Si conclude dopo 5 stagioni la serie di Eric Kripke
Ci sono serie televisive che nascono come prodotti di intrattenimento e nel corso del tempo diventano qualcos’altro, qualcosa di più scomodo, di più necessario, di più difficile da ignorare. The Boys, la creatura di Eric Kripke tratta dai fumetti di Garth Ennis e Darick Robertson, ha sempre giocato sul filo tra intrattenimento estremo e critica sociale. E adesso, con la quinta e ultima stagione disponibile su Prime Video, quel filo è diventato talmente sottile da tagliarsi da solo. Sette anni dopo l’esordio esplosivo, dopo quaranta episodi di supereroi corrotti, corporazioni sanguinarie, intestini sparsi sui muri e metafore politiche che si sono rivelate, nel tempo, sempre meno metafore e sempre più cronaca, The Boys chiude i battenti con il fragore di chi sa di aver detto qualcosa di importante, anche se in un modo a tratti volgare e per stomaci davvero forti. Questo è il punto di partenza di qualsiasi riflessione onesta sulla quinta stagione e sulla serie in generale: non si sta parlando di un capolavoro assoluto, di un’opera che resterà nei libri di storia della televisione al pari di The Wire o Breaking Bad. Si sta parlando di qualcosa di diverso e per certi versi più raro, di una serie che ha avuto il coraggio sistematico, puntata dopo puntata, stagione dopo stagione, di prendere a schiaffi il proprio pubblico con immagini disturbanti e idee ancora più disturbanti, di non cercare mai il compromesso facile, di non ammorbidire il messaggio, di non normalizzare l’orrore che metteva in scena. E questo, nell’era dello streaming in cui ogni piattaforma insegue metriche e algoritmi, merita un rispetto autentico, persino quando la scrittura zoppica o la trama si inceppa.

La quinta e ultima stagione della serie televisiva composta come al solito da 8 episodi, viene diffusa su Prime Video dall’8 aprile 2026. Otto episodi per chiudere tutto, per dare un finale a personaggi che in questi anni sono diventati una sorta di famiglia disfunzionale con cui milioni di spettatori nel mondo hanno convissuto, discusso, litigato, fatto il tifo. Il cast principale che torna da stagioni precedenti include Karl Urban, Jack Quaid, Antony Starr, Erin Moriarty, Jessie T. Usher, Laz Alonso, Chace Crawford, Tomer Capone, Karen Fukuhara, Nathan Mitchell, Colby Minifie, Susan Heyward, Valorie Curry e Cameron Crovetti, con l’aggiunta di Daveed Diggs come nuovo membro principale. Un cast che nel corso degli anni ha avuto modo di crescere, di affinarsi, di trovare la propria voce all’interno di una storia che chiedeva loro di essere al tempo stesso caricature e persone reali, simboli e individui, e che in questa stagione finale viene chiamato a un ultimo sforzo corale che non sempre riesce in modo omogeneo, ma che nei momenti migliori tocca vette emotive inaspettate per una serie che ha sempre preferito il sangue alle lacrime.

Prima di addentrarsi nella quinta stagione, però, è necessario fare un piccolo riassunto. Era il 2019 quando The Boys esplose sulla scena televisiva globale come qualcosa di genuinamente inedito. Il concetto di fondo era semplice nella sua perversità: e se i supereroi fossero in realtà degli stronzi? E se i poteri non producessero eroi ma narcisisti, psicopatici, strumenti di potere nelle mani di una multinazionale? La Vought International, la corporation che “gestisce” i Sette e in generale tutti i superumani del mondo, era la vera antagonista della prima stagione, più ancora di Homelander (Starr): una critica corrosiva al capitalismo dei media, alla cultura delle celebrity, al modo in cui il marketing trasforma tutto, persino l’eroismo, in un prodotto vendibile. Quella prima stagione, diretta in parte da Dan Trachtenberg che aveva già mostrato con 10 Cloverfield Lane e Predator un gusto per la tensione claustrofobica e il sovvertimento delle aspettative, aveva una coerenza narrativa e una freschezza visiva che lasciavano a bocca aperta. I personaggi erano introdotti con la precisione chirurgica di chi ha già in mente il percorso completo: Billy Butcher, il vendicatore ossessivo interpretato da un Karl Urban che sembrava nato per quel ruolo; Hughie Campbell, la coscienza morale del gruppo e il punto di identificazione del pubblico, reso vulnerabile e autentico da Jack Quaid con una delicatezza sorprendente in un contesto così estremo; Annie January, Starlight, il personaggio che nella serie ha forse il percorso emotivo più complesso, da eroina ingenua e idealista a combattente consapevole e disillusa, grazie a una Erin Moriarty che ha dovuto gestire sfumature narrative che cambiavano radicalmente di stagione in stagione. E poi Homelander, il punto di arrivo e di non ritorno di tutta la serie, il personaggio che ha reso The Boys qualcosa di più di una satira supereroistica, l’interpretazione di Antony Starr che è semplicemente una delle performance più straordinarie dell’ultimo decennio televisivo senza che quasi nessuno ne parli quanto meriterebbe. Pensate quello che volete di questa serie, ma il villain disturbato che ha saputo tirare fuori lui ha gran parte del merito del suo successo.

