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di Primo Levi, Einaudi 1986
Nell’aprile del 1986, quando Einaudi mandò in libreria I sommersi e i salvati, Primo Levi aveva sessantasei anni e un’opera già compiuta. Era l’autore di Se questo è un uomo, rifiutato nel 1947 da Einaudi e poi pubblicato da una piccola casa editrice con tremila copie, e della Tregua, del Sistema periodico, della Chiave a stella. Aveva insomma consegnato al secolo la testimonianza più limpida sull’universo concentrazionario, e nulla lasciava credere che sentisse il bisogno di tornarvi. Eppure l’ultimo libro non è un’appendice né un congedo sentimentale. È piuttosto una resa dei conti con se stesso e con la propria memoria, il tentativo di un chimico di sottoporre a titolazione il residuo ultimo di quarant’anni di silenzi, domande ricevute, equivoci, rimorsi. Lo scrittore che aveva narrato il Lager con la pacatezza di un referto si fa ora saggista, e interroga non più i fatti, ma ciò che i fatti hanno provocato agli uomini che li hanno vissuti e a quelli che li hanno ereditati.

Il titolo è una citazione di sé. Già in Se questo è un uomo Levi aveva distinto, nell’economia crudele del campo, l’uomo che sale e l’uomo che scivola, i salvati e i sommersi, con una lapidarietà che ha qualcosa della sentenza biblica. Qui la formula viene rimessa in discussione, quasi riaperta come un processo. I sommersi sono i musulmani, come il gergo del campo chiamava i prigionieri ridotti a scheletro e a sguardo spento, e sono i testimoni integrali, coloro che hanno toccato il fondo e non hanno potuto risalire per raccontarlo. Noi sopravvissuti, scrive Levi con una franchezza che ancora oggi spiazza, siamo una minoranza anomala perché abbiamo tutti, per prevaricazione, abilità o fortuna, non toccato il fondo. Chi lo ha toccato non è tornato, o è tornato muto. Ne discende un paradosso che regge l’intero libro: chi parla, parla sempre al posto di qualcun altro, per delega, e la sua testimonianza, per quanto lucida, è dunque per costituzione incompleta.
La struttura è quella di un trittico di saggi su un tema unico, disposto in otto capitoli dal tono variamente argomentativo, polemico, aneddotico. Si apre con la memoria dell’offesa, capitolo in cui Levi, formatosi alla scuola del dubbio sperimentale, applica al ricordo il medesimo rigore che avrebbe riservato a un reagente sospetto. La memoria, avverte, è uno strumento meraviglioso ma fallace; i ricordi, evocati troppo spesso e raccontati sempre nella stessa forma, tendono a cristallizzarsi in uno stereotipo collaudato, a sostituirsi alla scena originaria come una fotografia che finisce per cancellare il volto che ritraeva. Né la memoria dei carnefici fa meglio. Quella, anzi, si dota di meccanismi di falsificazione deliberata, di rimozioni convenienti, di una menzogna che a forza di essere ripetuta diventa sincera. Il richiamo a Orwell è implicito e potente: chi controlla il passato controlla il futuro, e il Terzo Reich aveva fatto del dominio sulla memoria, sulla distruzione dei documenti, sull’occultamento dei cadaveri, sul linguaggio stesso, un’arma non meno efficace del gas.
Il cuore del libro, e il suo contributo più duraturo al pensiero del Novecento, è però il secondo capitolo, quello sulla zona grigia. Levi vi rifiuta con decisione la tentazione, diffusa soprattutto nel cinema e nella letteratura popolare, di dividere il mondo del Lager in due campi nitidi: da una parte i buoni, vittime innocenti, dall’altra i cattivi, persecutori inumani. L’ambiguità del male, sostiene, è più capillare e più scomoda. Il sistema nazista non si accontentava di uccidere le sue vittime: voleva corromperle, coinvolgerle, farne complici delle proprie procedure. Di qui l’invenzione dei Kapo, dei funzionari prigionieri, dei privilegiati che per un supplemento di zuppa e un letto meno scomodo esercitavano sui compagni una violenza spesso più feroce di quella delle SS. Non si tratta, ammonisce Levi, di assolverli, si tratta di comprenderli, e di sospendere il giudizio sul presupposto che nessuno di noi può sapere come si sarebbe comportato in quella condizione, sotto quella pressione, con quella fame.
