dove si manifesta compiutamente la tecnica dell’impersonalità: il narratore scompare, la voce narrante si fonde con quella della comunità, e la storia viene raccontata come se la sapesse già tutta la gente del posto. È in questo laboratorio stilistico che matura la scrittura dei Malavoglia.
Il contributo teorico più importante che Verga elaborò in quegli anni è esposto nella prefazione ai Malavoglia e, ancor più esplicitamente, nella lettera a Salvatore Paola Verdura del 1878, dove enuncia i principi del metodo verista. Verga si oppone alla narrativa tradizionale in cui l’autore commenta, giudica, partecipa emotivamente alle vicende. Al contrario, il romanzo deve dare l’impressione di essersi fatto da solo, come se la realtà si raccontasse senza mediazioni. Questo principio, che la critica ha poi chiamato regressione o abbassamento del punto di vista, si traduce in una scelta stilistica radicale: il narratore dei Malavoglia non usa un italiano letterario, ma un italiano impastato di dialetto siciliano, costellato di proverbi, modi di dire, discorsi indiretti liberi in cui è impossibile distinguere la voce del personaggio da quella di chi racconta. Frasi come «chi esce dal seminato cerca guai» o «il pesce puzza dalla testa» non sono ornamenti folklorici: sono il tessuto connettivo di un mondo che pensa per sentenze, che tramanda saggezza e rassegnazione di generazione in generazione. Questo procedimento avvicina Verga, per certi aspetti, alle tecniche del modernismo europeo che si svilupperà nei decenni successivi e non è un caso che James Joyce e D. H. Lawrence abbiano letto Verga con grande ammirazione, riconoscendo in lui un precursore.
Il confronto con il Naturalismo francese, e in particolare con Émile Zola, è ineludibile ma va fatto con cautela. Verga conosce Zola, ne legge i romanzi, ne condivide l’interesse per i ceti subalterni e l’ambizione scientifica. Tuttavia, tra i due esiste una differenza fondamentale di prospettiva. Zola crede nel progresso, nel positivismo, nella possibilità che la scienza e la letteratura contribuiscano al miglioramento della condizione umana. Verga, al contrario, nutre un pessimismo radicale che non lascia scampo: nella sua visione, il progresso non libera i deboli ma li travolge, e la modernità, incarnata nel romanzo dall’arrivo della ferrovia, dell’emigrazione, dei giovani che fuggono dal paese, non porta riscatto ma disgregazione. Il treno che passa nei pressi di Aci Trezza, evocato nella celebre pagina della prefazione, è il simbolo di una forza che macina tutto senza guardare chi resta indietro. In questo, Verga è più vicino a Thomas Hardy che a Zola, più vicino al pessimismo meridionale che all’ottimismo borghese del positivismo parigino.
Il personaggio di Padron ‘Ntoni è la figura attorno a cui gravitano tutti i valori del romanzo. Vecchio pescatore tenace e orgoglioso, egli è il custode di un ordine arcaico fondato sulla famiglia, sul lavoro, sull’onore e sulla casa. I suoi proverbi, le sue sentenze, la sua resistenza silenziosa alle sventure lo rendono una figura quasi epica, un Ulisse povero e sconfitto che non tornerà mai a Itaca. Il nipote ‘Ntoni, invece, è il personaggio della rottura: tornato dal servizio militare, irrequieto, incapace di accettare la rassegnazione dei padri, finisce per darsi alla contrabbanda, uccide un carabiniere, va in carcere, e al ritorno non trova più posto nel paese. La sua è una storia di fallimento individuale, ma Verga la racconta senza condanna morale esplicita: ‘Ntoni ha semplicemente incontrato il mondo moderno e ne è rimasto schiacciato, come tutti i vinti. La dialettica tra Padron ‘Ntoni e ‘Ntoni è in fondo la dialettica tra tradizione e modernità, tra radici e fuga, che percorre tutta la letteratura meridionale e che Verga fu il primo a tematizzare con questa profondità e questa lucidità.
La figura femminile di maggior rilievo è Mena, soprannominata Sant’Agata per la sua operosità silenziosa al telaio. Mena è costretta a rinunciare al matrimonio con Alfio Mosca, carrettiere onesto che la ama, a causa delle ristrettezze della famiglia e poi, definitivamente, a causa del disonore portato dalla sorella Lia, fuggita con un uomo e diventata prostituta. Nella logica comunitaria del romanzo, il disonore di uno contamina tutti: Mena non può sposarsi, non può essere felice, deve semplicemente sopravvivere. Questa crudeltà silenziosa del sistema sociale è una delle note più dure del libro: Verga non denuncia esplicitamente, ma la forza del racconto lascia nell’aria un senso di ingiustizia tanto più potente perché mai gridata.
Dal punto di vista della struttura narrativa, il romanzo è organizzato secondo una progressione temporale che copre circa un decennio, dagli anni immediatamente successivi all’Unità fino ai primi anni Settanta dell’Ottocento. La narrazione procede per episodi apparentemente frammentari, senza grandi scene madri, senza colpi di scena clamorosi. Le morti (di Bastianazzo, di Luca caduto a Lissa, della Longa stroncata dal colera, di Padron ‘Ntoni consumato dall’abbandono) avvengono quasi di sfuggita, nominate con una laconicità che fa più male di qualsiasi indugio patetico. Questa tecnica narrativa, che la critica ha definito “straniamento”, consiste nel presentare eventi dolorosi con la stessa neutralità con cui si descrive il tempo o la pesca: il dolore è nella sottrazione, non nell’amplificazione. Il lettore non viene guidato al pianto: viene lasciato solo davanti alla realtà, e la realtà è fredda.
La ricezione del romanzo fu, al momento della pubblicazione, inferiore alle aspettative. Il pubblico borghese dell’epoca faticava a riconoscersi in quei pescatori siciliani, in quel dialetto impastato, in quella narrativa priva di eroi e di trionfi. Fu la critica successiva, a partire da Luigi Capuana, amico e sostenitore di Verga, e poi da De Sanctis, Croce, e nel Novecento da Russo e Luperini, a riconoscere il valore epocale dell’opera. Oggi I Malavoglia è considerato uno dei cinque o sei romanzi fondamentali della letteratura italiana, insieme alla Divina Commedia, ai Promessi Sposi, al Gattopardo e a pochi altri. E questa canonizzazione non è arbitraria: il libro ha resistito al tempo perché ha saputo trasformare una storia locale e contingente in una parabola universale sulla fragilità dell’esistenza umana, sulla violenza del progresso, sulla solitudine di chi resta.
Rileggere I Malavoglia oggi significa anche confrontarsi con una questione che la letteratura italiana ha affrontato più volte e mai completamente risolto: il rapporto tra il Sud e il Nord, tra la modernità e il mondo arcaico, tra chi parte e chi rimane. In questo senso, il romanzo di Verga dialoga idealmente con Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, con Fontamara di Ignazio Silone, con i romanzi di Goliarda Sapienza e di Saverio Strati, e perfino con le pagine di Pier Paolo Pasolini sul sottoproletariato. La tradizione dei vinti, inaugurata da Verga, è diventata uno dei filoni più fecondi della letteratura italiana del Novecento, e ogni volta che un narratore italiano sceglie di dar voce agli ultimi, agli immigrati, ai braccianti, ai dimenticati, sta in qualche modo scrivendo all’ombra di Padron ‘Ntoni e della casa del nespolo. I Malavoglia non è soltanto un grande romanzo: è una radice.