Il cinema onirico, quello che fa sognare. Nell’asfittico panorama italiano, lo fa rinascere Virgilio Villoresi col film Orfeo, adattamento di Poema a fumetti di Dino Buzzati, nelle sale dal 27 novembre con Double Line. Si calano perfettamente nei panni di Orfeo e Eura i ventiseienni Luca Vergoni e Giulia Maenza, come anche i comprimari Vinicio Marchioni (Uomi in verde) e Aomi Muyock (la sensuale, discinta Trudy) che animano con disinvolta sapienza i fantastici costumi creati a misura per ogni scena dalla geniale Sara Costantini. A dare corpo alle magiche atmosfere, le musiche create ad hoc da Angelo Trabace.
Nella prima graphic novel italiana Buzzati, uno degli autori più importanti del ‘900 italiano, rielabora in chiave moderna il mito di Orfeo e Euridice, ambientandolo a Milano e riproponendo i temi che hanno caratterizzato la sua ricerca artistica: l’arte, l’amore, il mistero, l’erotismo, la melanconia, le riflessioni sul rapporto tra la vita e la morte. Villoresi li fa suoi, dando vita a un film libero, personale, intimo, che fonde live action, animazione artigianale, cinema sperimentale e tecniche ottiche, creando un racconto simbolico e sensoriale. Lo spettatore si trova immerso nella tenebrosa psiche di un uomo in cerca dell’amata perduta, sconvolto dalla forza di sentimenti come l’ amore e la morte.
La storia ruota intorno a Orfeo, pianista solitario e visionario, che durante una serata al Polypus – il locale dove suona abitualmente – incrocia lo sguardo di Eura, una ballerina di danza classica. Nasce un amore improvviso, travolgente e assoluto, ma Eura nasconde un segreto e un giorno scompare improvvisamente. Tenta di seguirla, varca la soglia di una porta misteriosa e si ritrova in un inquietante aldilà abitato da strane, sinistre creature e un diavolo custode che gli rivela dove si trova l’amata.
“ Ho scelto un ritmo che seguisse la logica instabile del sogno – spiega Villoresi -. Ho girato in pellicola 16mm, nello studio Fantasmagoria di Milano, con scenografie costruite a mano e tecniche legate a illusioni ottiche per restituire un mondo che non imita il reale, ma lo reinventa attraverso una lente artigianale, evocativa, profondamente cinematografica. La stop-motion è stata integrata direttamente sul set. Ho impiegato vecchi filmati in Super8 di mia madre che balla. È un omaggio intimo a mia madre, che è stata una ballerina”.
“Non conoscevo questo modo di girare – ammette Giulia -, sono rimasta affascinata dai suoi sogni, dai personaggi fantastici sempre nuovi, un’esperienza iniziatica, quasi mistica”. “Con questo film sono cresciuto – confessa Luca -, c’era una componente artistica potente, mi ha creato un’attenzione maggiore a un mondo diverso”.