di Alberto Moravia, Alpes 1929
Alberto Moravia nasce a Roma nel 1907, al secolo Alberto Pincherle, figlio di un architetto di origini ebraiche veneziane e di una madre di famiglia borghese agiata. La sua infanzia è segnata precocemente dalla malattia: a nove anni viene colpito dalla tubercolosi ossea, che lo costringe per anni a letto, lontano dalla scuola, dai coetanei, dalla vita ordinaria. Sono anni di lettura vorace e solitaria, durante i quali il futuro scrittore assimila i classici italiani ed europei con una libertà e una profondità che nessuna istruzione convenzionale avrebbe potuto garantirgli. In quel lungo silenzio forzato, tra sanatori e camere d’albergo di montagna, germoglia il romanzo che avrebbe cambiato per sempre la letteratura italiana del Novecento. Moravia ha appena diciassette anni quando comincia a scrivere Gli indifferenti, e ne ha ventidue quando il libro viene pubblicato nel 1929, a sue spese, da Alpes, una casa editrice milanese. Il successo è immediato e clamoroso: Corrado Alvaro lo celebra sulla stampa, il romanzo viene letto e discusso nei salotti intellettuali, e il nome di Moravia entra nel pantheon della narrativa italiana con la forza di chi non chiede permesso. È un esordio senza precedenti nella storia della nostra letteratura: nessun altro scrittore italiano aveva mai dato alla luce, alla sua prima prova, un’opera così compiuta, così matura, così moderna.

Gli indifferenti racconta una storia apparentemente semplice, quasi claustrofobica nella sua concentrazione di spazio e tempo. La vicenda si svolge nell’arco di due giorni e si colloca interamente in un appartamento romano di una famiglia piccolo-borghese in declino: la signora Mariagrazia Ardengo, vedova, e i suoi due figli adulti, Michele e Carla. Attorno a questi tre personaggi gravitano altri due: Leo Merumeci, l’amante di Mariagrazia e amministratore disonesto dei loro beni, e Lisa, un’amica di famiglia con cui Michele ha avuto in passato una relazione. Leo, uomo pratico e cinicamente pragmatico, si è stancato di Mariagrazia e vuole sedurre Carla, la figlia, giovane e bella, che vive con un senso sordo di disgusto per la propria vita e per il proprio ambiente. Carla lascia che Leo la possieda, non per desiderio né per amore, ma per una vaga speranza di cambiamento, per un impulso nichilista che coincide con la rassegnazione. Michele, il fratello, sa o intuisce tutto: vede la corruzione che si muove sotto la superficie della sua famiglia, vorrebbe ribellarsi, uccidere Leo, compiere un gesto che abbia il peso di un atto morale. Ma non riesce. Ogni impulso si spegne nel momento stesso in cui nasce. Anche quando impugna la pistola e preme il grilletto, la pistola non spara: non era carica. Il fallimento è duplice, pratico e simbolico, e in quella pistola scarica c’è forse il centro assoluto dell’intera opera.
Il titolo del romanzo condensa il suo tema fondamentale con una precisione quasi chirurgica. L’indifferenza di cui parla Moravia non è la fredda apatia di chi ha scelto di non partecipare, né il distacco aristocratico del philosophe che guarda il mondo dall’alto. È qualcosa di più patologico e di più moderno: è l’incapacità strutturale di sentire, di agire, di voler qualcosa con autenticità. I personaggi di Moravia non sono cattivi: sono vuoti. Si muovono attraverso situazioni cariche di drammaticità potenziale, tradimento, seduzione, umiliazione, violenza, senza che nulla di ciò li attraversi davvero. Mariagrazia piange, si dispera, fa scene, ma le sue emozioni sembrano eseguite secondo un copione già scritto, prive di vera partecipazione interiore. Leo mente, manipola, sfrutta, ma lo fa con la disinvoltura di chi non conosce il rimorso né la sua necessità. Carla si consegna al proprio carnefice con una sorta di stolida acquiescenza. E Michele, il personaggio forse più tragico, è prigioniero di una lucidità paralizzante: vede tutto con chiarezza, capisce tutto, giudica tutto e non riesce a fare niente. La sua coscienza è perfettamente funzionante come strumento di analisi, e completamente inerte come motore di azione. È questo paradosso, l’intelletto senza volontà, la coscienza senza conseguenze, a fare di Michele uno dei personaggi più memorabili della letteratura italiana novecentesca.
