di Ivan Turgenev, 1862
Pubblicato nel 1862, Padri e figli (Otcy i deti nell’originale russo) è il romanzo più celebre e controverso di Ivan Sergeevič Turgenev, un’opera che nel momento stesso della sua apparizione scosse profondamente la società russa, dividendo critica e pubblico con una violenza quasi pari a quella delle idee che il libro conteneva. Turgenev era allora un uomo di cinquantaquattro anni, già autore dei Racconti di un cacciatore (1852), quella raccolta di ritratti della vita contadina che gli aveva guadagnato fama europea e l’ammirazione di Flaubert, con il quale avrebbe intrattenuto per decenni una delle amicizie letterarie più fertili del secolo. Eppure Padri e figli rappresenta qualcosa di qualitativamente diverso: non più la malinconica elegia del mondo rurale, ma l’anatomia spietata di un’intera generazione e del suo scontro con quella che l’aveva preceduta.

Il romanzo nacque in un momento cruciale della storia russa: sei anni prima Alessandro II aveva abolito la servitù della gleba, e la Russia stava attraversando un periodo di trasformazione tumultuosa, in cui le ideologie radicali, il populismo, il materialismo, l’ateismo militante, si diffondevano rapidamente tra la gioventù intellettuale, in aperta rottura con i valori liberali e romantici della generazione precedente. Turgenev, che viveva quasi stabilmente in Europa occidentale e in particolare a Baden-Baden vicino alla cantante Pauline Viardot, di cui fu innamorato per tutta la vita, guardava a questa trasformazione con l’occhio acuto e insieme inquieto di chi appartiene a due mondi senza appartenere interamente a nessuno dei due.
La trama del romanzo è volutamente semplice, quasi da commedia di costume: Arkadij Kirsanov torna nella tenuta di famiglia dopo aver completato gli studi a Pietroburgo, portando con sé l’amico Evgenij Vasilevič Bazarov, un giovane medico di umili origini che si professa nichilista. Il padre di Arkadij, Nikolaj, e soprattutto lo zio Pavel, rappresentano la generazione degli anni Quaranta, liberali romantici formatisi sulle idee di Schiller, Hegel e i poeti tedeschi, nostalgici di un’epoca in cui la questione dell’anima e i grandi interrogativi morali sembravano ancora rilevanti. L’arrivo di Bazarov mette in crisi questa quiete provinciale. Il giovane nichilista respinge con sprezzante logica ogni autorità, ogni tradizione, ogni sentimento che non sia riducibile a un dato empirico verificabile. «Un chimico è venti volte più utile di qualsiasi poeta,» afferma con la sicurezza assoluta di chi ha trovato nella scienza la risposta a ogni domanda. Questo scontro generazionale, reso con una precisione quasi sociologica, è il motore narrativo del romanzo, ma Turgenev è troppo grande per lasciarlo in superficie. Quello che rende Padri e figli un’opera immortale è la progressiva erosione della certezza di Bazarov, la sua discesa verso quella zona d’ombra in cui la logica si incrina e il cuore reclama la sua parte.
Bazarov è una delle creature più potenti della letteratura russa dell’Ottocento, e il confronto con altri “uomini superflui” della tradizione è inevitabile. Lermontov aveva creato Pečorin in Un eroe del nostro tempo (1840), il prototipo dell’individualista bello e dannato, incapace di amare e di agire con coerenza morale. Gončarov aveva dato vita a Oblomov (1859), l’inetto per eccellenza, paralizzato dall’inerzia e dall’incapacità di tradurre il pensiero in azione. Bazarov sembra il rovesciamento di entrambi: non è inerte, è energico; non è romantico, è materialista; non è aristocratico, è figlio di un medico di campagna. Eppure condivide con loro una solitudine fondamentale, un’incapacità di inserirsi pienamente nel tessuto della vita sociale e affettiva. La differenza cruciale è che Bazarov non è vittima della società, ma la sfida apertamente, con un’arroganza intellettuale che ha qualcosa di titanico. È questa hybris, il rifiuto di riconoscere qualsiasi limite al proprio sistema di pensiero, che prepara la sua caduta, e la caduta è tragica proprio perché è interna, non imposta dall’esterno.
Il punto di svolta narrativo è l’incontro con Anna Sergeevna Odintsova, vedova ricca e intelligente che incarna qualcosa che Bazarov non aveva previsto nella sua geometria del mondo: una donna che gli è intellettualmente pari e verso la quale sente nascere un sentimento che la sua teoria non contempla. L’amore, che il nichilismo aveva archiviato come pura fisiologia, si presenta a Bazarov come un’esperienza irriducibile all’analisi. La scena in cui dichiara il suo amore a Odintsova è tra le più toccanti del romanzo: il personaggio che aveva proclamato che «la natura non è un tempio ma un’officina» si trova improvvisamente di fronte al proprio limite, e la risposta fredda di Odintsova, che ammette di ammirarlo ma non di amarlo, è uno dei momenti più crudeli e onesti di tutta la narrativa turgeneviana. Turgenev non concede consolazioni. Non c’è redenzione sentimentale, non c’è il trionfo romantico dell’amore. C’è solo il silenzio dopo una dichiarazione respinta, e in quel silenzio il lettore percepisce qualcosa che s’incrina nell’architettura del personaggio.