La seconda stagione aveva alzato la posta in gioco introducendo Stormfront, interpretata da Aya Cash con una precisione agghiacciante: una nazista letterale travestita da supereroina progressista e influencer dei social media, un personaggio che nel 2020, in piena guerra culturale americana, aveva il potere di disturbare genuinamente perché era riconoscibile, perché i meccanismi della sua ascesa erano quelli reali della propaganda online. Era la stagione in cui The Boys smetteva definitivamente di essere solo un fumetto splatter adattato per la televisione e diventava un testo politico a tutti gli effetti, qualcosa che si poteva leggere insieme alle notizie del giorno senza trovare eccessive incongruenze. La terza stagione aveva poi introdotto Soldier Boy (a chiamarlo Soldatino non ce la faccio proprio), interpretato da Jensen Ackles in una performance fisicamente imponente e psicologicamente sfumata, la riunione con Kripke dopo gli anni di Supernatural che i fan aspettavano, e aveva sviluppato ulteriormente il tema della mascolinità tossica, del trauma generazionale, dell’eredità avvelenata che passa di padre in figlio o, nel caso di questa serie, di creatore in creatura. Era anche la stagione in cui per la prima volta si percepiva qualcosa di narrativamente meno preciso, un certo senso di ripetizione nei meccanismi della trama, una tendenza a risolvere situazioni di stallo attraverso l’escalation della violenza piuttosto che attraverso l’evoluzione dei personaggi, un difetto che si sarebbe poi amplificato nella quarta stagione. Non si sa cosa augurarsi con i seriali, perché se hanno successo inevitabilmente si chiede di allungare il brodo e il sapore ne risente.

La quarta stagione aveva diviso il pubblico forse più di tutte le precedenti. Jeffrey Dean Morgan era entrato nel cast nei panni di Joe Kessler, la voce nella testa di Butcher, una proiezione psicologica che cercava di dare profondità clinica all’autodistruttività del protagonista, ma che molti spettatori avevano trovato narrativamente confusa. Susan Heyward come Sister Sage, la donna più intelligente del mondo e consulente strategica di Homelander, aveva invece rappresentato una delle aggiunte più riuscite degli ultimi anni, un personaggio che con la sua fredda razionalità al servizio del male incarnava qualcosa di precisamente contemporaneo, la tecnocrazia dell’oppressione, l’intelligenza messa a servizio del fascismo con la stessa naturalezza con cui si pianifica una campagna marketing. E Valorie Curry come Firecracker, la conduttrice di un canale di estrema destra modellato visivamente e retoricamente su certi talk show americani contemporanei, era un altro esempio di come la serie sapesse trasformare la caricatura in qualcosa di riconoscibile. Già durante la quarta stagione, erano diventati evidenti come i difetti storici dello show avevano raggiunto livelli critici.