La forma narrativa scelta da Moravia è di una modernità sorprendente per un esordiente romano del 1929. Il romanzo è scritto in terza persona, ma con una focalizzazione interna mobile che scivola da un personaggio all’altro con grande naturalezza, permettendo al lettore di abitare simultaneamente la coscienza di Michele e quella di Carla, la grettezza di Leo e il patetismo di Mariagrazia. La tecnica è lontana sia dalla narrazione omnisciente ottocentesca sia dallo stream of consciousness di marca joyciana o woolfiana, con cui pure condivide alcune intuizioni: Moravia costruisce una prosa analitica, asciutta, quasi fredda nella sua precisione, che descrive i meccanismi interiori dei personaggi con la stessa impassibilità con cui descriverebbe oggetti fisici. C’è in questo stile qualcosa che ricorda Stendhal, quella che Stendhal chiamava la scrittura come specchio portato lungo la strada, ma anche i romanzieri russi, Dostoevskij in particolare, che Moravia aveva letto con attenzione. Il dialogo tra i personaggi è spesso estenuante, ripetitivo, carico di doppi sensi e di verità non dette, e ricorda certe dinamiche del teatro borghese europeo, da Ibsen a Strindberg, dove la conversazione quotidiana è il campo di battaglia su cui si consumano le guerre più sorde e più devastanti.
È impossibile leggere Gli indifferenti senza pensare al contesto storico in cui nasce. Il 1929 è l’anno della firma dei Patti Lateranensi tra lo Stato italiano e la Santa Sede, è l’anno del crollo di Wall Street, è il pieno del ventennio fascista. Moravia scrive un romanzo che non parla di politica, non cita il regime, non nomina il fascismo, eppure il suo sguardo sulla borghesia italiana è politico nel senso più profondo del termine: è la radiografia di una classe sociale che ha perduto ogni capacità di resistenza morale, che si è consegnata alla propria mediocrità come a un destino naturale. La censura fascista, inizialmente, non sa bene come trattare il libro: non c’è nulla di esplicitamente sovversivo, ma c’è qualcosa di profondamente scomodo in quella rappresentazione così impietosa dell’Italia borghese, nelle scene di seduzione esplicite (per gli standard del tempo), nel rifiuto di qualsiasi redenzione o catarsi. Il regime in seguito avrebbe reso difficile la vita di Moravia, costringendolo durante la guerra, a causa delle leggi razziali del 1938 che colpivano gli italiani di origine ebraica, a firmare i suoi articoli con pseudonimi e infine a nascondersi con la moglie, la scrittrice Elsa Morante, sulle montagne della Ciociaria. Ma nel 1929, per un momento, Gli indifferenti è semplicemente un romanzo che travolge tutto.
I riferimenti letterari che Moravia porta con sé nella stesura del libro sono molteplici e vanno cercati non tanto nelle dichiarazioni esplicite dell’autore, che fu sempre reticente riguardo alle proprie influenze, quanto nelle strutture profonde del testo. Il grande modello europeo è certamente Dostoevskij, la cui presenza si avverte soprattutto nel trattamento di Michele: come molti personaggi dostoevskijani, Michele è un uomo della coscienza che soffre della propria incapacità di agire, un essere che pensa troppo e sente troppo poco, o che sente in modo distorto. Il parallelismo con l’Uomo del sottosuolo è evidente: anche lì la lucidità intellettuale si traduce in impotenza pratica, anche lì la coscienza è una malattia. Ma c’è anche Flaubert, la cui Educazione sentimentale aveva già esplorato il tema del giovane borghese incapace di realizzarsi, perduto in un’esistenza mediocre nonostante le sue aspirazioni. E c’è naturalmente Svevo, che con La coscienza di Zeno aveva dato alla letteratura italiana, pochi anni prima, il modello del narratore inaffidabile e autoanalítico, dell’uomo che si racconta senza mai davvero capirsi. Moravia condivide con Svevo l’interesse per la psicologia, per i meccanismi dell’autoinganno, per la distanza tra ciò che i personaggi credono di essere e ciò che realmente sono, ma mentre Svevo usa l’ironia come strumento distanziante e quasi consolatorio, Moravia preferisce uno sguardo più duro, più spietato, quasi privo di umorismo.
