Uno spin-off per affermare che il vero mostro è l’uomo
La serie, ambientata prima dell’Alien del 1979, ci trascina in una nuova caccia degli Xenomorfi contro il genere umano, questa volta non soltanto in un’astronave nello spazio, ma anche sulla Terra. Non ci aspettiamo inseguimenti in strada a Central Park, ma interni bui e futuristici, tanto sangue e nuove creature capaci di infestare un organismo umano.
La serie nasce con un’ambizione dichiarata e una presunzione implicita: portare il franchise di Alien sulla Terra, come se nessuno ci avesse mai pensato prima, come se la vera novità non fosse tanto l’ambientazione, quanto l’idea di raccontarla con un tono che oscilla tra il solenne e l’involontariamente comico. Il problema non è l’azzardo, che anzi sarebbe anche apprezzabile, ma il modo in cui viene gestito. Noah Hawley, la mente di Fargo, sembra convinto che basti trattare temi importanti come il futuro dell’umanità, le intelligenze artificiali e le minacce globali per ottenere profondità e tensione narrativa. Ma non basta saper pronunciare la parola “tonsillectomia” per diventare medici.

C’è un momento, guardando Alien: Earth, in cui si smette di chiedersi «perché?» e si inizia a domandarsi «ma sul serio?» È un passaggio sottile ma decisivo, simile a quello che separa la sospensione dell’incredulità dall’abbandono totale della ragione, come quando accetti che un gatto parli nei cartoni animati ma inizi a insospettirti se ti spiega la dichiarazione dei redditi. Alien: Earth chiede esattamente questo: non di credere agli alieni, che in fondo sono il meno, ma di credere a tutto il resto. E soprattutto di non fare domande. Troppe domande, infatti, rischiano di far crollare l’edificio narrativo come un castello di sabbia costruito con entusiasmo ma senza acqua, senza fondamenta e per lo più senza manuale di istruzioni.
La credibilità è il primo grande sacrificio sull’altare dello spettacolo. L’unico elemento che può avere una certa plausibilità è una Terra in mano a quattro o cinque multinazionali, una delle quali non ha remore a mettere le mani sull’arma definitiva. Ma come ci siamo ritrovati in questa situazione? La Terra di Alien: Earth è un luogo in cui governi, eserciti, multinazionali e scienziati si muovono con la coordinazione di una recita scolastica.

Ma il vero capolavoro di involontaria comicità è rappresentato dagli androidi. Qui la serie compie un salto quantico, non tanto nella fantascienza quanto nel fantasy travestito da hard sci-fi. Gli androidi di Alien: Earth non sono semplici macchine evolute, né sapienti creazioni alla Blade Runner, né strumenti freddi e calcolatori come nel resto del franchise. No, qui gli androidi hanno poteri che sfiorano il soprannaturale, intuizioni mistiche. Sono più saggi degli umani, più forti, più veloci, più profondi, e soprattutto più coerenti. A un certo punto ci si aspetta che volino, ma poi le sorelle Wachowski avrebbero chiesto i diritti di sfruttamento dell’idea.
La serie tenta anche una riflessione sull’etica, sulla vita e sulla morte, sull’intelligenza artificiale, sul confine tra umano e non umano, ma lo fa con la delicatezza di un elefante in un laboratorio di nanotecnologia. Le domande vengono poste in modo didascalico, le risposte suggerite con insistenza, come se lo spettatore avesse bisogno di essere guidato per mano attraverso concetti che vengono però banalizzati al punto da perdere qualsiasi spessore.

Dal punto di vista visivo, la serie alterna momenti di discreta efficacia a sequenze che sembrano più preoccupate di mostrarsi che di raccontare. Gli effetti speciali ci sono, si vedono, costano, ma non sempre servono. Spesso sembrano lì per ricordarci che stiamo guardando una serie importante e ambiziosa. Peccato che l’estetica non possa compensare la mancanza di coerenza interna: un mondo può anche essere bellissimo, ma se non funziona, resta una vetrina.
Gli attori fanno quello che possono, che non è poco, ma non è abbastanza. Alcuni sembrano credere davvero in quello che dicono, altri recitano come se stessero cercando di capire la trama mentre la pronunciano. I dialoghi non li aiutano: frasi che vorrebbero essere memorabili scivolano via senza lasciare traccia, battute solenni si accavallano come se il silenzio fosse un nemico da evitare a tutti i costi. Nessuno parla come una persona reale, ma questo, in fondo, è il problema minore in una serie in cui neanche gli androidi parlano come androidi, ma come profeti in pausa pranzo.
Alla fine, Alien: Earth dà l’impressione di una grande occasione sprecata, di un progetto che aveva mezzi, nome e potenziale, ma che si è perso in una confusione di toni, idee e presunzioni. Vuole essere tutto e finisce per non essere niente. È una serie che chiede fiducia senza guadagnarsela, che pretende attenzione senza offrire coerenza, che invoca la sospensione dell’incredulità ma poi la prende a martellate con scelte narrative arbitrarie.