di Ken Follett, Mondadori 2025
Seft, un giovane e abile cavatore di selce, attraversa la Grande Pianura sotto il sole cocente per assistere insieme al padre e ai due fratelli ai rituali che segnano l’inizio di un nuovo anno. Il ragazzo trasporta con fatica le pietre che verranno barattate alla Cerimonia di Mezza Estate, un appuntamento importante celebrato con canti e danze dalle sacerdotesse del luogo, cui partecipano tutte le tribù dei dintorni. Seft spera di incontrare Neen, la ragazza di cui è innamorato, e sogna di cambiare vita. La famiglia di lei vive in prosperità all’interno di una comunità di pastori, e gli offre una via di fuga dal padre violento e dai suoi spietati fratelli.
Joia, la sorella di Neen, è una ragazza con grandi doti carismatiche. Da bambina, osservando affascinata la Cerimonia di Mezza Estate, sogna la realizzazione di un nuovo monumento miracoloso, un grande cerchio eretto con le pietre più grandi del mondo. Quando diventerà sacerdotessa avrà come principale alleato Seft che si dedicherà anima e corpo a questo progetto visionario e all’apparenza impossibile. Ma tra le colline e le foreste della Grande Pianura si preannunciano tempi difficili per tutti. Mentre la siccità devasta la terra, i pastori, i contadini e gli abitanti dei boschi sono sempre più sfiduciati, e un atto di violenza selvaggia porta a una guerra aperta.

Il cerchio dei giorni di Follett è uno di quei romanzi che si leggono con la crescente sensazione di assistere a un trucco di prestigio riuscito male: all’inizio l’illusionista agita le mani con sicurezza, promette meraviglie, invoca la propria fama, ma dopo poche pagine ci si accorge che il cilindro è vuoto, il coniglio non c’è e il pubblico è invitato ad applaudire per pura deferenza. Follett, autore capace in altre occasioni di costruire architetture narrative solide e popolari, qui sembra accontentarsi di un meccanismo stanco, ripetitivo, privo di quella tensione autentica che dovrebbe sorreggere una storia ambiziosa. Il romanzo procede come un grande ingranaggio che gira a vuoto, facendo rumore ma senza produrre movimento, accumulando pagine su pagine di eventi che paiono significativi ma non lo sono.
La prima impressione, superata l’inevitabile soggezione verso un nome così ingombrante, è quella di trovarsi davanti a un’opera che scambia la complessità con la prolissità. Ogni situazione viene spiegata, rispiegata, ribadita con un’insistenza quasi didascalica, come se Follett non si fidasse né dell’intelligenza del lettore né della forza delle proprie scene. Il risultato è un romanzo che non scorre, ma trascina, che non avanza, ma ristagna, avvitandosi su se stesso in una spirale di dettagli superflui, dialoghi piatti e descrizioni che non illuminano ma appesantiscono. L’impressione è che la storia potesse essere raccontata in metà delle pagine senza perdere nulla, anzi guadagnando in incisività, ma che l’autore abbia scelto deliberatamente l’eccesso come surrogato della profondità.
I personaggi, che dovrebbero essere il cuore pulsante di un romanzo di questo tipo, appaiono sorprendentemente bidimensionali. Nonostante il numero di pagine dedicato a scandagliarne pensieri e motivazioni, restano figure schematiche, prevedibili, inchiodate a ruoli funzionali alla trama più che a una reale evoluzione psicologica. I buoni sono buoni con una correttezza quasi irritante, i cattivi cattivi secondo un copione già visto, e le zone d’ombra, quando ci sono, sembrano più un espediente narrativo che una vera ambiguità morale. Follett sembra applicare un manuale di scrittura seriale: assegna a ciascun personaggio una funzione precisa e poi la fa reiterare fino allo sfinimento, senza mai sorprendere davvero il lettore, senza mai metterlo di fronte a un gesto inatteso, a una contraddizione autentica. Inevitabili quanto ingrati confronti con I pilastri della terra fanno pensare che non possa trattarsi dello stesso autore.
Ne I pilastri della terra ogni protagonista è delineato con sfumature psicologiche complesse, con conflitti interiori e relazioni che evolvono nel tempo. Ciò permette al lettore di identificarsi e affezionarsi alle loro vicende. Al contrario, ne Il cerchio dei giorni i personaggi risultano spesso meno distinti e più funzionali alla trama che alla costruzione di una dimensione narrativa profonda. Nel primo la costruzione della cattedrale di Kingsbridge diventa un dispositivo narrativo ricco di suspense, tensione e rivelazioni, capace di intrecciare numerose sottotrame che convergono in un crescendo coinvolgente. Il secondo invece, pur trattando un tema affascinante come il mistero di Stonehenge, fatica a mantenere lo stesso grado di coinvolgimento emotivo e dinamismo.
