di Fred Uhlman, 1971
C’è una certa ironia della storia nel fatto che Fred Uhlman, avvocato e pittore autodidatta nato a Stoccarda nel 1901, abbia scritto il suo capolavoro letterario in inglese, in esilio, a Londra, ricordando in una lingua non sua ciò che era stato il mondo di una lingua che sentiva ormai come estraneo. L’amico ritrovato, pubblicato in inglese nel 1971 con il titolo Reunion, è un libro breve (poco più di cento pagine) eppure appartiene a quella categoria rara di opere che non si misurano in pagine ma in risonanza.

Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo di Stoccarda, ha trentasei anni quando comincia a ricordare. Vive in America, è sopravvissuto, e la sua storia, quella che il romanzo racconta, è concentrata in pochi mesi del 1932, nell’ultimo anno della Repubblica di Weimar, quando aveva sedici anni e conobbe Konrad von Hohenfels. L’incontro fra i due ragazzi è il nucleo attorno a cui tutto ruota: l’amicizia impossibile tra un ragazzo ebreo di classe media e un aristocratico tedesco, figlio di una famiglia con un albero genealogico che risaliva fino ai crociati. Uhlman costruisce questo rapporto con una precisione quasi chirurgica, evitando ogni sentimentalismo facile, ogni melodramma posticcio. Il risultato è qualcosa di molto più devastante: una storia di affezione autentica raccontata con la sobrietà di chi sa già come va a finire.
La struttura del romanzo è quella del racconto-memoria, un genere che nella letteratura del Novecento ha prodotto alcune delle pagine più intense sulla perdita e sulla catastrofe. Si pensi a Se questo è un uomo di Primo Levi, pubblicato nel 1947, dove la memoria diventa strumento morale prima ancora che narrativo. Oppure ai romanzi di Stefan Zweig, in particolare Il mondo di ieri, uscito postumo nel 1942, dove la civiltà europea pre-bellica viene evocata con la stessa nostalgia mescolata a incredulità che attraversa le pagine di Uhlman. Non è casuale il parallelo: Zweig e Uhlman appartengono alla stessa generazione di intellettuali ebrei mitteleuropei che hanno visto il loro mondo dissolversi e hanno tentato di preservarlo nell’unico modo possibile, scrivendolo. Ma mentre Zweig scelse il suicidio nel 1942, incapace di sopravvivere alla fine di ciò che amava, Uhlman scelse l’esilio e più tardi la scrittura.
Ciò che colpisce de L’amico ritrovato è la gestione del tempo narrativo. Il romanzo procede lentamente nella prima parte, quasi con riluttanza, come se il narratore adulto resistesse al compito di rientrare in quel passato. Uhlman descrive Stoccarda con una minuzia affettuosa: le strade, il ginnasio, i profumi, le gerarchie sociali implicite che regolavano la vita scolastica. C’è qualcosa di proustiano in questo recupero del dettaglio, sebbene la prosa di Uhlman sia molto più asciutta di quella di Proust. Dove Marcel Proust, nella Recherche, dissolveva ogni oggetto in una nuvola di associazioni e riflessioni, Uhlman tiene gli oggetti fermi, precisi, quasi fotografici. Una colazione descritta, un’uniforme scolastica, il modo in cui Konrad entra in classe per la prima volta: tutto è reale, tutto è concreto, tutto è già, silenziosamente, perduto.
L’amicizia fra Hans e Konrad si sviluppa attraverso una serie di scambi, libri, conversazioni, visite a casa dell’uno e dell’altro, che Uhlman racconta con un’economia narrativa ammirevole. Non c’è mai una parola di troppo. I due ragazzi vengono da mondi diversi, ma trovano un terreno comune nella cultura, nella musica, in quella vaga aspirazione alla grandezza intellettuale che caratterizza l’adolescenza nei momenti in cui essa è ancora inconsapevole di ciò che la storia le riserva. La casa dei von Hohenfels diventa per Hans un luogo quasi mitico: vi trova quadri, libri rari, una civiltà stratificata che lo affascina e lo intimidisce. Eppure Konrad, nonostante il cognome e gli antenati, appare nel romanzo non come un rappresentante della sua classe ma come un individuo: curioso, generoso, capace di lealtà.
È qui che Uhlman compie la sua operazione narrativa più sottile. Il lettore sa, perché il prologo lo anticipa, che Hans fuggirà dalla Germania e che l’amicizia finirà. Ma non sa come, e soprattutto non sa cosa farà Konrad. Il romanzo costruisce così una tensione doppia: da un lato quella storica, legata all’ascesa del nazismo che avanza sullo sfondo come un’onda sempre più visibile; dall’altro quella personale, legata alla domanda su quale uomo diventerà Konrad von Hohenfels. In questo senso il libro funziona anche come una riflessione sulla formazione del carattere, su quanto le circostanze possano deformare o rivelare una persona. È una domanda che attraversa tutta la letteratura tedesca del periodo, da Thomas Mann a Heinrich Böll, e che Uhlman pone con una brutalità tanto più efficace quanto più è contenuta.
