di Gabriele D’Annunzio, 1889
Quando Gabriele D’Annunzio pubblica Il piacere nel 1889, ha ventisei anni, una reputazione già fragorosa e una certezza assoluta: la letteratura italiana ha bisogno di lui. Non è modestia mal riposta, è la diagnosi lucida di un uomo che ha letto tutto, che conosce i propri strumenti con precisione artigianale e che ha deciso di usarli per costruire qualcosa di radicalmente nuovo nel panorama nazionale. Quello che ne esce è il primo romanzo italiano che si possa davvero definire decadente, un libro che porta in sé tutte le contraddizioni del suo tempo e del suo autore: la bellezza come ossessione e come religione, il piacere come etica e come condanna, lo stile come unica forma di verità possibile. Il piacere è un libro difficile da amare, ma impossibile da ignorare. È il manifesto di una stagione letteraria e di una personalità artistica che avrebbero segnato in modo indelebile la cultura italiana nel bene, nel male, e in molti territori intermedi che non si lasciano facilmente classificare.

Pescare nella biografia di D’Annunzio per capire il romanzo è un’operazione inevitabile, ma va compiuta con cautela, perché D’Annunzio è uno di quegli scrittori che trasformano la propria vita in opera d’arte con un’ostinazione così sistematica da rendere difficile distinguere il vissuto dal costruito. Nato a Pescara nel 1863, in una famiglia della piccola borghesia provinciale abruzzese, cresce con un senso smisurato del proprio destino letterario. Pubblica la prima raccolta poetica, Primo vere (L’inizio della primavera), a sedici anni, e ne orchestra la ricezione con una spregiudicatezza pubblicitaria che anticipa di molti decenni certi meccanismi della celebrità moderna. Arriva a Roma giovanissimo, entra nei salotti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, accumula debiti e amanti con la stessa prodigalità, e osserva questo mondo con un occhio insieme partecipante e freddo: l’occhio dello scrittore che sa già di stare raccogliendo materiale di lavoro. Andrea Sperelli, il protagonista dell’opera, è D’Annunzio trasfigurato: stesso ambiente, stessa estetica di vita, stessa incapacità di distinguere tra il sentimento autentico e la sua messa in scena. Ma la trasfigurazione è decisiva, perché D’Annunzio non scrive un romanzo autobiografico nel senso confessionale del termine scrive un romanzo critico, in cui il protagonista viene osservato con una lucidità che l’autore non sarebbe capace di applicare a se stesso.
Andrea Sperelli è un nobile romano di raffinatissima sensibilità artistica, poeta e intenditore, capace di godere di ogni forma di bellezza con un’intensità quasi dolorosa. All’inizio del romanzo è convalescente in una villa umbra, dopo essere rimasto ferito in un duello provocato da una storia d’amore finita male. La donna che lo ha abbandonato è Elena Muti, aristocratica splendida e fredda che ha preferito sposare un ricco lord inglese. Nella convalescenza, Andrea incontra Maria Ferres, donna di diversa natura, più profonda, più reale, in qualche modo più umana, e se ne innamora, o almeno crede di innamorarsi. Ma il romanzo racconta anche, in estese analessi narrative, la storia con Elena: la sua nascita, il suo splendore, la sua fine. E nella sovrapposizione delle due donne (Elena e Maria) si consuma la catastrofe psicologica e morale di Andrea, che finirà per chiamare Elena il nome di Maria in un momento di passione, rivelando così che non ha mai davvero amato nessuna delle due, ma solo se stesso riflesso in loro.
Il piacere diventa così un romanzo di sensazioni, di atmosfere, di oggetti. Gli oggetti, in D’Annunzio, hanno un peso specifico enorme. Le stanze di Andrea Sperelli sono descritte con una minuzia catalogica che a tratti ricorda i grandi romanzieri francesi del secondo Ottocento Flaubert, certo, ma soprattutto Huysmans, il cui Controcorrente (1884) è il testo-madre del decadentismo europeo e una delle fonti più evidenti del romanzo dannunziano. Come Jean Des Esseintes, il protagonista huysmansiano che si rinchiude nella propria casa trasformandola in un tempio del gusto, Andrea Sperelli vive circondato da oggetti bellissimi e si definisce attraverso di essi. Ma a differenza di Des Esseintes, che è un isolato radicale, un misantropo d’elezione, Sperelli è un mondano, ha bisogno del pubblico, del salotto, dello sguardo altrui. È uno dandy che recita per una platea, e questa dipendenza dal riconoscimento esterno è la prima crepa nella sua costruzione di sé.