È in questo contesto narrativo ed emotivo che arriva la quinta stagione, e bisogna riconoscerle il merito di partire in modo straordinariamente diretto e coraggioso. La quinta stagione di The Boys inizia circa un anno dopo la conclusione della quarta, in uno status quo ben differente rispetto alla comfort zone della serie. Patriota è ormai in controllo completo e maniacale dell’intero Paese, Annie guida una scarna resistenza nel disperato tentativo di contrastarlo, Butcher risulta disperso e il resto dei Boys è in procinto di essere condannato a morte in uno dei campi di concentramento brandizzati Vought. Campi di concentramento con il logo aziendale, questo è l’immagine con cui la quinta stagione apre il proprio ragionamento, e non è una scelta casuale né è priva di peso. In un mondo in cui la macchina propagandistica di Homelander ha consolidato il potere assoluto, Hughie, Frenchie e Latte Materno sono prigionieri di un sistema che trasforma la detenzione politica in brand experience, che rende la persecuzione dei dissidenti una questione di marketing. È un’immagine così precisa nella sua brutalità che lascia senza parole, e che nel contesto attuale della politica americana e globale acquisisce una risonanza che il team degli sceneggiatori non poteva del tutto prevedere. Kripke ha precisato che la stagione era stata scritta prima delle elezioni presidenziali americane del 2024. Eppure il risultato finale è quello di uno specchio che riflette troppo fedelmente il presente per essere considerato solo fantascienza. O, chissà, magari prima di Trump lo era. Oggi l’incubo è diventato realtà.
La chiave satirica di questa serie tv è sempre stata fondamentale, ma in The Boys 5 raggiunge il suo apice. Già nella quarta stagione erano evidenti i riferimenti a un certo immaginario “maga”, fatto di valori ipocritamente cristiani usati come clava per bastonare i nemici e qualunque diversità. Nel finale di serie, l’intento di deridere certa America trumpiana è una cosa che salta agli occhi di continuo. Homelander non è solo un supereroe corrotto, non è solo una metafora del narcisismo o del fascismo in senso astratto: è la quintessenza di quella politica dell’ultradestra populista che nel corso degli ultimi anni ha riscritto le regole del discorso democratico in Occidente, che ha trasformato il risentimento in carburante politico, che ha reso l’umiliazione dei nemici uno spettacolo di intrattenimento, che ha confuso la forza bruta con la leadership e il culto della personalità con il consenso democratico. Kripke, in una conversazione con Collider, aveva anticipato il carattere del personaggio nella stagione dicendo che se gli si dà potere illimitato con tutte le sue insicurezze e i suoi traumi, quello che si ottiene è una versione di ciò che farebbe un fascista debole e suscettibile, guidato in ultima analisi dall’ego nonostante si atteggi a eroe. È una descrizione che suona tremendamente familiare a chiunque stia guardando la scena politica globale con occhi aperti.
La critica alla destra estrema in questa stagione passa attraverso diversi livelli narrativi che si sovrappongono e si rinforzano. C’è il livello più immediato e viscerale, quello delle immagini: i comizi di Homelander che ricordano strutturalmente certi raduni politici americani degli ultimi anni, con la folla in delirio e i simboli patriottici usati come strumenti di identificazione tribale piuttosto che di coesione civica. C’è il livello della disinformazione, che nella quinta stagione viene trattato con una precisione quasi documentaristica: quando Annie s’infiltra in un evento in onore di Patriota e mostra a tutti i partecipanti il video dell’incidente aereo causato da Patriota, Sister Sage reagisce screditando l’informazione e raccontando alla stampa che si trattava di un video realizzato con l’AI. Il meccanismo è riconoscibilissimo, è esattamente il modo in cui la disinformazione funziona nel mondo reale, non negando i fatti ma destabilizzando la capacità del pubblico di distinguere il vero dal falso, non convincendo le persone di una menzogna ma convicendole che la verità è irraggiungibile e quindi non ha senso credere a niente. È una delle critiche più acute che la serie abbia mai formulato, espressa non attraverso un discorso ma attraverso una sequenza narrativa che i personaggi vivono sulla propria pelle. Un tema che emerge con forza è quello del senso di colpa. Ci sono tutto: caos, fragilità, incertezze, intelligenza artificiale, fanatismo social, disinformazione.
C’è poi il livello della religione come strumento politico, che in questa stagione viene esplorato con una ferocia nuova attraverso il personaggio del televangelista superpotente, che amplifica il discorso e aggiunge ulteriori livelli di critica alla già densa stratificazione tematica della serie. La religione come arma, la fede come meccanismo di controllo delle masse, il linguaggio del sacro messo al servizio del potere temporale: non sono temi nuovi nella storia della satira politica, ma The Boys li tratta con la stessa brutalità visiva e concettuale che ha applicato a tutto il resto, senza ammorbidire i toni, senza cercare il bilanciamento artificioso, senza quella paura di offendere che spesso sterilizza la satira religiosa in televisione. Firecracker, il personaggio di Valorie Curry introdotto nella quarta stagione e qui portato a una conclusione che è uno dei pochi momenti di autentica sorpresa emotiva della stagione, è il punto di connessione più preciso tra media di destra, religiosità strumentalizzata e propaganda di stato: un personaggio che nella quarta stagione sembrava una semplice caricatura di certi commentatori televisivi americani e che in questa quinta stagione acquisisce una complessità inaspettata, una storia personale che non giustifica le sue scelte ma le rende comprensibili come prodotto di un sistema che forma le persone a propria immagine e somiglianza.
