di Leonardo Sciascia, Einaudi 1961
Si tratta di un racconto lungo di Leonardo Sciascia, terminato nel 1960 e pubblicato per la prima volta nel 1961 dalla casa editrice Einaudi. La vicenda trae spunto dall’omicidio di Accursio Miraglia, un sindacalista comunista, avvenuto a Sciacca nel gennaio del 1947 ad opera di Cosa Nostra. Il capolavoro di Sciascia, pubblicato nel 1961, è tuttavia uno di quei libri che non si limitano a raccontare una storia ma fondano una coscienza. Lo scrittore di Racalmuto, con questo romanzo apparentemente breve e di limpida semplicità, ha inciso una ferita profonda e irreversibile nella letteratura italiana del Novecento, portando alla luce ciò che per decenni era stato confinato nella penombra dell’allusione, del non detto, della paura: la mafia come sistema di potere, come mentalità, come forma di organizzazione sociale e politica, prima ancora che come sommatoria di delitti. Il valore dell’opera non risiede soltanto nella sua forza narrativa, ma nella sua capacità di farsi strumento di verità in un Paese che, all’alba degli anni Sessanta, preferiva ancora mettere la testa sotto la sabbia.

La vicenda prende avvio da un omicidio che ha il tono dimesso e terribile della normalità: Salvatore Colasberna, imprenditore edile, viene ucciso in pieno giorno, davanti a testimoni che vedono e non vedono, sanno e non sanno. È il giorno della civetta, simbolo ambiguo di una verità che osserva dall’ombra e che difficilmente si lascia afferrare. Di un animale che solitamente si muove col favore delle tenebre, ma che ora ha l’ardire di affrontare anche la luce del giorno. Da questo episodio, Sciascia costruisce un’indagine che non è mai soltanto poliziesca. L’arrivo del capitano dei carabinieri Bellodi, parmense, ex partigiano, uomo del Nord e della legge, introduce uno sguardo estraneo in una realtà che sembra impermeabile a ogni principio di giustizia condivisa. Bellodi non è l’eroe classico, non è un paladino invincibile: è un uomo che crede nella ragione, nella logica dei fatti, nella possibilità che la verità, se ricostruita con pazienza, possa emergere e imporsi. Ed è proprio questa fede razionale a renderlo tragicamente vulnerabile.
La Sicilia che Sciascia descrive non è folkloristica né pittoresca. È una terra arida di parole, dove il silenzio pesa più delle confessioni e dove l’omertà non è solo una strategia di sopravvivenza, ma una forma di linguaggio condiviso. I personaggi che abitano il romanzo sembrano muoversi in uno spazio morale già segnato, in cui la distinzione tra colpa e innocenza si dissolve in una zona grigia dominata dalla convenienza, dalla paura e dall’interesse. In questo senso, “Il giorno della civetta” è un romanzo sulla difficoltà stessa della verità, sul suo essere continuamente ostacolata non solo dai criminali, ma da un intero tessuto sociale che la respinge come un corpo estraneo.
La mafia, nel libro, non è mai ridotta a una banda di delinquenti. È un sistema di relazioni, di complicità, di equilibri invisibili che coinvolge notabili locali, politici, imprenditori, uomini delle istituzioni. Don Mariano Arena, uno dei personaggi più memorabili della narrativa sciasciana, incarna questa dimensione con una lucidità spaventosa. Non è un violento rozzo, ma un uomo colto, capace di discorsi sottili, di metafore che sembrano aforismi filosofici. La sua celebre distinzione tra uomini, mezz’uomini, ominicchi e quaquaraquà è diventata una delle pagine più citate e più fraintese della letteratura italiana. In quelle parole non c’è solo l’arroganza del potere mafioso, ma una visione del mondo fondata su una gerarchia morale distorta, in cui il valore dell’individuo si misura sulla capacità di dominare e di tacere. C’è una certa fedeltà linguistica in quel quaquaraquà, onomatopea riferita al verso delle oche e intesa come “uomo di poco valore”.
Sciascia ha l’intelligenza di non demonizzare i suoi personaggi in modo semplicistico. Anche Don Mariano, pur nella sua ferocia calcolata, è presentato come il prodotto di una storia, di un contesto in cui lo Stato è stato assente se non ostile, e in cui la mafia ha occupato gli spazi lasciati vuoti dal potere legittimo. Questo non equivale a una giustificazione, ma a un atto di comprensione critica. Il romanzo non cerca capri espiatori, ma cause. Ed è proprio questa tensione analitica a rendere il libro scomodo e attuale.