Un elemento che merita attenzione particolare è il trattamento che Moravia riserva al corpo e alla sessualità. In un panorama letterario italiano ancora largamente dominato da pudori e convenzioni, Gli indifferenti affronta la sessualità con una franchezza insolita, trattandola non come trasgressione romantica né come scandalo morale, ma come uno dei meccanismi ordinari attraverso cui i personaggi esercitano potere, si umiliano, si cercano e si trovano vuoti. La seduzione di Carla da parte di Leo non è descritta con i toni del melodramma né con quelli dell’erotica: è un evento quasi burocratico, che accade perché entrambi i protagonisti lo lasciano accadere, senza che nessuno dei due ne ricavi soddisfazione reale. Il corpo in Moravia non è mai un luogo di piacere pieno o di passione autentica: è uno strumento, uno spazio di negoziazione, un territorio in cui si materializzano i rapporti di forza che la società borghese non osa nominare apertamente. Questo trattamento della sessualità avrebbe segnato tutta la successiva produzione moraviana, da La romana a La ciociara, da Il conformista a Gli amori difficili, diventando una delle cifre più riconoscibili del suo stile.
La struttura drammatica del romanzo è quanto di più vicino al teatro sia mai stato scritto in forma di prosa narrativa italiana. Moravia aveva letto Ibsen, e si vede: come nelle pièces ibseniane, l’azione esterna è ridotta al minimo, tutto si svolge in interni, e il conflitto vero è quello tra ciò che i personaggi dicono e ciò che tacciono, tra la maschera sociale e il volto nascosto. La villa degli Ardengo è un interno borghese nel senso pieno del termine: non solo uno spazio fisico chiuso, ma una prigione mentale, un sistema di rapporti in cui nessuno riesce a essere libero perché nessuno ha il coraggio di volerlo davvero. Quando Carla, alla fine del romanzo, accetta di sposare Leo, compie un gesto che sarebbe tragico se fosse vissuto tragicamente: invece è semplicemente un altro atto di resa, un’altra forma di indifferenza verso se stessa. Il cerchio si chiude senza catarsi, senza redenzione, senza nemmeno la dignità della rovina: semplicemente con la continuazione di tutto come prima, in una forma leggermente diversa.
È significativo che Moravia abbia scelto di ambientare il romanzo in un lasso di tempo così breve (due giorni) e in uno spazio così ristretto. Questa concentrazione ha l’effetto di un microscopio: tutto viene ingrandito, ogni gesto diventa visibile nei suoi dettagli, ogni parola porta il peso di ciò che non viene detto. La tecnica ricorda le unità aristoteliche del teatro classico, e non è un caso: Moravia era uno scrittore di cultura vastissima che conosceva la tradizione drammatica europea e sapeva come usarla. Ma la concentrazione spaziotemporale serve anche a un altro scopo: essa rende impossibile l’evasione, sia per i personaggi che per il lettore. Non c’è paesaggio in cui perdersi, non c’è trama esterna che distragga, non c’è avventura che allenti la tensione. Siamo intrappolati con questi personaggi nella loro mediocrità, costretti a guardarli senza distanza. È un effetto scomodo e potente.
Quasi un secolo dopo la sua pubblicazione, Gli indifferenti non ha perso nulla della propria forza. Anzi: riletto oggi, il romanzo sembra parlare con una precisione quasi profetica di dinamiche che la contemporaneità ha amplificato e globalizzato. L’indifferenza di Michele non è solo la patologia di un giovane borghese romano degli anni Venti: è la condizione di chiunque abbia mai sentito il divario tra ciò che capisce e ciò che riesce a fare, tra il giudizio morale e la capacità di agire in modo coerente con esso. La seduzione cinica di Leo è il prototipo di ogni forma di abuso travestito da pragmatismo. La resa di Carla è il gesto di chiunque abbia mai scelto la certezza di un male conosciuto rispetto all’incertezza di qualcosa di diverso. E Mariagrazia, con le sue scene, le sue lacrime, la sua incapacità di vedere la realtà, è il ritratto di chiunque preferisca l’illusione alla verità. Questi non sono tipi storici: sono strutture antropologiche che Moravia ha individuato con la precisione di un anatomista e restituito con la forza di un narratore di razza.
Il grande merito di Alberto Moravia, con questo esordio folgorante, è stato quello di portare nella narrativa italiana una qualità che le mancava quasi del tutto: la capacità di guardare la realtà borghese italiana senza pietà, senza autocompiacimento, senza la consolazione di un giudizio morale esplicitamente formulato. Moravia non condanna i suoi personaggi e non li assolve: li mostra. E nel mostrarli con quella precisione implacabile, chiede al lettore di guardare in uno specchio e riconoscersi.