Che pastrocchio di film…
Mi rifiuto di chiamare un film horror Mammina, preferisco Other Mommy. Mi raccomando Mommy non Mummy, come ho visto scritto da qualche parte, perché è una mamma non una mummia. Ciò detto, Other Mommy arriva nelle sale con l’ambizione di tradurre in immagini un gradevole romanzo horror, quello di Josh Malerman, dal titolo Incidents Around the House. Il libro, narrato interamente dalla voce di una bambina di otto anni, Bela, riesce a costruire un terrore lento, domestico e inesorabile che si nutre della prospettiva limitata e ingenua della protagonista. L’entità che lei chiama Other Mommy emerge dall’armadio ogni notte e ripete sempre la stessa domanda: «Posso entrare nel tuo cuore?» La potenza del romanzo sta proprio in quella reiterazione, nella graduale comprensione che il consenso della bambina è l’unica cosa che l’entità non può forzare, e nel modo in cui i segreti familiari, un matrimonio che si sfalda, il risentimento materno, le mille bugie, diventano il terreno fertile su cui il mostro costruisce la sua strategia. Malerman non ha bisogno di contorcimenti corporei o salti di scena per spaventare: basta l’innocenza di una bambina perduta in un mondo completamente illusorio.

La versione cinematografica diretta da Rob Savage e scritta da Nathan Elston, con Jessica Chastain bravissima nel doppio ruolo di Ursula e di Other Mommy, decide invece di abbandonare quasi del tutto quella logica interiore. Il risultato è un film che non è credibile. Non nel senso che l’horror debba necessariamente rispettare le leggi della fisica, nessuno lo pretende, ma nel senso che tra un passaggio e l’altro manca anche il minimo di coerenza interna. Si passa da una scena all’altra senza che le azioni dei personaggi o i poteri dell’entità trovino un filo di conseguenza. Other Mommy può apparire, scomparire, contorcersi sotto un tavolo, trasportare Bela in un’enorme piscina di palline in un luogo pubblico mentre i passanti guardano e urlano, e poi di nuovo in casa come se nulla fosse successo. Nessuno sembra davvero sorprendersi a lungo. I genitori, dopo un’iniziale incredulità di pochi minuti, accettano la presenza di un doppelgänger demoniaco con una facilità che toglie ogni tensione. La famiglia fugge, ma l’entità li segue ovunque; si tenta una seduta spiritica organizzata dalla nonna Ruth (Karen Allen) che finisce in un bagno di sangue gratuitamente spettacolare. Ogni sequenza sembra costruita solo per generare un nuovo jumpscare, non per far progredire una narrazione.
Le promesse del film vengono sistematicamente disattese. Il trailer e i primi minuti suggeriscono un’indagine sulla maternità assente, sul bisogno di una bambina di sentirsi amata incondizionatamente, sulla possibilità che Other Mommy sia una proiezione dei conflitti familiari. Chastain, unica nota positiva di questo film, quando interpreta la vera Ursula è fredda, distante, colpevole di non voler essere madre a tempo pieno; quando interpreta l’entità, è un sorriso fisso e inquietante che offre esattamente ciò che la figlia desidera. Potrebbe essere materiale fertile. Invece il film preferisce moltiplicare le apparizioni e i contorcimenti, trasformando l’entità in una sorta di Pennywise casalingo con poteri illimitati e nessuna regola. La famiglia cerca di conservare una parvenza di normalità nonostante un demone li insegua: vanno per ristoranti, playground, tanto che vuoi che succeda, al limite qualcuno viene sventrato… Non puoi immaginare di costruire un film unicamente sugli effetti speciali e i close-up sui credibilissimi volti di Chastain.

C’è poi l’oggetto della bussola. Bela la tiene sempre con sé; la macchina da presa la inquadra continuamente, a volte usa il suo riflesso per mostrare conversazioni, a volte la fa brillare in modo sospetto. Ci si aspetta che abbia un significato, che sia un talismano, un indizio, il ricettacolo del demone, che abbia un legame con qualcosa di antico o cosmico. Niente. Non ha alcun senso all’interno del film. Serve solo a creare un effetto visivo e a restare lì, inutilizzata, come se i cineasti avessero dimenticato di chiudere il cerchio o, peggio, stessero già pensando a un sequel in cui finalmente si spiegherà la sua insistente presenza. È il simbolo più evidente di come Other Mommy accumuli elementi senza integrarli.
ATTENZIONE – DA QUI IN POI SPOILER
La domanda che rimane, dopo aver letto il libro e visto il film, è semplice: perché non ricalcare il romanzo, che è di gran lunga più bello e più spaventoso? Malerman ha costruito un meccanismo narrativo quasi perfetto. La voce di Bela filtra tutto: non vediamo mai Other Mommy con chiarezza, ne sentiamo solo gli effetti, l’odore, la pressione psicologica. L’orrore cresce perché il lettore sa più della bambina e meno di quanto vorrebbe. Il finale è tragico: Bela, ormai sola e spezzata, dice di sì al demone, e la sua coscienza viene spinta nel vuoto da cui l’entità proveniva. È crudele, coerente e memorabile. Il film, invece, sceglie di salvare la famiglia, di far “vincere” Bela con un trucco poco chiaro, e di chiudere con una scena natalizia in cui però qualcosa di inquieto rimane negli occhi di Ursula. È un compromesso da studio, un tentativo di non alienare il pubblico multiplex, ma a costo di svuotare il materiale di ciò che lo rendeva unico.
Savage, che in passato ha dimostrato di saper lavorare con tensioni claustrofobiche (Host) o con creature più definite (The Boogeyman), qui sembra rincorrere gli effetti e le richieste di produzione di Blumhouse e Atomic Monster. Il risultato è un’opera che promette terrore psicologico e consegna invece un’attrazione da luna park. Jessica Chastain ci mette tutta se stessa ed è credibilissima, Arabella Olivia Clark è una giovane attrice notevole, e alcuni momenti isolati funzionano per pura bravura tecnica. Ma la mancanza di logica tra un passaggio e l’altro, le promesse disattese trasformano Other Mommy in un film che, paradossalmente, fa rimpiangere il libro a ogni minuto. Malerman aveva scritto qualcosa di raro: un horror che faceva male perché era semplice e inesorabile. Il cinema, almeno in questa occasione, ha preferito complicarlo tanto da svuotarlo.