L’esempio più spietato è quello dei Sonderkommando, le squadre di prigionieri addette ai forni crematori, che accompagnavano i propri simili nelle camere a gas e ne smaltivano i corpi, per poi essere eliminati a loro volta dopo pochi mesi e sostituiti da nuovi arrivati. Levi vi vede il crimine più demoniaco del nazionalsocialismo, il tentativo di scaricare su altri, in particolare sulle vittime stesse, il peso dell’atrocità, in modo che a loro consolazione non restasse nemmeno il sentimento della propria innocenza. E tuttavia, anche qui, il suo sguardo rifiuta il verdetto. «Nessuno è autorizzato a giudicarli», scrive, perché solo chi ha vissuto quella condizione, e non può raccontarla, potrebbe farlo. Accanto a questa figura tragica Levi colloca quella grottesca e inquietante di Chaim Rumkowski, il presidente del ghetto di Lódź, ebreo egli stesso, che amministrava la propria comunità con un’autorità da sovrano e una vanità da funzionario, battendo moneta con il proprio volto, tenendo discorsi, firmando le liste per le deportazioni nell’illusione di salvare almeno qualcuno. Rumkowski è per Levi uno specchio deformante in cui ognuno è tentato di non riconoscersi, perché il potere, anche quello minuscolo, anche quello concesso dal carnefice, seduce e corrompe, e perché l’uomo che lo esercita finisce per credere che esso gli appartenga davvero.
C’è in queste pagine una qualità di scrittura che sarebbe riduttivo chiamare sobrietà. Levi ha l’abitudine, ereditata dal laboratorio, di nominare le cose con il vocabolo esatto e di evitare l’aggettivo che gonfia e l’avverbio che commenta. Ma sotto questa superficie levigata corre una tensione morale che non si placa mai. La sua prosa ricorda la tradizione illuminista italiana, il Beccaria che ragiona di pene e delitti con la freddezza della ragione, e insieme una consuetudine con Dante che affiora in ogni sua riga, come nel celebre canto di Ulisse che illuminò, in Se questo è un uomo, il crepuscolo di una giornata di fatica. Qui la Commedia non compare come ornamento, ma come grammatica morale; la zona grigia ha qualcosa degli ignavi, di quegli spiriti che il poeta relega nell’anticamera dell’inferno, né fedeli né ribelli. Soltanto che l’ignavia, nel Lager, non è una scelta, è l’unico spazio che il sistema lascia, ed è per questo che Levi, a differenza di Dante, non si sente di condannare nessuno.
Il capitolo sulla vergogna è forse il più sconcertante, perché sposta il baricentro dall’accusa alla colpa. Perché i sopravvissuti, così spesso, provano vergogna? Levi risponde con un’analisi che sfiora il paradosso. La vergogna di chi è rimasto vivo e ha la sensazione, irrazionale ma tenace, di aver occupato il posto di un altro, di essersi salvato a suo discapito. Ciascuno è stato il Caino del proprio vicino, il pensiero attraversa il testo come un sussurro e anche se nessun giudice lo rimprovererebbe, il rimorso non ascolta i giudici. La citazione dalla chiusa del Processo di Kafka, quella vergogna che gli sarebbe sopravvissuta, funziona in questo senso come una chiave di lettura. Levi, che di Kafka era stato traduttore, riconosce nel suo universo burocratico e incomprensibile l’anticipazione di una condizione che egli stesso ha attraversato, in cui l’innocenza non basta a proteggere dall’espiazione. E c’è, in queste pagine, un’altra vergogna ancora, più diffusa e più sottile, quella di appartenere alla specie umana; l’orrore di scoprire che l’uomo è capace di tutto, e che il tutto non è un’eccezione ma una possibilità permanente.
