di Charles Dickens, 1849
Charles Dickens nasce il 7 febbraio 1812 a Portsmouth, secondo di otto figli di John Dickens, impiegato della Marina militare, e di Elizabeth Barrow. La famiglia si trasferisce più volte seguendo gli spostamenti del padre, e per un breve periodo la vita sembra quasi promettente: c’è una casa decente, ci sono libri, c’è la possibilità di una scuola. Ma la precarietà economica è una costante, e quando Charles ha dodici anni il disastro si compie: il padre viene arrestato per debiti e rinchiuso nel carcere di Marshalsea, a Southwark, portando con sé moglie e figli minori secondo la consuetudine dell’epoca. Charles resta solo fuori, e viene mandato a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe sulle rive del Tamigi, incollando etichette su barattoli per sei scellini alla settimana. L’esperienza dura solo qualche mese, ma lascia nel bambino una ferita che non si rimarginerà mai del tutto, un senso di abbandono e di umiliazione che riemergerà in ogni romanzo che scriverà, travestito da migliaia di forme diverse. Dickens non parlò mai pubblicamente di quei mesi in fabbrica: lo rivelò soltanto al suo biografo John Forster, e le note che scrisse a quel proposito, ritrovate tra le sue carte, hanno la bruciante precisione di un trauma rimasto intatto sotto la superficie dei decenni. Quando il padre viene rilasciato, grazie a un’eredità improvvisa, Charles torna a scuola, poi diventa commesso in uno studio legale, poi stenografo parlamentare, poi giornalista, poi scrittore. La sua ascesa è rapida e totale: a ventiquattro anni, con i Pickwick Papers, è già l’autore più letto d’Inghilterra, e lo resterà per trent’anni, fino alla morte nel 1870, lasciando incompiuto Il mistero di Edwin Drood.

David Copperfield viene pubblicato a puntate mensili tra il 1849 e il 1850, ed è il romanzo a cui Dickens era più legato di qualsiasi altro. Lo chiamava il suo figlio prediletto, e la ragione è trasparente a chiunque conosca anche superficialmente la biografia dell’autore: David Copperfield è, più di ogni altra sua opera, un romanzo autobiografico, o almeno autobiograficamente alimentato, in cui l’esperienza vissuta viene trasfigurata dalla finzione senza mai perdere del tutto il calore e il bruciore dell’origine. Le iniziali del protagonista sono le iniziali di Dickens invertite. La fabbrica di lucido da scarpe diventa nel romanzo il magazzino di Murdstone and Grinby, dove il giovane David è costretto a lavorare tra ragazzi di strada dopo la morte della madre e il secondo matrimonio del patrigno. Il carcere di Marshalsea, dove il padre di Dickens era stato rinchiuso, diventa il luogo in cui finisce il Mr. Micawber del romanzo, personaggio modellato sull’irresponsabile e affascinante padre dello scrittore con affetto mescolato a ironia. Persino Agnes Wickfield, la donna che alla fine David sposerà, porta i tratti di Georgina Hogarth, la cognata di Dickens, che fu per lui un punto di riferimento affettivo e domestico stabile in anni di grande turbolenza coniugale.
