di Honoré de Balzac
Pubblicato a puntate sulla Revue de Paris tra dicembre 1834 e febbraio 1835, e poi in volume nel 1835, Père Goriot di Honoré de Balzac rappresenta uno dei momenti culminanti non solo della Comédie humaine, il monumentale affresco in oltre novanta romanzi e racconti con cui l’autore si propose di descrivere l’intera società francese del suo tempo, ma dell’intera letteratura europea dell’Ottocento. Scritto in soli quarantasei giorni con quella furia creativa che caratterizzava il metodo di lavoro balzachiano, alimentato da quantità industriali di caffè e da notti insonni passate alla scrivania, il romanzo nasce in un periodo in cui la Francia postnapoleonica stava attraversando una delle sue più profonde trasformazioni sociali.

La Restaurazione borbonica prima e la Monarchia di Luglio sotto Luigi Filippo poi avevano sancito il definitivo trionfo della borghesia sul vecchio ordine aristocratico, creando un universo in cui il denaro, e non più il sangue, determinava il posto degli individui nella gerarchia sociale. È precisamente in questo contesto che Balzac ambienta la sua storia, facendone non soltanto uno specchio fedele del tempo ma uno strumento critico di penetrante lucidità. Il romanzo si svolge nel 1819, all’interno della pensione Vauquer, un mediocre albergo nella zona del Quartiere Latino a Parigi, che Balzac descrive con un dettaglio quasi maniacale nelle prime pagine: l’odore di grasso rancido, i mobili logori, le tende stinte, la proprietaria Madame Vauquer con la sua aria di chi ha rinunciato da tempo a qualsiasi ambizione. Questo luogo squallido diventa una sorta di microcosmo in miniatura della società parigina, dove convivono personaggi provenienti da strati diversi ma accomunati dalla mediocrità e dalla rassegnazione, con due eccezioni significative: il giovane Eugène de Rastignac e il misterioso Vautrin.
Rastignac è un giovane nobile provinciale arrivato a Parigi per studiare legge, pieno di ambizioni e di ingenuità al tempo stesso. Il suo percorso di formazione è il vero asse narrativo del libro, e attraverso i suoi occhi il lettore scopre i meccanismi spietati della società parigina. Balzac aveva egli stesso vissuto un’esperienza simile: nato a Tours nel 1799 da una famiglia borghese, aveva studiato legge a Parigi senza grande entusiasmo, aveva tentato senza successo di fare fortuna negli affari prima di dedicarsi definitivamente alla letteratura, e conosceva bene le umiliazioni e le tentazioni di chi vuole farsi strada nella capitale. Rastignac porta in sé qualcosa dell’autore: la fame di riconoscimento, la consapevolezza che il talento da solo non basta, la necessità di trovare le giuste protezioni femminili per aprirsi le porte dei salotti che contano. Ed è proprio Madame de Beauséant, cugina di Rastignac e donna dell’alta aristocrazia, a impartirgli la prima grande lezione cinica sulla vita parigina: per avere successo bisogna servirsi degli altri come strumenti, senza sentimentalismi.
L’altra grande figura del romanzo, Goriot, è al contrario il simbolo dell’abnegazione assoluta, di un amore paterno portato ai limiti dell’autodistruzione. Ex fabbricante di pasta, aveva accumulato una discreta fortuna durante le guerre napoleoniche speculando sul grano, e aveva poi sacrificato tutto per sistemare le sue due figlie nell’alta società: Anastasie, sposata al conte de Restaud, e Delphine, moglie del banchiere Nucingen. Goriot è un personaggio che richiama inevitabilmente il Re Lear di Shakespeare, e Balzac stesso sembra consapevole di questa ascendenza quando fa dire al vecchio alcune delle sue battute più strazianti. Come Lear, Goriot viene abbandonato da coloro che ha amato con eccesso di devozione; come Lear, muore tradito e solo, mentre le sue figlie sono impegnate nei loro affari mondani. Ma se Lear è una figura regale che cade dall’alto, Goriot è un uomo del popolo che si è elevato grazie al commercio e che precipita verso il basso, verso la miseria assoluta della sua ultima stanza in pensione, dove muore senza che nessun familiare si degni di presenziare al funerale. La scena della sua agonia è una delle più potenti dell’intera letteratura realista: Balzac non risparmia nulla al lettore, descrivendo con precisione clinica il disfacimento fisico dell’uomo mentre la sua mente continua a invocare le figlie assenti con deliri di tenerezza paterna.
Il terzo grande personaggio è Vautrin, il cui vero nome è Jacques Collin, detto Trompe-la-Mort, un ex galeotto in fuga dalla giustizia che si nasconde nella pensione con una falsa identità. Vautrin rappresenta nella Comédie humaine qualcosa di più di un semplice antagonista: è la voce dell’anarchia, il filosofo del crimine, colui che enuncia con spietata lucidità le leggi non scritte della società borghese. Il suo discorso a Rastignac è uno dei passi più memorabili del romanzo: gli spiega che la società non è che una lotta di tutti contro tutti mascherata da convenzioni e buone maniere, che i grandi patrimoni hanno sempre un’origine criminale o comunque disonesta, e che la vera scelta è tra il conformarsi a questi meccanismi e approfittarsene apertamente, oppure restare miseri per tutta la vita. Questa visione nichilista e quasi hobbesiana della società colpisce il giovane Rastignac in modo profondo, anche se egli non arriverà mai a seguire fino in fondo le indicazioni di Vautrin.
