Una lunga confessione straziante. E’ “Il diario di Giuda” scritto e diretto da Giulio Base, nei cinema dal 2 aprile. Nel cast stellare troviamo, tra gli altri, Paz Vega nei panni di Maria, Abel Ferrara è Erode, John Savage è Giuseppe, Gesù è interpretato da Vincenzo Galluzzo, Rupert Everett è Caifa. Giuda nel film non appare mai. Eppure, aleggia. Ridotti al minimo i dialoghi, il racconto si affida al flusso della sua coscienza, in una voce (Giancarlo Giannini) che si fa liturgia laica, invocazione, talvolta bestemmia. Una coscienza che dubita, si interroga, accusa, sbaglia e implora, in un viaggio interiore perturbante.
“C’è un frammento di Giuda in ciascuno di noi. Nelle scelte sbagliate, nei silenzi vigliacchi, nei tradimenti grandi o piccoli che segnano il nostro passaggio nel mondo – sostiene Base -. Non è solo un film su di lui, ma su ciò che rappresenta, una figura che ci mette in discussione a distanza di secoli, come uno specchio che non smette di rifletterci”.
Sua madre faceva la prostituta e una chiromante le predisse che avrebbe partorito un diavolo; la donna rimane incinta di un cliente sconosciuto ma muore dando alla luce un bimbo a cui le altre ragazze del bordello danno un nome: Giuda. E’ ancora un bambino quando uccide l’uomo tenutario del postribolo che tenta di violentarlo. Il dolore lo indurisce e lo trasforma nel protettore del luogo dove è nato e cresciuto: si arricchisce vendendo donne. Quando un giovane chiamato Gesù salva Maria Maddalena (sua sorella ma anche una delle sue ‘protette’) dalla lapidazione, Giuda ne rimane rapito, lascia tutto e prende a seguire quel ‘guaritore’. Seguono gli anni della predicazione e del vagabondaggio di Gesù e dei suoi discepoli. Giunge la fatidica ultima cena e i fatti della passione che conosciamo… ma il vangelo secondo Giuda è diverso. Di tutti gli apostoli Giuda è l’unico a morire con Gesù. Lui che ha vissuto vendendo donne, muore vendendo un uomo.
Nel dare voce a colui che da duemila anni viene identificato come l’emblema del traditore, c’è un tentativo di disinnescare la dicotomia tra il bene e il male, tra la fede e la colpa, tra l’amore e la condanna. “Ciò implica interrogarsi sull’idea stessa di libero arbitrio: se la sua redenzione doveva passare attraverso il tradimento, allora chi è davvero Giuda? Soltanto un colpevole? Un dannato? Uno strumento? O è forse lui stesso una vittima?” si interroga l’autore. Non è sua intenzione offrire tesi risolutive, né tanto meno sancire verità assertive. “Il film semmai procede come una specie di vangelo empirico, privo di dogmi, affidandosi allo spettatore come a un lettore dubbioso – spiega Base -. Se c’è uno scopo, è proprio lo scandalo quasi eretico della contraddizione, nel fremito esaltante dell’autonomia di opinione”.