La trama di David Copperfield abbraccia un arco temporale che va dalla nascita del protagonista fino alla sua maturità adulta, seguendo la struttura del romanzo di formazione con una ricchezza e una complessità di personaggi che non ha equivalenti nella narrativa vittoriana. David nasce postumo, il padre è morto sei mesi prima, in una casa del Suffolk, accudito dalla giovane madre Clara e dalla fedele domestica Peggotty. L’infanzia è felice e protetta, fino a quando la madre si risposa con Edward Murdstone, uomo freddo, crudele e rigidissimo, che porta con sé la sorella Jane, ugualmente severa. I Murdstone trasformano la casa in una prigione emotiva: la madre di David si spegne lentamente sotto il loro controllo, e David viene punito, umiliato, infine mandato a lavorare a Londra mentre è ancora un bambino. Dopo la morte della madre, il ragazzo decide di fuggire e raggiunge a Dover la prozia Betsey Trotwood, donna eccentrica e di carattere fortissimo che decide di prenderlo con sé e mandarlo a scuola a Canterbury. Qui David conosce Agnes Wickfield, figlia del suo tutore, e il viscido Uriah Heep, apprendista dello stesso tutore, personaggio il cui nome è diventato sinonimo di ipocrisia strisciante. A Londra, frequentando gli uffici di Spenlow e Jorkins, dove lavora come praticante legale, David si innamora di Dora Spenlow, bella e frivola, che sposerà nonostante le riserve della prozia. Il matrimonio con Dora è dolce e infelice nello stesso tempo: lei è incapace di gestire la vita domestica, allegra e infantile, e muore giovane lasciando David solo. Nel frattempo David ha intrapreso la carriera di scrittore, ha scoperto la perfidia di Uriah Heep, ha assistito alla rovina e alla redenzione di vari personaggi, e alla fine comprende che Agnes, sempre presente, sempre affidabile, sempre innamorata di lui in silenzio, è la donna con cui vuole condividere la propria vita.
Il romanzo è scritto in prima persona, con David adulto che guarda indietro alla propria vita cercando di capire di che materia è fatta la propria identità. L’incipit è tra i più celebri della letteratura mondiale: “Whether I shall turn out to be the hero of my own life, or whether that station will be held by anybody else, these pages must show.” La domanda che apre il libro non è retorica: è genuinamente aperta, e il romanzo intero è il tentativo di rispondervi. Essere l’eroe della propria vita non significa compiere imprese straordinarie, ma significa riuscire a dare senso alla propria esperienza, a trasformare ciò che si è subito in qualcosa di attivo, a non restare per sempre il bambino ferito nella fabbrica di lucido da scarpe. È una domanda che Dickens si poneva riguardo a se stesso, e che la letteratura era il modo di elaborare. In questo senso David Copperfield è anche una meditazione sul potere salvifico della narrazione: David diventa scrittore, e diventare scrittore è il modo in cui riesce a sopravvivere alla propria storia, a possederla invece di esserne posseduto.
Il confronto con altri grandi romanzi di formazione europei è inevitabile e illuminante. Wilhelm Meister di Goethe, pubblicato tra il 1795 e il 1796, è il prototipo del genere: il giovane protagonista lascia la famiglia borghese, attraversa esperienze teatrali e sentimentali, si forma attraverso il contatto con il mondo. Hugo aveva scritto I Miserabili, pubblicati nel 1862, ma concepiti nello stesso decennio di David Copperfield, dove la redenzione dell’individuo si intreccia con la giustizia sociale in modo più esplicito di quanto Dickens faccia. Stendhal, con Il rosso e il nero e La certosa di Parma, aveva esplorato l’ambizione come motore di formazione nel contesto della Francia post-napoleonica. Ma David Copperfield si distingue da tutti questi modelli per la qualità della memoria: Dickens non usa il passato come pretesto per un’analisi sociale o per una meditazione filosofica astratta, ma lo abita con una fedeltà sensoriale straordinaria, restituendo gli odori, i suoni, le texture delle esperienze infantili con una precisione che anticipa certe strategie proustiane. Proust non è ancora nato quando Dickens scrive David Copperfield, ma la lettura del romanzo inglese da parte del giovane Marcel è documentata e significativa: qualcosa del modo in cui Dickens tratta la memoria involontaria, il ritorno improvviso di emozioni sepolte, la capacità di un dettaglio fisico di riportare intero un passato perduto, riemerge nella Recherche come eredità trasformata.
