Nel tempo in cui viviamo, si tende a cercare il giusto e il colpevole, l’eroe e l’assassino, il simbolo del bene come il simbolo del male, come se nel nostro tempo le parole bene e male avessero ancora un senso. Ma dov’è che un buono diventa assassino? E dove il contrario? Da che punto la violenza può generare qualcosa di buono e fino a che punto siamo disposti a indagarci per saperlo?
Tenta di dare una risposta la nuova rilettura del Tito Andronico di Shakespeare, firmata da Davide Sacco portata in scena da Francesco Montanari con Marianella Bargilli in Titus, Why don’t you stop the show? Al Teatro Quirino di Roma dal 30 settembre al 12 ottobre. Un allestimento che non si limita a calcare il palcoscenico, ma invade anche la platea, trasformando lo spazio in un’esperienza immersiva e site-specific. Suoni, immagini e atmosfere creano un ambiente instabile e perturbante, in cui anche lo spettatore viene messo in gioco.
Popoli affiancati, cresciuti sulla stessa terra, ma pronti a vendicarsi, giustizieri di paesi che impongono la pace torturando e vessando, padri e figli proprio come loro in qualche lager del mondo. Ci si abitua a tutto, perfino alla violenza, alle barbarie, e sembra che la violenza successiva sia sempre meno peggiore della precedente, perché è la violenza stessa che educa i nostri occhi a non sviare lo sguardo e la nostra morale a sprofondare in quel buco nero del “è giusto così”.
“Parliamo di una Roma antica, chiaramente, di un popolo germanico e di regine e tribuni, di imperatori e soldati – spiega Sacco -. Ma parliamo di stupri efferati, di umiliazioni e torture, di quel senso mostruoso di normalizzazione, quel sordo stridulo suono che ovatta ogni grido di donna e di madre. Un bambino giace sulla pancia del proprio padre, una donna viene stuprata nel corpo e nell’anima come bottino di guerra, un figlio morto per ogni proprio figlio caduto. Un codice così lontano, ma così mostruosamente vicino, così mostruosamente abituale. E allora il Tito va raccontato, va messo in scena, sperando che almeno in quella strana architettura del teatro qualcuno possa gridare basta e indignarsi, perché questo è il limite più grande del nostro tempo: non ci indigniamo più davanti all’orrore e alle brutture del mondo.