Uno dei problemi più evidenti di questo romanzo è la gestione del tempo narrativo. Il titolo evoca un’idea circolare, un ritorno, un fluire ciclico degli eventi, ma questa suggestione resta largamente in superficie. Si parla della creazione di Stonehenge nel Neolitico e del potere magico della conoscenza. Ma il tempo nel romanzo diventa solo struttura di pietra, non è elemento vivo, non incide davvero, ma si limita a essere un contenitore cronologico in cui infilare avvenimenti. Le giornate si susseguono senza che il loro accumularsi produca un reale cambiamento, come se il cerchio evocato dal titolo fosse in realtà una gabbia narrativa da cui il romanzo non riesce a uscire. Si ha la sensazione di assistere a una lunga attesa che non conduce a una vera rivelazione, a un epilogo che dovrebbe giustificare tutto ciò che precede ma che arriva stanco, scontato, incapace di riscattare la lentezza esasperante del percorso.
Anche sul piano tematico Il cerchio dei giorni delude. I grandi temi che Follett sembra voler affrontare, il potere, le relazioni umane, il conflitto tra ambizione e morale, restano enunciati più che esplorati. Sono presenti come etichette, come segnali stradali che indicano direzioni interessanti senza però percorrerle davvero. Ogni volta che il romanzo sembra avvicinarsi a una riflessione più profonda, devia, torna sui binari della trama, preferisce l’azione alla complessità, l’effetto immediato alla sedimentazione del senso. È una scelta che può funzionare in un romanzo puramente d’intrattenimento, ma che qui risulta incoerente con le pretese di ampiezza e gravità che l’opera ostenta.
Il dialogo è forse l’aspetto più debole dell’intero libro. I personaggi parlano per spiegare, non per rivelare; si scambiano informazioni che il lettore ha già, ribadiscono concetti già chiari, si muovono come pedine che devono portare avanti la storia piuttosto che come esseri umani dotati di una voce propria. Le conversazioni mancano di naturalezza, di sottintesi, di quella ambiguità che rende vivo un confronto tra personaggi. Tutto è detto, esplicitato, messo nero su bianco con una chiarezza che sfiora la pedanteria. Il risultato è un romanzo che non lascia spazio all’interpretazione, che non chiede al lettore di partecipare, ma lo tratta come un destinatario passivo di informazioni.
Colpisce, in negativo, anche l’uso delle descrizioni. Follett indugia su ambienti e situazioni con un’abbondanza di particolari che raramente si traduce in vera atmosfera. Gli spazi non diventano mai luoghi memorabili, restano sfondi funzionali, quinte teatrali montate e smontate a seconda delle esigenze della scena. Le descrizioni, lungi dal creare immersione, rallentano ulteriormente il ritmo, appesantendo una narrazione già gravata da un’eccessiva verbosità. Si ha l’impressione che l’autore confonda la precisione con l’accumulo, come se aggiungere dettagli fosse di per sé garanzia di qualità.
Il confronto con altri romanzi di Ken Follett è inevitabile e impietoso. Dove in opere più riuscite l’autore riusciva a coniugare ampiezza narrativa e tensione, qui prevale una stanchezza di fondo, una sensazione di déjà vu che accompagna il lettore dall’inizio alla fine. È come se Follett stesse riscrivendo se stesso, replicando schemi collaudati senza più la scintilla che li rendeva efficaci. Il romanzo sembra pensato più per soddisfare un’attesa commerciale che per rispondere a un’urgenza creativa, più come prodotto che come opera.
Il problema non è tanto che Il cerchio dei giorni sia un brutto libro in senso assoluto, quanto che sia un libro mediocre firmato da un autore che ha dimostrato di poter fare molto meglio. La mediocrità, in questo caso, pesa più dell’insuccesso dichiarato, perché tradisce una mancanza di ambizione, una rinuncia preventiva alla ricerca di nuove strade. Follett sembra adagiarsi sulla propria reputazione, certo che il suo nome basti a garantire l’attenzione del pubblico, e questa sicurezza si riflette in un romanzo che non rischia mai, che non osa, che preferisce restare in una comfort zone narrativa ormai logora.
Il finale, atteso come il momento della redenzione, non fa che confermare queste impressioni. Arriva senza la forza necessaria, risolve ciò che deve risolvere con una linearità prevedibile, chiude il cerchio senza illuminare davvero il percorso compiuto. Non c’è catarsi, non c’è quel senso di necessità che dovrebbe accompagnare la conclusione di una storia lunga e complessa. Si chiude il libro con una sensazione di vuoto, non quello fertile lasciato dalle grandi opere, ma quello un po’ irritato di chi ha investito tempo ed energie senza ricevere in cambio una vera esperienza narrativa.