La questione del nichilismo è centrale e merita un approfondimento storico. Il termine, che Turgenev fu tra i primi a usare in senso letterario e politico, designava nel dibattito russo degli anni Sessanta una posizione filosofica precisa: il rifiuto di ogni autorità non fondata sulla ragione empirica, il materialismo assoluto, l’ateismo militante e la convinzione che la scienza fosse l’unico strumento valido di conoscenza e trasformazione del mondo. Questa posizione era strettamente collegata al pensiero di figure come Nikolaj Černyševskij, il cui romanzo Che fare? (1863), pubblicato l’anno dopo Padri e figli, divenne il vangelo della gioventù radicale e il testo di riferimento per generazioni di rivoluzionari, fino a Lenin, che ne prese il titolo per un suo celebre pamphlet politico. La critica radicale, rappresentata da Dmitrij Pisarev, lesse Bazarov con entusiasmo, vedendo nel personaggio un eroe positivo, il prototipo dell’uomo nuovo. La critica conservatrice, al contrario, accusò Turgenev di aver creato un pamphlet antipatriarcale. La sinistra lo biasimò per non aver reso Bazarov abbastanza eroico. La destra lo condannò per averlo reso troppo affascinante. Turgenev si trovò in mezzo a un fuoco incrociato che lo ferì profondamente, e in varie occasioni affermò che Bazarov era il personaggio di cui andava più orgoglioso e quello che gli aveva procurato più sofferenza.
La struttura del romanzo è magistralmente equilibrata. Turgenev lavora per contrasti: la tenuta degli Kirsanov, con la sua atmosfera sonnolenta e autunnale, si oppone alla casa di Odintsova, fredda e algida come la sua padrona; il paese natale di Bazarov, con i genitori anziani adoranti e impotenti di fronte alla statura intellettuale del figlio, costituisce il contrappunto più straziante. La scena in cui Bazarov torna dai genitori, dopo il rifiuto di Odintsova, è tra le più belle del romanzo: il vecchio padre che lo guarda con occhi pieni di un amore che il figlio non sa ricevere, la madre che gli si avvicina in punta di piedi per non disturbarlo. In questa sequenza Turgenev tocca qualcosa di universale, che trascende il contesto storico e ideologico: la distanza inevitabile che si crea tra generazioni che si amano ma non si capiscono, e il dolore sordo che ne consegue. È qui che il titolo del romanzo rivela la sua profondità: non si tratta solo dello scontro tra nichilismo e liberalismo romantico, ma della frattura antropologica che separa ogni figlio da ogni padre, ogni nuova generazione da quella che l’ha preceduta.
La morte di Bazarov, causata da un’infezione contratta durante un’autopsia, ha fatto molto discutere. C’è chi l’ha letta come una punizione simbolica inflitta dall’autore al suo personaggio, chi come un tributo alla grandezza tragica dell’eroe, chi come il segno della impotenza del nichilismo di fronte al dato biologico. Probabilmente è tutte queste cose insieme. Ciò che è indiscutibile è la qualità della scena finale: Bazarov moribondo che manda a chiamare Odintsova, non per rivendicare la propria ideologia ma per guardare ancora una volta il volto della donna che ha amato. In quel gesto c’è la resa dell’intelletto davanti al sentimento, e insieme la conferma che Bazarov era un essere umano più grande della propria teoria. La sua è una delle uscite di scena più memorabili della letteratura ottocentesca, densa di ironia e malinconia.
Il confronto con altri romanzi europei contemporanei è illuminante. Nel 1857 Flaubert aveva pubblicato Madame Bovary, opera con cui Padri e figli condivide la tecnica del realismo disincantato e la volontà di smontare i miti romantici. Ma Emma Bovary è vittima dei propri sogni, mentre Bazarov è vittima della propria lucidità. In Inghilterra, George Eliot stava costruendo in quegli stessi anni i grandi affreschi di Middlemarch (1871-72), in cui anche la questione del conflitto tra ideale e realtà era centrale. Dostoesvkij, che non amava Turgenev e lo combatteva con la penna, risponderà indirettamente a Padri e figli con Delitto e castigo (1866) e I demoni (1872), nei quali il nichilismo viene portato alle sue conseguenze più oscure e violente. La differenza fondamentale tra i due grandi rivali della letteratura russa è che Turgenev guarda al nichilismo con empatia e distanza critica insieme, mentre Dostoesvkij lo condanna in nome di una fede cristiana tormentata ma incrollabile. Tra questi due poli si può leggere tutta la letteratura russa del secondo Ottocento.
Lo stile di Turgenev è un piacere in sé, indipendentemente dalle questioni tematiche. La sua prosa è chiara, musicale, capace di alternare il dialogo serrato e vivace alle descrizioni paesaggistiche di grande respiro lirico. I paesaggi in Padri e figli non sono mai decorativi: riflettono sempre uno stato d’animo, accompagnano o contraddicono le azioni dei personaggi. La Russia delle steppe, con i suoi tramonti infiniti e i suoi silenzi pesanti, è uno sfondo che diventa presenza quasi corale. Henry James, che di Turgenev fu lettore appassionato e studioso attento, riconobbe in lui il maestro della “scena”, cioè della capacità di costruire situazioni drammatiche precise e cariche di significato senza bisogno di commento autoriale. Questa tecnica anticipatrice del modernismo fa di Turgenev un autore che ha parlato ai posteri forse più che ai suoi contemporanei.
Rileggere Padri e figli oggi significa confrontarsi con una domanda che non ha smesso di essere attuale: è possibile costruire un sistema di valori esclusivamente razionale, spogliato di ogni eredità sentimentale e tradizionale, e viverci dentro senza pagarne un prezzo interiore? Bazarov risponde di sì mentre la vita risponde di no. In questa tensione, che Turgenev mantiene aperta senza risolverla in una tesi, risiede la modernità duratura di un romanzo che è, a un tempo, documento storico, ritratto psicologico, elegia e sfida.