Lo stile di Sciascia è uno degli elementi più sorprendenti dell’opera. La prosa è asciutta, controllata, priva di ogni compiacimento lirico. Ogni frase sembra scolpita con l’intento di eliminare il superfluo, di arrivare al nucleo duro del discorso. Questa scelta stilistica non è neutra: riflette una concezione etica della scrittura come strumento di chiarezza e di responsabilità. In un mondo di ambiguità e di mezze verità, la parola deve farsi precisa, quasi tagliente. Sciascia non indulge mai nel patetico, nemmeno quando descrive il dolore delle vittime. La sua compassione è trattenuta, razionale, affidata più alla struttura del racconto che all’enfasi emotiva.
Il personaggio di Bellodi è centrale proprio perché rappresenta un’idea di giustizia che entra in collisione con una realtà refrattaria a ogni forma di legalità. Il suo sguardo “nordico”, spesso accusato dagli altri personaggi di ingenuità, è in realtà uno specchio impietoso che rivela le contraddizioni del sistema. Bellodi non comprende subito i codici non scritti della Sicilia, ma proprio questa incomprensione iniziale gli consente di vedere ciò che agli altri appare naturale. La sua indagine procede tra reticenze, false piste, improvvisi arresti e altrettanto improvvise scarcerazioni. Ogni passo avanti sembra immediatamente seguito da un passo indietro, come se una forza invisibile si incaricasse di ristabilire l’ordine precedente.
Il romanzo si carica progressivamente di una dimensione politica sempre più esplicita. L’intervento dei livelli superiori dello Stato, che smontano l’inchiesta e ridimensionano il fenomeno mafioso a una serie di episodi isolati, rappresenta uno dei momenti più amari del libro. Qui Sciascia colpisce al cuore l’ipocrisia istituzionale, mostrando come la negazione della mafia sia essa stessa una forma di complicità. Le discussioni tra i politici, i tentativi di minimizzare, di spostare l’attenzione, di proteggere equilibri più grandi, rivelano un meccanismo di rimozione collettiva che ha segnato a lungo la storia italiana.
Il finale del romanzo è tutt’altro che consolatorio. Bellodi viene allontanato, l’inchiesta si dissolve, i colpevoli tornano liberi, la verità viene nuovamente sepolta sotto strati di menzogne e di silenzi. Eppure, nonostante questa apparente sconfitta, il libro non si chiude nel pessimismo assoluto. Bellodi, tornato al Nord, continua a pensare alla Sicilia, a credere che un giorno la verità potrà emergere. È una speranza fragile, quasi ostinata, che non trova conferme immediate ma che resiste come atto di fede civile. Sciascia non offre soluzioni, non indica vie d’uscita facili. Si limita a porre il problema con una chiarezza tale da rendere impossibile ignorarlo.
Dal punto di vista storico e culturale, Il giorno della civetta segna una svolta decisiva. È uno dei primi romanzi italiani a parlare apertamente di mafia in termini moderni, a inserirla in un contesto nazionale e non meramente regionale. La polemica che accompagnò l’uscita del libro testimonia quanto fosse ancora radicata la volontà di negazione. Accusato di diffamare la Sicilia, di esagerare, di costruire una realtà deformata, Sciascia si trovò al centro di un dibattito che superava di gran lunga i confini letterari. Col tempo, la forza profetica del romanzo si è imposta, e molte delle intuizioni sciasciane hanno trovato tragica conferma negli eventi successivi. È l’autore stesso a raccontare che tre anni dopo la pubblicazione del libro si decise di mettere in piedi una commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno “mafia”.
Rileggere oggi Il giorno della civetta significa confrontarsi con un testo che non ha perso nulla della sua capacità di interrogare e interrogarsi. La mafia descritta da Sciascia non è un relitto del passato, ma un paradigma di ogni potere occulto che si alimenta di silenzi, di compromessi, di connivenze. Il romanzo parla della Sicilia, ma anche dell’Italia intera, e più in generale di ogni società in cui la legge viene piegata agli interessi di pochi e in cui la verità diventa una merce pericolosa. La lucidità dell’analisi, unita a una scrittura di rara eleganza, rende l’opera un classico nel senso più pieno del termine: un libro che continua a dire qualcosa di essenziale a ogni nuova generazione di lettori. “Incredibile”. “Incredibile è la parola che ci vuole” scrive Sciascia, lasciando anche intuire che quel modo di intendere il mondo e il malaffare stava dilagando oltre la Sicilia, su per lo Stivale come il clima temperato, come il caffè ristretto.
Il giorno della civetta s’interroga sul rapporto tra individuo e potere, tra giustizia e verità, tra parola e silenzio. Sciascia dimostra che la letteratura può essere uno strumento di conoscenza rigoroso, capace di illuminare zone d’ombra che il discorso pubblico tende a evitare. La sua lezione, oggi come allora, è scomoda ma necessaria: senza il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza la volontà di nominarla con precisione, ogni società è destinata a convivere con i propri fantasmi.
Come un cieco ricostruisce nella mente, oscuro ed informe, il mondo degli oggetti, così don Mariano ricostruiva il mondo dei sentimenti, delle leggi, dei rapporti umani.