Un susseguirsi frenetico di tempeste, battute di caccia, avvistamenti, bonacce, canti, riti pagani e preghiere. Il regista Guglielmo Ferro rappresenta così il suo Moby Dick con Moni Ovadia nei panni del capitano Achab, Matteo Milani e Giorgio Borghetti, protagonisti del dramma di Herman Melville adattato da Micaela Miano, che girerà i teatri di tutte le regioni italiane fino alla fine di marzo.
La narrazione teatrale inizia sul Pequod, il vascello stregato che porta la ciurma verso la perdizione. Il doblone d’oro sull’albero del naviglio e il patto di sangue dei marinai sono la chiamata mefistofelica verso gli abissi della non-conoscenza. Moby Dick non è una balena, è una condanna, una maledizione che diventa sfida tra uomini.
Achab è ossessionato dalla vendetta, è uomo empio che disconosce Dio, l’uomo dell’oltre e della violazione. Starbuck è il suo alter ego, voce della prudenza, della coscienza, testimone di una visione teocentrica che si scaglia contro la blasfemia dell’odio di Achab verso la balena bianca. E se nella ricerca maniacale del cetaceo è la follia a guidare il capitano, è sul piano del conflitto umano contro Starbuck che Achab conosce l’orrore: la parte recondita della sua stessa coscienza.
La malattia di Achab è Moby Dick, ma Starbuck ne è la manifestazione clinica. Moby Dick gli fa male con la sua “assenza” lì dove Starbuck lo fa con la sua “presenza”. Un conflitto posto sullo stesso piano, uno specchio dove galleggia il peccato originale…una balena bianca in un abisso nero. E poi lo specchio si crepa.