La galleria dei personaggi di David Copperfield è una delle creazioni più memorabili nella storia del romanzo occidentale. Mr. Micawber è forse il più amato: eterno ottimista, spendaccione irresponsabile, sempre sull’orlo del disastro eppure incapace di smettere di credere che “qualcosa si presenterà”, è il ritratto del padre di Dickens trasfigurato dall’affetto e dall’ironia, reso immortale da una lingua magniloquente e comica che ha ispirato generazioni di lettori e scrittori. Uriah Heep è l’anti-Micawber: dove il primo è caldo, esuberante, generoso nelle proprie illusioni, il secondo è freddo, contorto, avido, mascherato da una umiltà strisciante e performativa che nasconde una volontà di dominio assoluta. Il nome di Uriah Heep è entrato nella lingua inglese come sostantivo comune (un “uriah heep” è chiunque simuli deferenza per avanzare i propri interessi) e questo passaggio dal nome proprio al sostantivo comune è il segno più certo della riuscita di un personaggio letterario. Betsey Trotwood è il personaggio che più direttamente porta la firma dell’affetto di Dickens: eccentrica, burbera, apparentemente dura, ma capace di un amore pratico e instancabile che salva David nei momenti decisivi. E poi c’è Peggotty, la domestica della prima infanzia, con le sue dita sempre piene di punture di ago e il suo cuore semplice e indistruttibile, che rappresenta la fedeltà come virtù assoluta, indipendente da ogni interesse e da ogni convenienza.
Il trattamento del tema della crudeltà verso i bambini è uno degli aspetti in cui Dickens è più direttamente politico, e David Copperfield non fa eccezione. Dickens aveva già esplorato il tema in Oliver Twist, dove il protagonista è letteralmente un orfano gettato nelle fauci del sistema assistenziale vittoriano, e in Nicholas Nickleby, dove la scuola di Dotheboys Hall è il luogo emblematico dell’abuso istituzionalizzato sull’infanzia. In David Copperfield il tema si fa più personale e più sfumato: il bambino non è gettato in un sistema anonimo ma è tradito da figure che dovrebbero proteggerlo: il patrigno, la madre troppo debole per resistere al patrigno, gli adulti che guardano e non intervengono. La crudeltà dei Murdstone non è quella pittoresca e romanzesca del villain da melodramma: è la crudeltà quotidiana del controllo emotivo, della disciplina eretta a ideologia, dell’amore trasformato in strumento di dominio. In questo, Dickens anticipa intuizioni che la psicologia clinica del Novecento avrebbe formalizzato decenni dopo: il trauma non è solo quello inflitto con la violenza fisica, ma quello prodotto dalla sistematica squalifica dell’identità del bambino, dall’inculcare in lui la convinzione di essere inadeguato, sbagliato, colpevole della propria stessa esistenza.
La questione femminile nel romanzo è complessa e richiede uno sguardo attento. Dickens era figlio del suo tempo, e il tempo era quello della cultura vittoriana con i suoi rigidi codici di genere: le donne del romanzo tendono a dividersi tra angeli del focolare (Agnes, Peggotty, Betsey Trotwood nelle sue funzioni protettive) e figure fragili o deviate (Dora, la povera Emily, la signora Steerforth). La critica femminista ha a lungo discusso la figura di Agnes in particolare, notando come la sua perfezione sia costruita sulla sua disponibilità a subordinare completamente i propri desideri a quelli di David, ad aspettare in silenzio per anni mentre lui sposa un’altra donna e attraversa le proprie esperienze. C’è qualcosa di scomodo in questo schema, che Dickens non vede o non vuole vedere, e che il lettore contemporaneo non può ignorare. Eppure sarebbe sbagliato ridurre la complessità delle donne di Dickens a questo schema: Betsey Trotwood, per esempio, è un personaggio di straordinaria autonomia e forza, che ha scelto di vivere secondo le proprie regole, che ha accettato le conseguenze dei propri errori passati senza autocommiserazione, e che agisce nel romanzo con un’efficacia e un’intelligenza pratica che nessun personaggio maschile le uguaglia. E la tragedia di Emily, la ragazza che fugge con lo squallido Steerforth e viene abbandonata, è raccontata con una pietà e una comprensione che vanno ben oltre la condanna morale convenzionale dell’epoca.
