Intrighi politici, amori impossibili e vendette private, si intrecciano sullo sfondo della rivoluzione visionaria guidata da Gabriele D’Annunzio. Li riporta alla memoria il film Alla festa della rivoluzione, diretto da Arnaldo Catinari che l’ha scritto con Silvio Muccino, interpretato da Valentina Romani, Nicolas Maupas, Maurizio Lombardi, Darko Peric e Riccardo Scamarcio, nelle sale dal 16 aprile con 01 Distribution.
Liberamente ispirato all’omonima opera letteraria di Claudia Salaris questo thriller politico è ambientato nella Fiume del 1919, nell’incandescente clima politico che precede il fascismo.
Beatrice, una determinata spia al servizio della Russia, è a Fiume il giorno in cui il vate ed eroe di guerra D’Annunzio dà il via alla sua rivoluzione visionaria e si trova coinvolta in un attentato alla vita del Poeta-Guerriero. Scoprire quali sono i nemici della rivoluzione è di prioritaria importanza: per Beatrice che è lì per proteggere D’Annunzio, per Pietro, il capo dei servizi segreti italiani combattuto tra dovere e ideali, e per Giulio, un medico, disertore della Grande Guerra, vicino agli ambienti anarchici. Sullo sfondo una rivoluzione che intende cambiare il mondo, finendo per modellare il destino di Fiume, di D’Annunzio e dell’Italia, che all’alba degli anni 20 si trova ad un bivio cruciale tra dittatura e rivoluzione.
Catinari racconta quell’impresa nei cinquecento giorni successivi alla fine della Prima guerra mondiale. “Un tempo sospeso tra utopia e deriva, in cui per un breve istante sembrò possibile immaginare un mondo diverso, nel vuoto lasciato dal conflitto e alle soglie di profondi mutamenti destinati a segnare il Novecento – spiega il regista -. La Fiume occupata da D’Annunzio è un luogo in cui arte e vita si confondono, le regole vengono sovvertite e si sperimenta una libertà radicale destinata però a confrontarsi con le forze della Storia. È un microcosmo instabile, attraversato da tensioni che anticipano altre stagioni di trasformazione, in un equilibrio fragile tra impulso rivoluzionario e deriva autoritaria. Emancipazione e controllo, desiderio democratico e costruzione del mito convivono in uno spazio in cui ogni slancio è già esposto al rischio della propria degenerazione”.
In questo senso, Fiume non appartiene soltanto al passato, ma continua a interrogarci. In quell’esperienza emerge una dinamica ancora attuale: il potere non si afferma solo attraverso la forza, ma anche attraverso il racconto che costruisce intorno a sé, la capacità di sedurre e trasformare una visione in immaginario collettivo. La figura di D’Annunzio, sospesa tra tensione utopica e pragmatismo politico, appare così sorprendentemente contemporanea: un leader che intuisce come la politica possa diventare linguaggio, spettacolo e costruzione simbolica.