Bisogna parlare però anche dei difetti, e sarebbe disonesto non farlo. The Boys continua a fare bene ciò che ha sempre fatto, ma raramente riesce a reinventarsi davvero. Ci sono momenti di ripetizione: la serie continua a colpire duro, ma sorprende meno di quanto dovrebbe. È una critica legittima, ed è particolarmente evidente in una stagione finale che porta con sé il peso delle aspettative accumulate in cinque anni. Ci sono episodi, in particolare nel mezzo della stagione, che rallentano la narrazione in modo che alcuni spettatori hanno trovato frustrante, che spostano il focus dall’azione alla psicologia dei personaggi con una scelta che Eric Kripke ha difeso pubblicamente. La risposta di Kripke alle accuse di episodi filler aveva una logica interna precisa: Patriota governa attraverso la paura, Butcher e Hughie incarnano due strategie incompatibili, e il finale deve chiudere la serie madre senza ridurre Patriota a un semplice bersaglio fisico. È un argomento valido in teoria, ma nella pratica certi episodi centrali soffrono di una dispersione narrativa che, in un rilascio settimanale, si traduce in settimane di frustrazione per il pubblico. Il problema, come ha notato Kripke stesso, è quello tecnico di ogni ultima stagione corale: con 14 o 15 personaggi da servire narrativamente, trovare il tempo e lo spazio per ciascuno senza diluire la tensione complessiva è una sfida quasi impossibile.
La maledizione della stagione finale ha colpito anche The Boys, con alcune scelte narrative e strutturali a dir poco imbarazzanti. Era l’ultima stagione, e ogni singola tendenza problematica si è amplificata invece di essere ridotta ai minimi termini. Ci sono archi narrativi che non trovano una chiusura soddisfacente, personaggi che sembrano esistere solo per riempire il cast senza una reale necessità drammatica, sequenze d’azione che si ripetono con variazioni minime rispetto a quello che abbiamo già visto nelle stagioni precedenti. La tentazione di escalation infinita, che è sempre stata uno dei pericoli strutturali della serie, in questa stagione finale si scontra con la necessità di un atterraggio emotivamente coerente, e il risultato non è sempre equilibrato. Detto questo, nei momenti in cui la serie trova quel punto di incontro tra il suo gusto per l’eccesso e la sua intelligenza narrativa, nei momenti in cui il sangue sullo schermo non è decorativo ma significante, The Boys 5 ricorda perché siamo rimasti qui per tutti questi anni.
Ed è impossibile non parlare di sangue quando si parla di questa serie, perché la violenza in The Boys non è mai stata semplicemente violenza: è stata sempre, fin dal primo episodio, una scelta estetica e ideologica precisa. Il consenso critico su Rotten Tomatoes recita che la serie resta fedele alla propria forma e completa la propria missione con grande mestiere, ritorni narrativi soddisfacenti e un eccesso di sangue e viscere che producono un effetto perversamente glorioso. La violenza in The Boys è splatter nel senso più letterale del termine, interiora che volano, corpi che esplodono, fluidi organici di ogni tipo usati come strumenti narrativi oltre che come elementi di shock visivo, ma è uno splatter che ha sempre avuto una funzione precisa: quella di rendere visibile il costo reale del potere, di impedire allo spettatore di romantizzare i supereroi, di ricordare che dietro ogni utilizzo di forza ci sono corpi che si spezzano, vite che finiscono, dolore che non scompare. È una serie assolutamente non adatta ai minori, non per moralismo ma per ragioni strutturali: la violenza grafica è parte integrante del suo linguaggio, è il mezzo attraverso cui comunica il suo messaggio, e privarsene significherebbe privare il testo del suo strumento principale. Non è un caso che la serie non abbia mai cercato di addolcire i toni per allargare il pubblico, non abbia mai guardato con invidia alla PG-13 del Marvel Cinematic Universe: la violenza di The Boys è la sua forma di rispetto per l’intelligenza degli spettatori adulti, è il rifiuto di fare della sofferenza qualcosa di consumabile e innocuo.