Il debito nei confronti della letteratura francese è massiccio e dichiarato. D’Annunzio era un lettore voracissimo e un assimilatore prodigioso: Flaubert, Zola, Goncourt, Verlaine, Baudelaire, Mallarmé, tutto il grande laboratorio della modernità letteraria francese transita attraverso la sua prosa e ne emerge trasformato, italianizzato, arabescato con una ricchezza sensoriale che è specificamente mediterranea. C’è chi ha parlato, non senza ragione, di una certa insolenza culturale da parte di D’Annunzio, della sua tendenza a prendere senza troppo dichiarare il debito, ma sarebbe sbagliato ridurre la sua operazione a semplice plagio. D’Annunzio fa qualcosa di più complicato: metabolizza le influenze e le restituisce in una forma che porta il suo marchio inconfondibile. La prosa de Il piacere non assomiglia a nessun’altra prosa italiana dell’Ottocento non alla sobrietà manzoniana, non al verismo verghiano, non alla prosa storica del De Roberto, e questa irriducibilità stilistica è già, di per sé, un fatto letterario di prima grandezza.
Lo stile di D’Annunzio in questo romanzo è il vero protagonista, più di Andrea Sperelli, più di Elena, più di Maria. È uno stile che non teme la sovrabbondanza, che accumula aggettivi con la logica del pittore che mescola colori, che trasforma ogni scena in un quadro e ogni quadro in una sinfonia. L’ekphrasis (la descrizione di opere d’arte) ha un ruolo strutturale nel romanzo: D’Annunzio descrive quadri, sculture, arazzi con una competenza tecnica che non è solo culturale ma anche sensoriale, tattile quasi. Questa capacità di trasferire nella prosa la fisicità delle arti visive è uno dei contributi più originali del romanzo alla letteratura italiana, e anticipa certi procedimenti che ritroveremo, filtrati e trasformati, in autori lontanissimi per sensibilità da Gadda a Pasolini, che pure con D’Annunzio hanno un rapporto di filiale conflittualità.
Ma c’è un rischio evidente in questo stile, e sarebbe disonesto non nominarlo: il rischio del virtuosismo fine a se stesso, dell’ornamento che diventa schermo invece che rivelazione. Ci sono pagine de Il piacere in cui la bellezza della prosa funziona come una cortina nasconde il vuoto invece di illuminarlo. D’Annunzio stesso sembra a tratti consapevole di questo pericolo: la struttura critica del romanzo, quella per cui Sperelli viene mostrato nella sua incapacità di amare davvero, di sentire davvero, di essere davvero, suggerisce che l’autore abbia inteso incorporare nel testo stesso una riflessione sulla propria estetica. Sperelli è condannato dalla sua stessa sensibilità: il culto della forma lo ha reso incapace di contenuto, il culto del piacere lo ha reso incapace di felicità. È una autocritica travestita da romanzo, o almeno può essere letta così anche se D’Annunzio, nella vita, non sembra aver tratto dalla propria creatura le conseguenze che sarebbe stato logico trarne.
Il rapporto con Nietzsche è una questione inevitabile nella lettura de Il piacere, benché vada trattata con precisione cronologica. Nel 1889, quando il romanzo esce, D’Annunzio conosce Nietzsche solo superficialmente: l’influenza sistematica del filosofo tedesco arriverà nei romanzi successivi, soprattutto ne Il trionfo della morte e nelle Vergini delle rocce, dove il superomismo nietzscheano viene assorbito e distorto in una chiave estetizzante assai personale. In Il piacere, tuttavia, si percepisce già una certa aria di famiglia con certi temi nietzscheani: la morale del forte, il disprezzo per la mediocrità, la celebrazione dell’individuo eccezionale. Sperelli si percepisce come un’aristocrazia dello spirito, come un essere superiore che ha il diritto anzi, il dovere di vivere secondo leggi proprie. Ma il romanzo smonta questa pretesa con delicata crudeltà: Sperelli non è un superuomo, è un dilettante. La sua superiorità è tutta di superficie, il suo estetismo è una forma di viltà mascherata da elezione.
Il tema del dilettantismo, che D’Annunzio esplora qui con una consapevolezza critica che tornerà in forme diverse nei romanzi successivi, è centrale non solo per la psicologia del personaggio ma per la diagnosi culturale che il romanzo implicitamente propone. Sperelli incarna una certa Italia di fine Ottocento: colta, raffinata, europea nelle ambizioni e nei gusti, ma fondamentalmente incapace di volontà, di progetto, di trasformazione reale. C’è in questa figura qualcosa che rimanda alla grande tradizione dell’inetto nella letteratura italiana da Jacopo Ortis a Zeno Cosini, benché l’inettitudine di Sperelli sia diversa da quella sveviana: non è nevrotica né ironica, è estetica. Sperelli fallisce per eccesso di sensibilità, non per deficit di essa. E questo lo rende, paradossalmente, un personaggio più difficile da giudicare e più facile da riconoscere.