L’ombra del nazismo cresce lentamente nel romanzo, quasi impercettibilmente all’inizio, poi con accelerazione sempre più angosciante. Uhlman mostra come il veleno ideologico si insinui nella vita quotidiana non attraverso eventi catastrofici ma attraverso piccoli cambiamenti di comportamento: un ragazzo che smette di salutare, un professore che modifica il tono delle sue lezioni, una certa tensione nell’aria che diventa normalità. È una tecnica narrativa che ricorda quella di Arthur Schnitzler, scrittore viennese che nelle sue opere aveva già esplorato la permeabilità tra la superficie civile e gli strati profondi dell’irrazionale collettivo. In Uhlman, come in Schnitzler, la catastrofe non arriva improvvisamente: striscia, si adatta, occupa progressivamente ogni spazio.
La biografia di Uhlman è inseparabile dal romanzo. Nato in una famiglia ebrea assimilata, si era formato come avvocato ma aveva sempre coltivato passioni artistiche e letterarie. Quando Hitler salì al potere nel 1933, Uhlman, come Hans, capì in fretta che la Germania non era più un luogo dove poteva vivere. Si trasferì a Parigi, poi in Spagna, e infine a Londra, dove avrebbe trascorso il resto della sua vita. Dipinse, scrisse, e mantenne per decenni un silenzio quasi totale sulla sua esperienza tedesca. L’amico ritrovato uscì quando aveva settant’anni, e fu il suo primo romanzo pubblicato. C’è qualcosa di commovente in questo dato biografico: l’opera di una vita intera che trova forma in un libro breve, scritto in una lingua non natale, a settant’anni, su un’esperienza di più di quarant’anni prima. Come se la distanza temporale e geografica fosse stata necessaria non per dimenticare ma per ricordare nel modo giusto.
Il finale del romanzo è una delle pagine più formidabili della letteratura europea del dopoguerra, e sarebbe un torto al lettore anticiparne i dettagli. Si può dire, senza svelare troppo, che Uhlman sceglie una conclusione che rifiuta il conforto del sentimentalismo e quello, speculare, del cinismo facile. La risposta che Hans riceve, ovvero non riceve, riguardo al destino di Konrad è ambigua nella forma ma inequivocabile nella sostanza, e lascia il lettore in uno stato di sospensione emotiva che è la firma dei grandi libri. Non si piange leggendo L’amico ritrovato, non nel senso convenzionale: si resta invece in silenzio, con la sensazione di aver assistito a qualcosa di irreparabile accaduto con una naturalezza che lo rende ancora più insopportabile.
È utile collocare il romanzo nel contesto della cosiddetta letteratura dell’Olocausto, pur con tutte le riserve che questa etichetta porta con sé. Uhlman scrive prima della catastrofe totale, o meglio scrive del momento in cui la catastrofe stava per compiersi senza che molti lo sapessero ancora. In questo è diverso da Levi, che scrive dall’interno dell’abisso, o da Elie Wiesel, il cui La notte del 1958 racconta l’esperienza della deportazione con una forza diretta e devastante. Uhlman sceglie invece l’ellissi, l’omissione, il bordo del baratro. E questa scelta stilistica, che potrebbe sembrare prudenza o reticenza, si rivela in realtà la strategia narrativa più adatta a questo tipo di storia: quella di un’amicizia spezzata non da una violenza visibile ma da una trasformazione silenziosa, da una resa progressiva all’ideologia, da quell’oscura complicità con il male che non si vede mai nel momento in cui avviene.
Il romanzo ha goduto di una fortuna critica discontinua: ignorato al momento della pubblicazione, fu riscoperto negli anni Ottanta, soprattutto in Francia e in Italia, dove divenne un piccolo classico. La traduzione italiana, pubblicata da Guanda, ha contribuito a costruire attorno al libro una reputazione di testo indispensabile per chiunque voglia capire il Novecento europeo attraverso la letteratura. In questo senso L’amico ritrovato appartiene a una costellazione di opere brevi, si pensi a Vipera di Milano di Giovanni Testori o all’intera opera di Giorgio Bassani, in particolare Il giardino dei Finzi-Contini che attraverso la concentrazione formale raggiungono una profondità che molti romanzi lunghi non toccano.
Il paragone con Bassani è particolarmente fruttuoso. Anche Bassani, nel racconto della comunità ebraica ferrarese sotto il fascismo, sceglie la memoria come struttura portante e la perdita come tema centrale. In entrambi gli autori c’è la stessa incapacità di credere che il mondo che si amava potesse davvero finire, e la stessa consapevolezza retrospettiva che quella incredulità era parte integrante della tragedia. Hans Schwarz, come Giorgio nel romanzo di Bassani, guarda indietro sapendo già tutto ciò che non sapeva allora, e questa doppia visione, quella del ragazzo e quella dell’adulto sovrapposta, crea l’effetto di straniamento che è il vero registro emotivo del libro.
Resta, dopo la lettura, una domanda che il romanzo non risolve perché non intende risolverla: è possibile la vera amicizia attraverso il confine di classe, di religione, di storia? Uhlman non risponde, e nella sua reticenza c’è più onestà intellettuale di quanta se ne trovi in molti romanzi che promettono risposte. Ciò che resta è il ritratto di due ragazzi in un momento preciso della storia, con le loro aspirazioni e le loro ingenuità, circondati da un mondo che stava per implodere. E resta la certezza che quel momento, quei mesi del 1932, quella classe scolastica, quella colazione a casa dei von Hohenfels, era reale, era bello, ed è finito nel peggior modo possibile.