di Johann Wolfgang von Goethe, 1809
Pubblicato nel 1809, quando Goethe aveva sessant’anni e alle spalle già due delle opere più celebrate della letteratura europea (I dolori del giovane Werther e il primo Faust) Le affinità elettive è forse il romanzo più freddo e più bruciante che egli abbia scritto, quello in cui la distanza dello scienziato e la febbre del poeta si incontrano in un equilibrio che nessun altro libro della sua carriera raggiunge con uguale precisione. Il titolo stesso è una dichiarazione di metodo: le affinità elettive sono un concetto chimico settecentesco, ovvero la tendenza di certe sostanze a legarsi ad altre, abbandonando i legami precedenti quando ne incontrano di più forti, e Goethe lo usa come chiave di lettura per i rapporti umani, in un gesto intellettuale che è al tempo stesso elegante e perturbante, perché suggerisce che l’amore non sia scelta morale ma legge naturale, che gli esseri umani obbediscano a forze che li attraversano come i reagenti obbediscono alla chimica, e che la volontà, quella facoltà su cui l’intera edificazione etica della borghesia illuminata si fondava, sia in fondo un’illusione consolatoria.

Eduard e Charlotte sono una coppia aristocratica matura che si è sposata dopo lunghi anni di attesa e di amori separati, e che vive in una tenuta di campagna coltivando giardini, leggendo, conversando, un’esistenza che Goethe descrive con una precisione quasi etnografica della vita dell’alta borghesia tedesca dell’epoca, nei suoi rituali di educazione e di autoperfezionamento. Quando Eduard invita nella tenuta il suo vecchio amico, il Capitano, e Charlotte accoglie a sua volta la giovane nipote Ottilie, l’equilibrio si spezza secondo una logica che il titolo ha già anticipato: Eduard si innamora di Ottilie, Charlotte del Capitano, e i quattro personaggi si trovano intrappolati in una rete di attrazione e repressione che nessuno di loro sa né vuole davvero spezzare.
Goethe aveva sessant’anni quando scrisse questo romanzo, ma il materiale era personale quanto mai: era da poco finita la sua relazione con Minna Herzlieb, una giovane di diciotto anni di cui si era invaghito, e l’elaborazione letteraria di quell’ossessione, trasfigurata, filtrata attraverso la struttura del romanzo e la distanza del pensiero scientifico, è uno degli esempi più chiari di come i grandi scrittori trasformino la biografia in forma. Goethe aveva attraversato tutta la sua vita in un rapporto ambivalente tra scienza e poesia: era stato naturalista, geologo, botanico, aveva elaborato una teoria dei colori in polemica diretta con Newton, e credeva genuinamente che l’intuizione artistica e l’osservazione scientifica fossero due modalità complementari di accesso alla stessa realtà. Le affinità elettive è la sua opera più esplicita in questo senso: un esperimento controllato in cui quattro elementi vengono introdotti in un sistema chiuso e osservati nelle loro reazioni, con la meticolosità di chi prende appunti e la passione di chi sa che l’esperimento riguarda anche lui. Non è un caso che il romanzo contenga, inserita come diario di Ottilie, una serie di aforismi di straordinaria densità, alcuni dei più citati di tutta la letteratura tedesca, che sembrano commenti filosofici all’azione narrata, come se l’autore non riuscisse del tutto a rinunciare alla voce riflessiva anche dentro la finzione.
Ottilie è il centro gravitazionale del romanzo, anche se formalmente non è la protagonista. È giovane, silenziosa, quasi priva di volontà autonoma, il che la rende, secondo una lettura superficiale, una figura passiva, costruita per essere amata piuttosto che per amare. Ma Goethe le attribuisce una qualità misteriosa che nessun altro personaggio possiede: una sorta di sensibilità fisica al campo magnetico della Terra, soffre di emicrania dal lato sinistro, porta i metalli in modo diverso dagli altri, sente cose che gli altri non sentono, che la avvicina alle figure mediatrici del romanticismo tedesco, a quelle presenze che Novalis avrebbe chiamato Vermittlerinnen, creature al confine tra il mondo fisico e quello spirituale. L’amore di Eduard per Ottilie non è mai pienamente corrisposto nel senso convenzionale: lei non agisce, non dichiara, non conquista. Eppure la sua presenza è così intensa da riorganizzare l’intero spazio del romanzo intorno a sé, come un campo gravitazionale che piega le traiettorie di tutti gli altri. La scena più perturbante del libro, e una delle più discusse della narrativa europea dell’Ottocento, è quella in cui Eduard e Charlotte si uniscono fisicamente ma pensano ciascuno all’altra persona amata, e il bambino che nasce da quella notte porta i lineamenti del Capitano e di Ottilie, come se l’immaginazione avesse potere generativo, come se il desiderio potesse inscrivere la propria forma nella carne. È un momento che scandalizzò i lettori dell’epoca e che affascinò i critici del Novecento: Sigmund Freud lo avrebbe probabilmente letto come illustrazione della potenza dell’inconscio erotico, Walter Benjamin, che scrisse nel 1922 il saggio critico più importante mai dedicato al romanzo, lo legge invece come epifania del mitologico, del mondo delle forze naturali che irrompe nel mondo della libertà morale e lo sommerge.