Lo stile di Dickens in David Copperfield è al suo meglio: più controllato rispetto alle prime opere, meno incline alle digressioni comiche che a volte appesantivano i Pickwick Papers, ma ancora capace di quelle accelerazioni liriche e di quella potenza visiva che sono la sua firma inconfondibile. La Londra di Dickens è una delle creazioni letterarie più potenti dell’Ottocento europeo: una città organica, pulsante, oscura, dove la grandezza e la miseria coesistono a pochi metri di distanza, dove il Tamigi porta con sé i rifiuti e i segreti di una metropoli in espansione incontrollata, dove la nebbia non è solo meteorologia ma stato mentale, condizione dell’anima. Dickens è il primo grande scrittore urbano della modernità, il primo a capire che la città industriale non è sfondo ma protagonista, che le sue strade e i suoi vicoli e i suoi fiumi formano i personaggi che le abitano con la stessa potenza con cui li formano le famiglie e le scuole e le chiese. In questo, la sua influenza sulla letteratura successiva è incalcolabile: da Conrad a Joyce, da T.S. Eliot a Graham Greene, ogni scrittore inglese che ha fatto di Londra un personaggio narrativo ha dovuto confrontarsi con l’ombra di Dickens.
Il romanzo ha avuto una fortuna critica lunghissima e stratificata. I contemporanei lo accolsero con entusiasmo, e tra i lettori più commossi ci fu Tolstoj, che in più occasioni dichiarò David Copperfield uno dei romanzi più grandi mai scritti, con una predilezione particolare per la figura di Peggotty. Kafka, che fu lettore appassionato di Dickens, riconobbe in lui un precursore della propria visione del mondo: il bambino solo e incompreso, il sistema che schiaccia l’individuo, la burocrazia come forma di violenza anonima e irresistibile. Franz Kafka arrivò al punto di descrivere il proprio Amerika, il romanzo incompiuto che racconta le avventure americane del giovane Karl Rossmann, come un “David Copperfield puro”, riconoscendo esplicitamente il debito. Virginia Woolf, che pure aveva un rapporto critico con Dickens, ammirava la sua capacità di creare personaggi che sembrano esistere al di là del romanzo, che continuano a vivere nella mente del lettore dopo che il libro è chiuso, come persone reali che si è incontrate e non si dimenticano.
Rileggere David Copperfield oggi significa confrontarsi con un’opera che porta tutti i segni del proprio tempo, le convenzioni narrative del romanzo vittoriano, le limitazioni ideologiche di un’epoca, la struttura seriale che a volte produce ripetizioni e allungamenti, ma che li trascende grazie a qualcosa che non invecchia: la verità dell’esperienza emotiva. Dickens sapeva cosa significava essere un bambino abbandonato, sapeva cosa significava lavorare quando si dovrebbe studiare, sapeva cosa significava vergognarsi della propria miseria mentre il mondo di intorno sembrava non accorgersene. E sapeva che quella vergogna, quel senso di non meritare ciò che si desidera, quella difficoltà a credere di avere diritto alla propria felicità, non scompaiono con il successo o con la ricchezza: restano, sotto la superficie, pronte a riemergere. David Copperfield è il tentativo di fare i conti con quella parte di sé, di guardarla in faccia senza edulcorarla e senza distruggersi, di trasformarla in arte. Se David riesce a diventare l’eroe della propria vita, come la domanda iniziale chiedeva, lo deve alla stessa cosa che ha permesso a Dickens di diventare lo scrittore che è diventato: la capacità di raccontare, di dare forma narrativa al caos dell’esperienza vissuta, di trovare nella storia che si racconta su se stessi il filo che tiene insieme tutto il resto.