“Che cosa significa davvero andare al cinema? Perché continuiamo a farlo, dopo più di un secolo?” Con queste domande si apre Filmlovers, il film di Arnaud Desplechin, con Mathieu Almaric, in uscita nelle sale italiane il 28 dicembre, in occasione di un anniversario simbolico: i 130 anni dalla prima proiezione cinematografica pubblica dei fratelli Lumière, tenutasi a Parigi il 28 dicembre del 1895.
Un omaggio dichiarato alla sala cinematografica come luogo di incontro, di memoria e di scoperta, ma anche un viaggio intimo nel rapporto tra spettatore e immagini, tra finzione e vita reale.
Un’opera che si muove tra documentario, racconto autobiografico e finzione cinematografica, seguendo il giovane Paul Dedalus, alter ego del regista, già protagonista dei suoi film I miei giorni più belli e I fantasmi d’Ismael. Attraverso Paul, Desplechin costruisce una sorta di romanzo di formazione dello spettatore: un percorso fatto di prime visioni, di sale buie e di luminose scoperte. Le sue esperienze si intrecciano con testimonianze di altri appassionati di cinema, registi, critici, spettatori comuni, in uno scorrere di immagini e parole che alterna ricordi, sogno e riflessioni.
“Ho voluto mescolare le forme, i tempi, i generi – racconta Desplechin -. Filmlovers è una lettera d’amore al cinema, ma anche un’indagine sul nostro sguardo. Cosa succede quando ci sediamo in sala, nel buio, davanti a uno schermo? Perché torniamo, sempre, nonostante tutto?”. Nel momento in cui il cinema si reinventa, tra piattaforme digitali e nuove modalità di fruizione, la pellicola ricorda la potenza insostituibile dell’esperienza condivisa. Ogni sequenza è attraversata da un amore profondo per le immagini — quelle della memoria personale e quelle della storia del cinema. Desplechin non idealizza il passato, ma interroga il presente: il film diventa così un manifesto poetico e politico sulla resistenza delle sale, sulla loro capacità di creare comunità, emozione e immaginazione.