di Beppe Fenoglio, Garzanti 1963
Una questione privata esce a poche settimane dalla morte di Beppe Fenoglio, avvenuta a Torino il 18 febbraio di quell’anno, quando lo scrittore aveva quarant’anni. Il romanzo arrivò dunque ai lettori senza il suo autore, e la circostanza non è un semplice dato biografico, ha pesato molto sulla ricezione, ha alimentato un’aura di testamento spirituale e ha lasciato aperte questioni filologiche che ancora oggi impegnano gli studiosi. Eppure la forza del libro non dipende dal suo destino editoriale. Nel 1964, presentando la nuova edizione del proprio Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino riconobbe che Fenoglio aveva scritto il romanzo della Resistenza che la sua generazione aveva a lungo sognato senza riuscire a realizzarlo. In quel giudizio c’è già l’indicazione essenziale: Una questione privata è un romanzo di guerra che ha il coraggio di non essere soltanto un romanzo di guerra, e che proprio per questo riesce a dire sulla Resistenza più di molte opere scritte con l’esplicita intenzione di celebrarla.

Per capire come sia potuto nascere un libro simile bisogna guardare alla vita dell’autore. Fenoglio era nato ad Alba il 1° marzo 1922 in una famiglia modesta, figlio di un macellaio, e si era formato al liceo cittadino prima di iscriversi a Lettere a Torino, studi che la guerra interruppe. La passione per la letteratura inglese, che coltivò da autodidatta con una tenacia quasi ostinata, gli lasciò un’impronta profonda sul gusto, sul lessico e persino sulla scelta dei nomi dei personaggi. Dopo l’8 settembre 1943, tornato nelle Langhe, entrò nella lotta partigiana e militò nelle formazioni autonome di area badogliana, che in quella zona facevano capo a Enrico Martini, detto Mauri. Quell’appartenenza segnò anche la sua posizione culturale, perché lo teneva lontano dall’ortodossia comunista che dominava l’immagine pubblica della Resistenza nel dopoguerra. Dopo la Liberazione tornò ad Alba, lavorò come corrispondente in lingue estere presso una ditta vinicola e scrisse quasi di nascosto, nelle ore libere, con la determinazione di chi sa di avere un mestiere diverso da quello che gli dà da vivere.
Il quadro storico in cui si muove il romanzo è quello dell’autunno-inverno 1944, uno dei momenti più duri della guerra di liberazione. Ad Alba i partigiani avevano occupato la città il 10 ottobre e l’avevano tenuta per ventitré giorni, fino al 2 novembre, quando le forze fasciste, appoggiate dai tedeschi, la ripresero. Fenoglio dedicò a quell’episodio il racconto che dà il titolo alla raccolta I ventitré giorni della città di Alba, pubblicata da Einaudi nel 1952 nella collana dei Gettoni diretta da Elio Vittorini. Poi vennero i rastrellamenti, l’inverno, le formazioni costrette a disperdersi tra le colline, la logorante guerriglia in cui ogni sortita poteva finire in un’imboscata. Tra le pratiche della guerra civile di quei mesi vi era anche lo scambio dei prigionieri, che i comandi partigiani tentavano di realizzare per salvare i compagni catturati, e proprio da qui prende le mosse il meccanismo narrativo del romanzo. Il paesaggio, la nebbia, il fango, la pioggia fredda di Langa non sono solo uno sfondo, ma la materia stessa del libro.
