di Viola Ardone, Einaudi Stile Libero 2025
Kostya ha dieci anni quando si mette in viaggio per arrivare dalla nonna Irina, domestica a Napoli. Nello zaino, la foto di una madre mai conosciuta e un indirizzo. Suo padre è al fronte per difendere l’Ucraina appena invasa. Tra soldati che cercano di bloccarlo al confine e sconosciute che gli danno una mano, il bambino riesce ad arrivare. Vita, la signora per cui la nonna lavora, lo scopre addormentato sullo zerbino. Quattro anni fa lei ha perso suo figlio e ora passa le giornate da sola, o con Irina, la domestica che imparato l’italiano leggendo Dante e che lo cita ogni volta che apre bocca. Il piccolo ospite inatteso la costringe di nuovo in quel ruolo che il destino le ha tolto. Poi, quando il padre di Kostya è dato per disperso, Irina torna nel suo Paese a cercarlo. D’impulso, Vita decide di raggiungerla, per aiutarla. Tentare di salvare un altro, del resto, è l’unico modo per salvare noi stessi.
L’autrice rivelazione di Oliva Denaro, Il treno dei bambini e Grande meraviglia, lascia il racconto del Novecento per catapultarsi nel disperato presente della guerra in Ucraina. Esce dal secolo scorso ma non dall’intenzione di scrutare il mondo con gli occhi dei bambini. Viola Ardone, già nota per la sua abilità nel dare voce a personaggi segnati da ferite intime e sociali, qui compie un ulteriore passo in avanti, scegliendo di raccontare non tanto una storia quanto un movimento interiore, un processo di resistenza alla sottrazione, alla perdita, all’idea che la vita possa esaurirsi prima ancora di essere compresa. Il protagonista Kostya lascia indietro il suo Tato, il padre combattente, per aggrapparsi alla padrona di casa dove lavora nonna Irina e che non a caso si chiama Vita.

Il titolo stesso, Tanta ancora vita, si offre come una dichiarazione che è al tempo stesso promessa e interrogativo: quanta vita resta quando sembra che tutto sia già stato consumato dal dolore, e soprattutto in che forma questa vita residua può essere riconosciuta e accolta. Il romanzo si costruisce intorno a questa domanda senza mai trasformarla in slogan o in facile messaggio edificante, preferendo invece un andamento narrativo che accumula piccoli gesti, pensieri trattenuti, ricordi che riaffiorano con la forza discreta di ciò che non è mai stato veramente elaborato. Il piccolo protagonista, la cui interiorità costituisce il vero centro gravitazionale del libro, è una figura che porta in sé una frattura profonda, un trauma che non viene mai esibito in modo spettacolare ma che permea ogni scelta, ogni relazione, ogni tentativo di apertura verso l’altro. Ardone dimostra una notevole sensibilità nel restituire la complessità psicologica di questa condizione, evitando sia il patetismo sia la freddezza clinica, e scegliendo invece una lingua che sembra sempre sul punto di spezzarsi ma che riesce, proprio grazie a questa tensione, a restare autentica.
La scrittura è calibrata, capace di modulare focalizzazioni diverse senza mai perdere coerenza, alternando momenti di intensa introspezione a passaggi in cui la realtà esterna irrompe con una concretezza quasi spiazzante, talvolta comica. In questo equilibrio tra interno ed esterno, si gioca gran parte della forza del romanzo, che riesce a parlare di temi universali come la perdita, il lutto e la speranza senza mai scivolare nell’astrazione o nella generalizzazione. Ogni esperienza è filtrata attraverso uno sguardo specifico, situato, che rende il dolore non un concetto ma una materia viva, mutevole, talvolta persino contraddittoria. Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio la sua capacità di rappresentare la resilienza non come un traguardo da raggiungere, ma come una pratica quotidiana, spesso imperfetta, fatta di ricadute, di stanchezze, di momenti in cui la tentazione di arrendersi sembra più forte di qualsiasi slancio vitale. Ardone non idealizza la forza, non la trasforma in virtù morale, ma la mostra nella sua dimensione più umana, quella di chi continua a vivere non perché ha superato il dolore, ma perché ha imparato, faticosamente, a conviverci.
