Action, conflitti familiari, desiderio di emancipazione e ribellione, amore, tragedia e ironia. Sono gli ingredienti intorno ai quali Daniele Vicari ha costruito il film Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino prodotto da Mompracem con Rai Cinema, nelle sale dal 4 dicembre con 01 Distribution. Un coinvolgente, spiazzante, spietato gangster movie, liberamente ispirato all’omonimo romanzo autobiografico di Antonio Zagari, interpretato dagli ottimi Vinicio Marchioni, Gabriel Montesi, Selene Scaramazza con, tra gli altri, Andrea Fuorto, Thomas Trabacchi, Pier Giorgio Bellocchio, Rocco Papaleo, con le coinvolgenti musiche di Theo Teardo.
Protagonista della storia un ragazzo che si ribella al proprio destino criminale. Antonio Zagari, figlio di un boss calabrese trapiantato in Lombardia, capisce di non essere adatto alla malavita: uccidere per lui è fisicamente insostenibile. A poco più di vent’anni, dopo aver ammazzato, rapinato, rapito, finisce in galera. Dove decide di fermare tutto: scrivendo. A metà degli anni ’70, mentre i suoi coetanei si ribellano nelle fabbriche, nelle università, nelle piazze, Antonio lotta contro il padre, e lo farà con una vendetta peggiore della morte.
Vicari ha letto la storia scritta da Zagari in galera molti anni fa ed è rimasto colpito per come racconta con sincerità cosa abbia significato per lui uccidere e ha voluto travasarla in un film che sfidasse il senso comune, esplorasse lo sguardo e i sentimenti di un assassino che per questo sta male. “Questo lo spinge a sottrarsi alla logica del potere che il padre vorrebbe gestisse da buon primogenito– spiega il regista -. Antonio rifiuta l’eredità paterna ma è costretto a uccidere per ottenere una liberazione impossibile “. Per la colonna sonora Teardo ha utilizzato la chitarra battente calabrese per sottolineare ciò che vive dentro i personaggi e restituire le zone di assenza nel loro carattere.
Dal canto suo, Marchioni è rimasto colpito dalla non educazione sentimentale del suo personaggio. “Il senso di omertà, di complicità criminale del padre, l’incapacità di tirar fuori ciò che sente, la logica militare, l’atrocità di tutto questo – spiega l’attore -. E’ stato complicato calarmi nei panni di un uomo calabrese nato negli anni ‘30, trapiantato al Nord negli anni ‘50, mi sono fatto raccontare quell’epoca da mia madre che è nata a Crotone. Una figura paterna immobile, molto diversa da quelle di oggi, ho ricercato nel passato del nostro Paese le dinamiche padri-figli per capirne l’emancipazione. Oggi pensiamo di essere liberi ma mettiamo tutta la nostra vita in mano ai social”.
“Mi sembrava incredibile fosse una storia vera, mi ha colpito la sua ironia” racconta Montesi, che ben si è calato nei complessi panni del figlio. Il cinema è lo specchio della realtà, sostengono i protagonisti di questo ottimo film, il contenitore migliore per amalgamare le diversità.