di Gustave Flaubert, 1856
Pubblicato a puntate sulla Revue de Paris tra il 1856 e il 1857, Madame Bovary di Gustave Flaubert rappresentò allo stesso tempo uno scandalo, un processo, una dichiarazione di guerra alla mediocrità borghese e un monumento alla perfezione stilistica che avrebbe ridefinito per sempre i confini della narrativa occidentale. Flaubert fu trascinato in tribunale con l’accusa di oltraggio alla morale pubblica e religiosa, la stessa accusa mossa nello stesso anno a Charles Baudelaire per I fiori del male, e sebbene fosse assolto, il processo rivelò quanto il romanzo avesse colpito nel profondo le ipocrisie di un’epoca. Che un’opera fosse giudicata oscena non per i suoi contenuti espliciti, ma per il modo in cui ritraeva senza condanna una donna adultera, dice molto sulla portata rivoluzionaria di questo libro. Flaubert non prendeva posizione morale: guardava, e questa freddezza dello sguardo era di per sé eversiva.

Gustave Flaubert nacque a Rouen nel 1821, figlio di un chirurgo di buona reputazione, e trascorse gran parte della sua vita appartato nella tenuta di Croisset, lungo la Senna, coltivando un’idea quasi ascetica della letteratura. Nevrotico, perfezionista, profondamente misantropo e al tempo stesso dipendente dall’amicizia epistolare, la sua corrispondenza con George Sand e con Louis Bouilhet costituisce uno dei documenti più affascinanti della poetica ottocentesca, Flaubert concepiva la scrittura come un atto di resistenza alla volgarità del mondo reale. «Madame Bovary, c’est moi», avrebbe detto, rivendicando con ironia e sincerità insieme quella identificazione con la protagonista che è la chiave di lettura più intima del romanzo. In Emma Bovary c’è il sogno romantico frustrato, l’ansia di bellezza in un mondo ottuso, la voracità sentimentale che divora chi la possiede: tutto ciò che Flaubert aveva conosciuto in sé stesso e nei libri.
La trama è apparentemente semplice, quasi banale nella sua struttura: Emma Rouault, figlia di un agiato contadino normanno, cresce in convento nutrendosi di romanzi sentimentali, sogna la grande vita aristocratica, sposа il dottor Charles Bovary, medico di campagna goffo e innamorato, e scopre quasi immediatamente l’abisso tra le sue fantasie e la realtà. Trasferitasi dapprima a Tostes e poi a Yonville-l’Abbaye, Emma cerca di colmare quel vuoto attraverso due relazioni adulterine, una con il dandy Rodolphe Boulanger, cinico e seduttore, e l’altra con il giovane studente di legge Léon Dupuis, romantico e poi ugualmente mediocre, accumulando debiti enormi per comprare oggetti che simulino l’eleganza sognata, finché la realtà la travolge e lei si avvelena con l’arsenico sottratto alla farmacia di Homais. Charles, ignaro fino alla fine, muore di dolore poco dopo. La figlia Berthe finisce in una filanda. Homais, il farmacista positivista e chiacchierone, ottiene la Croce d’Onore.
Ma ridurre Madame Bovary alla sua trama è come descrivere la Cattedrale di Chartres elencando le pietre. Ciò che conta è il modo in cui quella storia viene raccontata, e il modo di Flaubert è qualcosa di mai visto prima. Flaubert impiega cinque anni a scrivere questo romanzo (dal 1851 al 1856) torturandosi su ogni frase, leggendo ad alta voce ogni periodo nel suo “gueuloir” (lettura ad alta voce, quasi urlata) per testarne la musicalità, tagliando senza pietà tutto ciò che gli sembrava retorico, sentimentale, compiacente. Il risultato è una prosa che ha la precisione del bisturi e la risonanza della musica da camera: ogni aggettivo è necessario, ogni scena è calibrata, ogni dialogo rivela e nasconde insieme. Non c’è un narratore che ci guidi moralmente: Flaubert pratica quello che i critici hanno poi chiamato il “discorso indiretto libero” con una maestria assoluta, scivolando dentro e fuori la coscienza di Emma senza segnali espliciti, lasciando che il lettore percepisca i suoi pensieri come se fossero propri, pur mantenendo sempre una sottile, impercettibile distanza ironica.
Questa tecnica narrativa era in parte influenzata da Balzac, Flaubert ammirava e disprezzava insieme l’autore della Comédie humaine, troppo caotico e prolisso ai suoi occhi, ma soprattutto derivava da una riflessione teorica personalissima sul realismo. Se per Balzac il realismo significava accumulare dettagli sociali per restituire la totalità del mondo borghese, per Flaubert significava selezionare con spietata esattezza i dettagli rivelatori, quelli capaci di illuminare un carattere o una situazione con la forza di un’epifania. È celebre la scena del ballo al castello de la Vaubyessard, dove Emma danza, vede la duchessa di vecchissima età che mangia con le mani, osserva gli aristocratici e per la prima volta tocca con mano il mondo che aveva sognato, ma è un mondo che la esclude, e lei lo capisce, e noi lo capiamo con lei, in una vertigine di desiderio e umiliazione che Flaubert rende senza commentare mai, solo mostrando i dettagli giusti. O si pensi alla celeberrima scena del comizio agricolo, dove i discorsi altisonanti dei notabili sul progresso e la patria si intrecciano con i dialoghi amorosi di Rodolphe ed Emma, in un montaggio che anticipa il cinema e svuota di senso sia la retorica pubblica sia la passione privata, riducendole entrambe a paccottiglia sentimentale.