Benjamin è interlocutore imprescindibile per chiunque voglia capire Le affinità elettive: il suo saggio, pubblicato in due parti sulla rivista Neue Deutsche Beiträge, è uno dei testi più oscuri e più illuminanti della critica letteraria novecentesca, e ruota intorno alla distinzione tra il «mondo mitico», governato da forze cieche, da necessità naturale, da colpa senza redenzione, e il «mondo della libertà morale», che Benjamin identifica con la dimensione del vero contenuto di verità dell’opera. Secondo Benjamin, Goethe descrive il trionfo del mitico sulle pretese della ragione borghese: i quattro personaggi credono di essere esseri liberi, capaci di scelta e di rinuncia, ma sono in realtà figure che obbediscono a una legge naturale più antica di qualsiasi codice morale, e la tragedia, perché il romanzo è tragico, nel senso più preciso del termine greco, consiste nell’impossibilità di sfuggire a quella legge conservando al tempo stesso la propria dignità umana. Charlotte e il Capitano riescono in parte a farlo: lei soprattutto, che è il personaggio più razionale e più coraggioso del libro, l’unica che tenti davvero di opporre la volontà all’attrazione, che lavori concretamente per tenere insieme ciò che le forze naturali vorrebbero separare. Ma il prezzo di questa razionalità è una certa freddezza, un’assenza di grazia che il romanzo sembra punire attribuendo a Ottilie tutta la luminosità che a Charlotte manca.
Ottilie muore di digiuno volontario, dopo che il bambino è annegato per una sua distrazione, in una scena di colpa e penitenza che ha struttura quasi religiosa. La sua morte è silenziosa e ostinata, priva di gesti teatrali, e il romanzo si chiude su di lei e su Eduard, morto subito dopo, per la stessa forza oscura, che vengono sepolti nella cappella della tenuta, insieme, come se la morte realizzasse l’unione che la vita aveva impedito. È un finale che ha diviso i lettori da più di due secoli: romantico? Nichilista? Cristiano? Goethe non risponde, e la sua reticenza è programmatica. In un colloquio con Eckermann, il suo fedele segretario che raccolse le Conversazioni degli ultimi anni della sua vita, Goethe disse che nel romanzo aveva racchiuso più di quanto lui stesso riuscisse a vedere, e che ogni lettore avrebbe trovato qualcosa di diverso. È una delle formulazioni più oneste che un grande scrittore abbia mai dato del funzionamento dell’opera letteraria: non trasparenza di intenzione ma opacità produttiva, non messaggio ma campo di forze.
Il confronto con i contemporanei è illuminante per capire quanto Le affinità elettive fosse isolato nel panorama letterario del suo tempo. Jane Austen, che scriveva negli stessi anni dall’altra parte della Manica, usava la struttura del romanzo matrimoniale per affermare, ironicamente, con una grazia incomparabile, la possibilità della scelta morale, la superiorità dell’intelligenza sul pregiudizio, la compatibilità tra sentimento e ragione. Goethe usa la stessa struttura per dimostrate l’esatto contrario: che la scelta è illusione, che la ragione cede sempre davanti alla forza dell’attrazione, che il matrimonio borghese è un’istituzione troppo fragile per contenere le energie che l’esistenza umana mette in gioco. Non c’è giudizio morale in questo: Goethe non condanna i suoi personaggi per i loro desideri, come avrebbe fatto un romanziere moralista vittoriano. Li guarda con la stessa equanimità con cui il chimico guarda i suoi reagenti, e questa equanimità è insieme la qualità più moderna e la più disturbante del libro. Stendhal, che ammirava profondamente Goethe, avrebbe teorizzato nel suo Dell’amore del 1822 la «cristallizzazione», cioè il processo per cui l’amante proietta sull’amato qualità immaginarie che lo rendono irresistibile, e c’è qualcosa di quella teoria già in Ottilie, nella sua trasfigurazione agli occhi di Eduard da ragazza timida a creatura quasi soprannaturale. Flaubert avrebbe poi portato alle conseguenze estreme la logica goethiana nel Sentimental Education e in Madame Bovary, dove l’impossibilità di realizzare il desiderio coincide con la distruzione del soggetto che lo prova.
Lo stile del romanzo è di una compostezza che sfiora la perfezione formale e che può, nella traduzione, sembrare distanza emotiva mentre è in realtà controllo estremo di una materia che brucia. La prosa di Goethe in Le affinità elettive è classica nel senso più alto del termine: equilibrata nella sintassi, precisa nel lessico, capace di descrivere tempeste interiori con la stessa misura con cui descrive la disposizione di un parco o la costruzione di un argine. Questo classicismo non è ornamento né convenzione: è postura filosofica, convinzione che la forma sia in grado di contenere senza reprimere, che l’arte possa guardare in faccia il caos senza dissolversi in esso. È qui che Goethe si separa definitivamente dal romanticismo dei suoi contemporanei tedeschi, da Schlegel, da Novalis, da Kleist, che cercavano nell’irrazionale e nel frammento la forma più adeguata alla modernità, e riafferma, contro la dissoluzione romantica, la possibilità di una forma intera. Ma quella forma intera contiene, in Le affinità elettive, qualcosa che la sgretola dall’interno: la certezza che le leggi naturali non rispettano le leggi umane, che la chimica non conosce la morale, che l’amore, quella forza che la civiltà borghese aveva addomesticato nel matrimonio e nel romanzo di formazione, è in fondo qualcosa di più antico e di più violento di qualsiasi istituzione inventata per contenerlo. Per questo il romanzo è ancora vivo dopo più di due secoli: non perché racconti una storia d’amore, storie d’amore ne racconta migliaia, ma perché pone, con la precisione di un esperimento scientifico e la perturbante bellezza di un’opera d’arte, la domanda che nessuna società è ancora riuscita a rispondere: fino a che punto l’essere umano è libero e cosa resta di lui quando scopre di non esserlo affatto.