Seguono capitoli di taglio più saggistico, che ampliano lo sguardo dal mondo del campo al mondo che lo circonda. In “Comunicare” Levi racconta l’esperienza babelica dell’arrivo ad Auschwitz, dove non capire gli ordini equivaleva a una condanna: il tedesco urlato, il polacco, lo yiddish, le lingue sovrapposte in un frastuono che negava a ogni voce il valore di un messaggio. Il linguaggio, che per un uomo di lettere è l’ultimo rifugio, viene qui degradato a strumento di dominio, e si comprende perché l’atto della scrittura, per Levi, avrà sempre qualcosa di riparatorio. “La violenza inutile” enumera con pazienza le crudeltà gratuite del sistema, quelle che non servivano a nulla se non a umiliare: il tatuaggio sul braccio, le percosse senza motivo, la nudità imposta, i vagoni piombati. Era la cifra di un progetto che voleva sopprimere non solo la vita dei deportati, ma la loro stessa dignità di esseri umani. In “Stereotipi” e nelle pagine dedicate agli studenti, infine, Levi affronta le domande che da quarant’anni gli vengono rivolte nelle scuole: perché non siete fuggiti? perché non vi siete ribellati? Risponde con una pazienza che mai sconfina nell’accondiscendenza, ricordando la sproporzione di forze, l’isolamento, la fame, la certezza di vendetta collettiva, e facendo capire che chi domanda così non ha ancora afferrato la natura del problema.
Nel capitolo intitolato “L’intellettuale ad Auschwitz” il libro assume una vibrazione quasi autobiografica, e si apre alla polemica con un altro grande sopravvissuto, Jean Améry, nato Hans Maier a Vienna, filosofo, torturato dalla Gestapo, autore di Intellettuale a Auschwitz, che nel 1978 si tolse la vita. Per Améry la cultura non era stata un riparo, ma una zavorra. L’uomo di pensiero, nel Lager, era il più vulnerabile, perché i suoi strumenti, la parola, il ragionamento, il confronto, venivano resi inutili dalla brutalità. Levi, che pure ammira Améry, non può condividere fino in fondo questa diagnosi. La sua stessa esperienza gli dice che la cultura, e in particolare quella scientifica, ha funzionato come un’ancora; la curiosità del chimico che osserva anche il proprio degrado, la memoria dei versi di Dante, la disciplina mentale che lo ha tenuto lontano dall’abbandono. Il confronto fra i due è commovente non per l’opposizione delle tesi, ma perché sia l’uno sia l’altro hanno pagato un prezzo, e perché l’ombra del suicidio, quello di Améry, quello di Paul Celan nel 1970, e più tardi, purtroppo, quello che molti vedranno nella morte stessa di Levi, grava su queste pagine come un presagio.
La questione della morte di Levi, avvenuta l’11 aprile 1987 nella casa torinese di corso Re Umberto, a pochi mesi dalla pubblicazione, non può essere evitata da chi oggi rilegge il libro, benché sarebbe ingiusto leggerlo come una lettera di commiato. Elie Wiesel disse che Levi era morto ad Auschwitz quarant’anni dopo, formula suggestiva ma pericolosa, perché trasforma una vita intera e un’opera luminosa nel semplice epilogo di una ferita. Chi ha frequentato le pagine di Levi sa che la sua è una scrittura di vita, ostinatamente fedele alla razionalità, al lavoro, alla gioia di capire, e che I sommersi e i salvati è, semmai, il tentativo di consegnare ai lettori un’ultima, esatta mappa dell’abisso perché nessuno, domani, sia colto di sorpresa. Resta la possibilità, dolorosa ma legittima, che l’accumularsi di ricordi, la malattia, la solitudine e una depressione mai davvero domata abbiano fatto il resto. Ma il libro non lo dice, e noi dobbiamo leggerlo per ciò che dice.