Le due figure femminili del romanzo, Elena e Maria, meritano una riflessione specifica, perché il modo in cui D’Annunzio le costruisce rivela tanto sulla sua visione del mondo quanto la costruzione di Sperelli. Elena Muti è la donna-oggetto nella sua forma più pura: splendida, indecifrabile, sostanzialmente vuota di interiore o almeno ridotta a pura superficie dall’occhio con cui Sperelli la guarda. La sua scelta di sposare il lord inglese per denaro è presentata come un tradimento, ma il romanzo suggerisce anche che Elena ha semplicemente fatto quello che le conveniva, con una razionalità pratica che Sperelli, troppo perso nella propria mitologia sentimentale, non è capace di comprendere. Maria Ferres è diversa: ha una profondità psicologica maggiore, una vita interiore più articolata, e il suo amore per Sperelli è genuino, il che rende la sua umiliazione finale tanto più insopportabile. È lei la vera vittima del romanzo, e il fatto che D’Annunzio ce la mostri con simpatia autentica dimostra che la sua misoginia estetica conviveva con una capacità empatica che il mito dannunziano tende a oscurare.
Il confronto con il romanzo psicologico europeo contemporaneo è illuminante. Negli stessi anni in cui D’Annunzio scrive Il piacere, Henry James sta elaborando in lingua inglese quella tecnica del punto di vista interiore che avrebbe rivoluzionato la narrativa del Novecento; in Francia, i Goncourt e poi Bourget stanno esplorando la psicologia dei personaggi con strumenti sempre più raffinati. D’Annunzio conosce queste esperienze e le incorpora, ma la sua soluzione è diversa: invece di approfondire il monologo interiore, sceglie di esternalizzare la psicologia nei paesaggi, negli oggetti, nelle descrizioni. Lo stato d’animo di Sperelli si legge nelle stanze che abita, nei quadri che ama, nelle stagioni che attraversa più che nelle sue riflessioni esplicite. È una tecnica impressionista nel senso pittorico del termine, e funziona con una coerenza ammirevole, anche quando la sovrabbondanza descrittiva rischia di appesantire il ritmo narrativo.
Il piacere inaugura una stagione straordinariamente feconda nella letteratura italiana il ciclo dei romanzi della rosa, a cui appartengono anche Giovanni Episcopo e L’innocente ma inaugura anche, in senso più largo, una certa idea di letteratura come esperienza totale, come stile di vita oltre che come stile di scrittura. D’Annunzio non scrive soltanto romanzi: costruisce un personaggio pubblico che è esso stesso un’opera d’arte, e questa costruzione, con tutto il suo narcisismo, la sua teatralità, la sua spregiudicatezza avrà conseguenze enormi sulla cultura italiana del primo Novecento, dal futurismo al fascismo, passando per l’esperienza di Fiume e per l’invenzione di un linguaggio politico-spettacolare che Mussolini studierà con attenzione. Ma questa è una storia che va oltre il romanzo del 1889, anche se il romanzo del 1889 ne contiene già i germi.
Quello che rimane, a più di un secolo di distanza, è un libro che continua a esercitare un fascino ambiguo e potente. Ambiguo perché il lettore contemporaneo deve fare i conti con una visione del mondo che non può condividere: il culto della bellezza come unica legge, il disprezzo per il comune, la riduzione dell’altro a strumento del proprio piacere. Potente perché quella visione è espressa in una prosa di straordinaria intensità sensoriale, che sa essere musicale e plastica insieme, che sa rallentare il tempo su un petalo o su un riflesso di luce con una maestria tecnica che pochi scrittori italiani hanno raggiunto. Leggere Il piacere è un’esperienza che lascia un residuo fisico: una certa sazietà, una certa stanchezza degli occhi, come dopo aver trascorso troppe ore in un museo troppo ricco. Ma è anche un’esperienza che insegna qualcosa di essenziale sulla letteratura: che lo stile non è decorazione, è pensiero; che la forma non è veste, è contenuto; e che un romanzo può essere moralmente discutibile e artisticamente indispensabile nello stesso momento, senza che le due cose si contraddicano o si annullino a vicenda.