Emma Bovary è uno dei personaggi più discussi e fraintesi della letteratura mondiale. Per molti critici ottocenteschi, e per i pubblici ministeri del processo, era semplicemente un’adultera da condannare, esempio negativo di donna che trasgredisce i propri doveri. Per i lettori moderni è diventata un’icona dell’alienazione femminile, della donna soffocata da una società che non le concede altro destino che il matrimonio e la maternità. La critica femminista, da Simone de Beauvoir in poi, ha giustamente riconosciuto in Emma una vittima della struttura patriarcale che le ha riempito la testa di sogni romantici attraverso i romanzi e poi l’ha intrappolata in una realtà senza sbocchi. Ma Flaubert non è un romanziere a tesi, e Emma non è solo una vittima: è anche una consumatrice compulsiva, una madre distratta, una manipolatrice sentimentale, una donna incapace di amare davvero ciò che ha perché eternamente innamorata di ciò che non ha. La sua tragedia è universale precisamente perché non è innocente.
Il rapporto con i libri, ovvero con i romanzi che Emma ha letto in convento, è centrale nel romanzo in modo quasi meta-letterario. Emma è stata formata dalla letteratura romantica, da Walter Scott, da Chateaubriand, dai feuilleton sentimentali dell’epoca: la sua visione del mondo è una visione letteraria, costruita su cliché narrativi che la realtà sistematicamente smentisce. I suoi amanti non sono i principi sognati ma uomini ordinari e meschini; i paesaggi normanni non sono le brughiere scozzesi di Scott; la vita provinciale non ha il ritmo dell’avventura. Flaubert, che aveva divorato quegli stessi romanzi e li aveva amati prima di rifiutarli, costruisce un atto di critica letteraria dentro un romanzo: mostra, con crudele tenerezza, cosa succede a chi confonde la vita con la letteratura. In questo senso Madame Bovary dialoga con il Don Chisciotte di Cervantes, l’altro grande romanzo che vede i libri come trappola (troppo scontato pensare a Paolo e Francesca), e anticipa il Bouvard et Pécuchet che Flaubert lascerà incompiuto alla morte, nel 1880, summa comica della stupidità umana alimentata dal sapere libresco.
La galleria dei personaggi secondari è altrettanto straordinaria. Charles Bovary è una figura di rara complessità: stupido sì, ma non cattivo, capace di un amore autentico e cieco che Emma non riesce a vedere né apprezzare, vittima quanto lei ma senza la sua inquietudine. Rodolphe è il seduttore di maniera, consapevole dei propri meccanismi e quindi vuoto dentro, che abbandona Emma con una lettera calcolata e piena di luoghi comuni, e Flaubert ci mostra il momento in cui Rodolphe la scrive, guardando dalla finestra i propri campi con soddisfazione: è uno dei ritratti più fulminanti del cinismo sentimentale della letteratura. Homais, il farmacista, è invece la grande creatura comica e terrificante del romanzo: chiacchierone, progressista da salotto, adoratore del positivismo scientifico e della propria importanza sociale, è il simbolo della borghesia trionfante e miserevole che Flaubert detestava visceralmente. Il fatto che alla fine sia lui il vero vincitore, con la sua Croce d’Onore, la sua farmacia prospera, la sua reputazione intatta, è l’ultimo, amaro commento di Flaubert sulla giustizia del mondo.
L’influenza di Madame Bovary sulla letteratura successiva è semplicemente incalcolabile. Henry James ne trasse la lezione fondamentale del “punto di vista” come strumento narrativo e ne parlò come del primo romanzo moderno in senso proprio. Marcel Proust, che a Flaubert dedicò uno dei suoi saggi critici più acuti, riconobbe nel suo stile indiretto libero il precursore della grande esplorazione della coscienza che sarebbe diventata Alla ricerca del tempo perduto. Tolstoy, che in Anna Karenina avrebbe costruito una storia analoga (moglie infelice, adulterio, suicidio) ebbe certo presente il romanzo francese, pur spostandosi verso un diverso impianto morale e spirituale. D.H. Lawrence, Virginia Woolf, Gustave Flaubert stesso nel suo L’educazione sentimentale: tutto ciò che la narrativa del Novecento ha esplorato in termini di soggettività, flusso di coscienza, ironia narrativa, nasce in parte da quella tenuta di Croisset dove un uomo tormentato leggeva ad alta voce le proprie frasi nel silenzio della notte.
Rileggere Madame Bovary oggi significa confrontarsi con un’opera che non ha invecchiato di un giorno sul piano artistico e che rimane inquietante sul piano esistenziale. Il “bovarismo”, termine coniato dal filosofo Jules de Gaultier nel 1892 per descrivere la tendenza a concepirsi diversi da ciò che si è, ad alimentare fantasie che la realtà non potrà mai soddisfare, è diventato una categoria psicologica e culturale che descrive qualcosa di profondamente moderno, anzi di ipermoderno: l’epoca dei social media, del consumismo dell’immagine, della vita vissuta come performance di un sé ideale, sembra fatta per produrre bovarismi di massa. Emma Bovary che compra stoffe e oggetti per simulare un’eleganza che non può permettersi, che costruisce con i propri amanti scenari da romanzo invece di relazioni reali, che non riesce a stare nella propria vita perché è sempre altrove nella propria testa: è una figura che il lettore contemporaneo riconosce senza fatica, forse con qualche disagio in più di quanto vorrebbe ammettere. Flaubert scrisse il romanzo di un’epoca e scrisse, senza saperlo, il romanzo di tutte le epoche successive. Ecco perché alcuni libri diventano classici e altri finiscono al macero.