L’ultima sezione, “Lettere di tedeschi”, è una piccola gemma di onestà intellettuale. Levi raccoglie alcune delle risposte che aveva ricevuto da lettori di lingua tedesca dopo la traduzione di Se questo è un uomo, e le commenta con equanimità non priva di ironia. C’è chi si scusa, chi si giustifica, chi si difende da un’accusa che nessuno aveva formulato, chi ringrazia con un entusiasmo sospetto. Levi non è mai né vendicativo né indulgente: ascolta, soppesa, distingue. Nel suo atteggiamento verso la Germania si riconosce un’idea precisa di giustizia, che non consiste nell’odio ma nel rifiuto del silenzio e dell’oblio. Non dimentica, non perdona a nome altrui, e tuttavia non indulge nella demonizzazione di un popolo. È una lezione di misura che il nostro tempo, così incline alle generalizzazioni sommarie, farebbe bene a ricordare.
Qual è, dunque, l’eredità di questo libro, a quasi quarant’anni dalla sua uscita? Anzitutto una lezione di metodo. Levi ci insegna a guardare al male senza compiacimento e senza rimozione, e a sospettare di ogni spiegazione troppo semplice. Poi una lezione di responsabilità: il fatto che il Lager sia stato possibile non è un’anomalia, bensì il risultato di una concatenazione di scelte ordinarie, di obbedienze, di indifferenze, di piccole viltà, e la sua formula più nota, che ciò che è accaduto può accadere di nuovo, è un monito che solo l’ingenuità può scambiare per una profezia apocalittica. Levi non crede che il nazismo sia destinato a ritornare identico; crede, più sobriamente, che i meccanismi che lo hanno reso possibile, la propaganda, la disumanizzazione, il consenso dei molti, la delega delle coscienze, siano sempre disponibili, e che l’unico antidoto sia una vigilanza ostinata, quotidiana, priva di retorica.
Resta da dire della forma, perché un libro di questa statura merita di essere letto anche come opera di letteratura. Levi non è uno scrittore che cerchi la bellezza in sé, eppure la raggiunge, quasi di nascosto, per sottrazione. Le sue frasi hanno la lucidità di un vetro ben lavorato, e dentro quel vetro si intravede qualcosa che non si lascia dire. Il dubbio, in lui, non è mai un vezzo ma un metodo; l’ironia, quando affiora, è un modo di mantenere la distanza dalla pietà; la compassione, quando c’è, è tanto più forte quanto più trattenuta. Si avverte, nelle pagine migliori, l’eco della cadenza biblica, dei Salmi, di Giobbe: la voce di chi interroga un cielo che non risponde, e non per questo smette di domandare. E si avverte l’ossessione di un uomo che ha scelto di non fare della sua sofferenza un titolo di nobiltà, ma un dovere di precisione.
Rileggere oggi I sommersi e i salvati significa ritrovare un autore che aveva già capito quanto sarebbe stata fragile la memoria collettiva. Oggi i testimoni diretti sono quasi tutti scomparsi, e la distanza dai fatti tende a trasformare la Shoah in una pagina di manuale, in una ricorrenza del calendario, in un simbolo svuotato dall’uso. Levi aveva intuito il rischio: aveva scritto che il giorno in cui non ci sarebbe stato più nessuno a ricordare con la propria carne, la storia avrebbe avuto bisogno di altre voci, di altri strumenti, di altre forme di vigilanza. Il suo libro è appunto uno di questi strumenti, forse il più prezioso, perché non si limita a raccontare ciò che accadde, ma insegna a pensarlo, a collocarlo nell’ordine delle cose umane, senza sconti e senza alibi.