La trama è semplice e si regge su un’ossessione. Milton, giovane partigiano che studia letteratura inglese e ha scelto per sé il nome di battaglia del grande poeta, torna in una villa sulle colline dove, prima della guerra, aveva frequentato Fulvia, la ragazza di cui è innamorato e che ora vive lontano. La custode gli lascia intendere che tra Fulvia e Giorgio, il suo migliore amico e compagno di lotta, ci sia stato qualcosa più di un’amicizia. Da quel momento Milton non pensa ad altro: vuole sapere se il sospetto sia fondato, ma Giorgio è stato nel frattempo catturato dai fascisti. L’unico modo per interrogarlo è liberarlo, e l’unico modo per liberarlo è catturare un fascista da scambiare con lui. Comincia così una caccia senza tregua attraverso le colline, fatta di sortite, inseguimenti, incontri con altri partigiani e con la popolazione delle Langhe, che culmina in un finale volutamente aperto, nel quale Milton corre nel bosco inseguito, senza che il lettore possa sapere come andrà a finire.
Il titolo dichiara già la tensione che regge l’opera. In una stagione in cui la Resistenza era ancora la grande impresa collettiva su cui si fondava la nuova Repubblica, Fenoglio sceglie un protagonista che, mentre attorno a lui si decide il destino del Paese, si occupa di una faccenda personalissima, quasi meschina, la gelosia. Può sembrare una provocazione, ma è una scelta di profonda onestà. La guerra, sembra dire Fenoglio, non cancella la vita privata degli uomini, la attraversa, la deforma, la rende più acuta, e chi combatte continua a portarsi addosso il proprio passato, i propri desideri, le proprie ferite. La ricerca di Milton ha il passo di un’avventura cavalleresca, con la sua inchiesta, i suoi ostacoli, la donna lontana e forse infedele. Non a caso la critica ha spesso richiamato Ludovico Ariosto, l’immagine di un Orlando che perde la ragione per amore nel mezzo di un assedio. La differenza è che qui non c’è nessun incantesimo a giustificare la follia, c’è soltanto l’uomo, la sua ostinazione, la sua incapacità di accettare di non sapere.
Milton è uno dei personaggi più memorabili della narrativa italiana del Novecento proprio perché è un eroe che non si comporta da eroe. È coraggioso, sa combattere e conosce il territorio meglio di molti, ma la sua azione è sempre percorsa da una malinconia cerebrale, da una tendenza a costruirsi il mondo attraverso le parole lette e i versi ricordati. L’amore per Fulvia, che nel romanzo compare quasi soltanto nel ricordo, è un sentimento in gran parte edificato sull’assenza. Fulvia è più un miraggio che una persona. Se da un lato questo può sembrare un limite, perché i personaggi femminili di Fenoglio restano spesso più evocati che indagati, dall’altro rende il libro fedele alla propria logica, che è quella di un’ossessione. La villa vuota, con le sue stanze chiuse e i suoi oggetti che sembrano appartenere a un tempo finito, diventa una specie di santuario, e il partigiano vi entra insieme come profanatore e come pellegrino.
Sul piano dello stile il romanzo mostra un Fenoglio maturo, meno sperimentale e più controllato rispetto al Partigiano Johnny, dove la lingua era percorsa da un plurilinguismo di derivazione inglese, con neologismi, latinismi e anglicismi che ancora oggi pongono problemi di leggibilità. Qui la frase è più asciutta, l’ossatura sintattica più stabile, e il paesaggio langarolo, descritto con precisione quasi geografica, diventa un vero attore della vicenda. Colpisce la capacità di rendere la fisicità dell’ambiente: il freddo che entra nelle ossa, il fango che appesantisce i passi, la nebbia che cancella i contorni e fa di ogni ombra una minaccia. Colpisce ancora di più l’assenza di retorica: i fascisti che compaiono non sono demoni, ma uomini, talvolta giovanissimi e impauriti, e la morte di un nemico non ha nulla di trionfale. In questo Fenoglio dialoga, da una posizione molto diversa, con Vittorini, che in Uomini e no aveva fatto della Resistenza urbana un dramma morale attraversato da una forte tensione lirica. Laddove Vittorini alza il tono e trasforma la lotta in allegoria, Fenoglio lo abbassa e la trasforma in esperienza.