Il personaggio di Vautrin riappare in altri romanzi della Comédie humaine, in particolare in Illusioni perdute e in Splendori e miserie delle cortigiane, dove la sua parabola si compie in modi ancora più sorprendenti. Balzac costruisce la sua narrativa con un metodo che egli stesso teorizzò e che ha profondamente influenzato la tradizione realista successiva: l’osservazione meticolosa della realtà sociale, la convinzione che i dettagli materiali, vestiti, arredi, quartieri, abitudini alimentari, rivelino la condizione e il carattere dei personaggi. In questo senso, la descrizione della pensione Vauquer nelle prime pagine non è un esercizio retorico ma un atto interpretativo: ogni oggetto logoro e ogni odore sgradevole è un indice della mediocrità che vi regna. Questo metodo deve molto alla fisiognomica di Johann Kaspar Lavater e soprattutto alle teorie del naturalista Georges Cuvier, che Balzac ammirava intensamente e a cui si ispirava esplicitamente nel famoso «Avant-propos» alla Comédie humaine del 1842: così come il naturalista ricostruisce l’animale intero a partire da un singolo osso, lo scrittore deve saper ricostruire la società intera a partire dai dettagli quotidiani.
L’influenza di Walter Scott è anch’essa riconosciuta da Balzac stesso, ma con una differenza fondamentale: mentre Scott romanticamente si rivolge al passato storico, Balzac vuole fare della contemporaneità il suo territorio. La modernità parigina, con la sua velocità, la sua crudeltà e la sua vitalità, è il suo vero soggetto. Dal punto di vista della struttura narrativa, Papà Goriot è costruito con grande abilità. I tre archi narrativi principali, la rovina di Goriot, l’iniziazione di Rastignac, la cattura di Vautrin, si intrecciano senza mai interferire distruttivamente l’uno con l’altro, e Balzac riesce a tenere alta la tensione narrativa anche nelle sezioni più descrittive grazie alla sua capacità di far sentire sempre il peso delle forze sociali in gioco. La conclusione del romanzo è diventata giustamente celebre: dopo aver assistito al funerale di Goriot, al quale sono presenti soltanto lui e il fedele Christophe, Rastignac si volta verso Parigi che comincia a illuminarsi nell’ora del tramonto, e le lancia la sua sfida: «À nous deux maintenant!» («Ora a noi due!») È il momento in cui il giovane provinciale diventa definitivamente parte della macchina parigina, avendo rinunciato alle ultime illusioni romantiche e abbracciato la fredda logica della conquista sociale. La lacrime versate sulla tomba di Goriot sono le ultime lacrime della sua giovinezza.
L’influenza di Papà Goriot sulla letteratura successiva è incalcolabile. Flaubert, pur essendo critico nei confronti di Balzac per certe imprecisioni stilistiche, riconobbe il suo debito fondamentale nei confronti della Comédie humaine; Zola costruì il ciclo dei Rougon-Macquart sull’idea balzachiana di una narrativa sistematica della società, aggiungendovi le teorie positiviste sull’ereditarietà; Henry James, nell’introduzione alla sua raccolta di saggi critici, definì Balzac il padre del romanzo moderno. Dostoevskij lo lesse avidamente e ne tradusse addirittura Eugénie Grandet in russo. Proust, che sembrava così lontano dall’estetica balzachiana, era in realtà un suo lettore appassionato e riconobbe l’importanza del sistema dei personaggi ricorrenti, la tecnica per cui Rastignac, Vautrin e molti altri riappaiono in decine di romanzi diversi della Comédie humaine, come anticipazione del suo stesso procedimento narrativo nella Recherche.
Anche sul piano biografico, il romanzo rivela aspetti significativi della personalità del suo autore. Balzac era ossessionato dal denaro, non per avarizia, ma per quella stessa incapacità di gestirlo razionalmente che attribuisce a molti dei suoi personaggi. I suoi debiti erano leggendari e lo perseguitarono per tutta la vita; le sue avventure amorose, spesso con donne dell’alta borghesia o dell’aristocrazia, rispecchiano qualcosa del percorso di Rastignac; la sua ammirazione per Napoleone, che considerava il modello dell’uomo che si fa da sé, che impone la propria volontà al mondo, si riflette nella visione quasi darwiniana della vita sociale che pervade il romanzo. Quando Balzac morì nel 1850, pochi mesi dopo aver finalmente sposato l’amatissima Ewelina Hańska, la contessa polacca con cui aveva intrattenuto una corrispondenza durata diciassette anni, Victor Hugo pronunciò un’orazione funebre in cui lo definì «uno dei primi tra i grandi uomini» e descrisse la sua opera come «un libro vivente, luminoso, profondo». Papà Goriot, con la sua capacità di illuminare il cuore spietato della modernità borghese attraverso storie di passioni umane assolute, l’amore paterno di Goriot, l’ambizione di Rastignac, la libertà anarchica di Vautrin, rimane il punto d’accesso ideale a questo immenso universo narrativo, e uno dei romanzi più necessari che la tradizione occidentale abbia prodotto.