«La guerra è iniziata per entrambe lo stesso giorno, per me con i carri armati che passano il confine, per lei con il marito che attraversa la soglia di casa»
In questo senso, Tanta ancora vita è un romanzo profondamente etico, non nel senso di una lezione impartita dall’alto, ma come esercizio di attenzione verso l’altro, come invito a riconoscere la complessità delle storie che ci attraversano e che spesso restano invisibili sotto la superficie delle apparenze. La struttura del libro segue questa stessa logica di discrezione e gradualità, evitando colpi di scena eccessivi o soluzioni narrative troppo nette, e preferendo invece un procedere per accumulo emotivo, in cui ogni episodio, ogni incontro, ogni ricordo contribuisce a delineare un quadro sempre più denso e stratificato. Il tempo narrativo è un tempo interiore, che non coincide necessariamente con la cronologia degli eventi, ma che si dilata e si contrae in base all’intensità dei vissuti, rendendo il passato una presenza costante, mai del tutto relegata alla memoria. Questo uso del tempo è particolarmente efficace nel restituire la sensazione di sospensione che accompagna chi vive una condizione di dolore protratto, una sorta di presente continuo in cui il futuro fatica a prendere forma e il passato insiste con la sua carica irrisolta.
Anche i personaggi secondari, pur non occupando il centro della scena, sono tratteggiati con cura e attenzione, evitando stereotipi e funzioni puramente strumentali alla trama, e contribuendo invece a creare un tessuto relazionale credibile e complesso, in cui ogni legame è attraversato da ambivalenze, fraintendimenti, slanci e ritrosie. Ardone mostra una particolare abilità nel descrivere le dinamiche affettive, cogliendo con precisione quei piccoli gesti e quelle frasi apparentemente innocue che possono assumere un peso enorme quando si è in una condizione di vulnerabilità. La comunicazione, o meglio la sua difficoltà, diventa uno dei temi sotterranei del romanzo, che esplora il modo in cui il dolore possa isolare, rendere opache le parole, creare distanze anche là dove esiste un desiderio autentico di vicinanza. Eppure, accanto a questa dimensione di chiusura e fatica, il libro lascia sempre spazio a una possibilità di apertura, a un’idea di relazione come luogo in cui, nonostante tutto, può ancora germogliare qualcosa di vivo. Questa speranza non è mai gridata, non assume mai i toni della redenzione, ma si manifesta in modo quasi carsico, attraverso dettagli minimi, quella polvere attraverso la quale Irina scruta la realtà, incontri imprevisti, momenti di quiete che non cancellano il dolore ma lo rendono, per un istante, meno assoluto.
La prosa di Ardone accompagna questo movimento con grande sensibilità, scegliendo immagini sobrie, mai compiaciute, capaci di evocare senza sovraccaricare, di suggerire senza spiegare. C’è in questo libro una fiducia profonda nel lettore, nella sua capacità di cogliere le sfumature, di abitare i non detti, di accettare una narrazione che non offre risposte definitive ma apre spazi di riflessione. “Tanta ancora vita” si inserisce così in una tradizione di narrativa contemporanea che rifiuta la semplificazione e che sceglie di confrontarsi con la complessità dell’esperienza umana senza ridurla a formule consolatorie. È un romanzo che parla della fragilità senza trasformarla in marchio identitario, che riconosce il dolore senza farne l’unico orizzonte possibile, e che soprattutto afferma, con una voce sommessa ma tenace, che la vita non si esaurisce nei momenti di pienezza apparente, ma continua a scorrere anche nelle zone d’ombra, nelle pause, nelle attese.
Questa affermazione, lungi dall’essere retorica, è il risultato di una scrittura che ha il coraggio di restare fedele alla complessità, di non cedere alla tentazione di chiudere tutto in un significato univoco. Il lettore che si avvicina a questo libro non troverà una storia da consumare rapidamente, ma un’esperienza di lettura che chiede tempo, attenzione, disponibilità emotiva, e che proprio per questo sa restituire molto, lasciando una traccia duratura. Alla fine della lettura, ciò che rimane non è tanto il ricordo di una trama quanto una sensazione diffusa, un’eco che continua a risuonare, fatta di domande aperte, di immagini discrete, di una consapevolezza rinnovata della fragilità e insieme della tenacia che abitano ogni esistenza. “Tanta ancora vita” è dunque un romanzo maturo, profondo, che conferma Viola Ardone come una delle voci più sensibili e attente della narrativa italiana contemporanea, capace di coniugare rigore stilistico ed empatia, introspezione e apertura al mondo, e di ricordarci, senza proclami ma con la forza silenziosa della buona letteratura, che anche quando tutto sembra consumato, resta sempre, da qualche parte, tanta ancora vita.