Nel panorama della narrativa resistenziale l’opera occupa una posizione singolare. Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino aveva scelto lo sguardo di un bambino e la chiave della fiaba; L’Agnese va a morire di Renata Viganò (1949) aveva raccontato la lotta in pianura con un’intonazione corale e popolare; La casa in collina di Cesare Pavese aveva dato voce al senso di colpa di chi si sottrae alla guerra. Fenoglio racconta invece la Resistenza dall’interno delle formazioni autonome, senza schemi ideologici precostituiti, senza la certezza di una linea di partito e senza la mitologia del popolo che insorge. Le sue pagine sono attraversate da un’idea di guerra civile che non nasconde durezze e dubbi, ma che non per questo mette in discussione la scelta di campo. Questa autonomia rese il suo cammino editoriale più faticoso e la sua fortuna critica più tardiva. Dopo I ventitré giorni della città di Alba e La malora, Fenoglio fu a lungo considerato uno scrittore di provincia, e solo dopo la morte, con la pubblicazione postuma del Partigiano Johnny nel 1968, la sua statura fu pienamente riconosciuta.
La storia del testo aggiunge un ulteriore livello di interesse. Fenoglio lavorò a Una questione privata negli ultimi anni di vita, mentre la malattia ai polmoni ne minava le forze, e non riuscì a dargli l’ultima mano. Il romanzo uscì da un dattiloscritto non definitivo, curato da amici e collaboratori, e la sua forma attuale, con quel finale che si interrompe sul fiato dell’inseguimento, ha alimentato una discussione mai del tutto chiusa: è una scelta stilistica voluta, un’apertura che lascia il lettore con una domanda senza risposta, oppure l’effetto dell’incompiutezza? Lo studio dei manoscritti, portato avanti negli anni Settanta da Maria Corti, che diresse l’edizione critica delle opere di Fenoglio per Einaudi nel 1978, ha mostrato quanto lavoro di riscrittura si celi sotto la superficie apparentemente lineare dei suoi testi, e ha contribuito a ridimensionare l’immagine dello scrittore spontaneo e ingenuo che una certa critica aveva accreditato. Che il finale sia voluto o no, l’effetto è di straordinaria efficacia. Il libro si chiude non con una risposta ma con una corsa, e l’ossessione di Milton, che sembrava dover trovare sfogo in una verità, si scioglie in puro movimento, in una fuga verso il nulla che ha la forza di un simbolo.
Non mancano, naturalmente, i limiti. La trama, che si regge su un gioco di sospetti e su una rete di coincidenze, ha momenti di verosimiglianza fragile, e la concentrazione sulla psicologia di un solo personaggio può apparire, a chi cerca un affresco storico più ampio, come una restrizione. La figura di Fulvia resta più un’idea che un essere umano, e alcune pagine, nella foga di restituire la febbre di Milton, perdono di misura. Ma questi difetti appartengono al progetto stesso del libro, che non vuole raccontare la Resistenza nella sua interezza, bensì tenerne ferma una sola scheggia, con una concentrazione quasi ossessiva.
La fortuna del romanzo non si è spenta. Studiato nelle scuole, ristampato di continuo, è stato portato sullo schermo nel 2017 dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani, con Luca Marinelli nel ruolo di Milton, in un film che ha cercato di restituire la stessa miscela di romanticismo e disperazione del testo. Il motivo per cui il libro continua a parlare ai lettori di oggi è forse proprio la sua rinuncia alla monumentalità. In un tempo in cui la memoria della Resistenza rischia di consegnarsi alla ritualità delle cerimonie o alla polemica ideologica, Fenoglio ci ricorda che quella storia è stata fatta da individui con le loro paure, i loro amori sbagliati, le loro debolezze, e che è proprio dalla piccolezza delle questioni private che nasce la statura morale di una scelta. Una questione privata chiede al lettore di guardare la guerra da una distanza inconsueta, quella di un ragazzo che corre nella nebbia con una domanda in testa.