Questo aspetto è tanto più rilevante considerando che stiamo parlando, formalmente, di una serie di supereroi. È un genere che nell’ultimo decennio ha dominato l’intrattenimento globale con un’egemonia quasi assoluta, che ha prodotto decine di miliardi di dollari di incassi cinematografici e televisivi, che ha saturato la cultura popolare con immagini di uomini e donne in costumi variopinti che salvano il mondo con le regole precise di un videogioco, dove nessuno muore davvero e tutto si risolve nell’ultimo atto con una spettacolare battaglia. The Boys è nato come risposta diretta a questo modello, come una domanda fondamentalmente sovversiva: e se prendessimo il genere sul serio? E se i superpoteri avessero conseguenze reali? E se la psicologia dei supereroi fosse quella che ci aspetteremmo da esseri umani che hanno ricevuto capacità illimitate in un mondo basato sul denaro e sul potere? La risposta che la serie ha costruito in cinque stagioni è coerente e impietosa: i superpoteri non rendono le persone migliori, le rendono semplicemente più efficaci in tutto ciò che già sono, incluse le loro patologie, le loro ossessioni, la loro capacità di fare del male su scala industriale.
Dal punto di vista tecnico, questa quinta stagione dimostra come la produzione di Prime Video non abbia mai lesinato risorse per lo show che è stato il fiore all’occhiello della piattaforma per quasi un decennio. La stagione è prodotta da Sony Pictures Television e Amazon MGM Studios in associazione con Point Grey Pictures, Original Film, Kripke Enterprises, Kickstart Entertainment e KFL Nightsky Productions, una macchina produttiva di dimensioni industriali che si vede sullo schermo in ogni sequenza. Le riprese, come rivelato dagli stessi protagonisti, erano iniziate il 25 novembre 2024 e si erano concluse il 1° luglio 2025, con Jensen Ackles che aveva finito le proprie scene il 10 giugno 2025. Sette mesi di produzione per otto episodi che in certi casi superano l’ora di durata, con location in continua espansione e una complessità degli effetti visivi che ogni stagione aveva alzato ulteriormente l’asticella. La regia della stagione si distribuisce tra diversi professionisti, come accadeva già nelle stagioni precedenti, con nomi come Dan Trachtenberg, Jennifer Phang, Philip Sgriccia e Frederick E.O. Toye coinvolti nella direzione degli episodi. Trattenberg, che aveva diretto alcuni degli episodi più memorabili delle stagioni precedenti, porta qui la sua capacità di costruire tensione attraverso lo spazio e il montaggio, di usare l’inquadratura come strumento narrativo prima ancora che come scelta estetica.
La colonna sonora della quinta e ultima stagione è stata composta da Matt Bowen e Christopher Lennertz, che avevano composto anche la stagione precedente. In un evento stampa Bowen ha raccontato di aver ricevuto la direttiva di “fare saltare i maledetti tetti”, e che la prima cue dell’intera stagione è una delle più grandi mai scritte per il franchise. Lennertz ha aggiunto che c’è molto più peso emotivo in questa stagione, molto più orchestra, perché lo merita: ci siamo innamorati di questi personaggi e ora dobbiamo purtroppo dire addio ad alcuni di loro. È una dichiarazione che coglie perfettamente la tensione emotiva alla base di questa stagione finale, la consapevolezza di dover gestire non solo la chiusura di una storia ma anche la separazione da una famiglia di personaggi che per anni hanno occupato uno spazio mentale e affettivo nel pubblico globale.
La première mondiale della stagione si è tenuta il 19 marzo 2026 al Cinema Moderno di Roma, in Italia, un gesto simbolicamente significativo per una serie che ha sempre cercato di proiettarsi oltre i confini dell’immaginario americano, che ha sempre cercato di costruire un dialogo con un pubblico internazionale che nelle distorsioni della politica americana poteva riconoscere dinamiche proprie, familiari, non così lontane dalla propria esperienza quotidiana. La scelta di Roma come palcoscenico per il finale di una serie che parla di fascismo, di culto della personalità, di supereroi come strumenti del populismo è tutt’altro che casuale, e dice qualcosa sullo spirito con cui Kripke ha concepito questo ultimo capitolo: non come una storia americana ma come una storia universale, non come un commentario su un momento politico specifico ma come un’analisi delle strutture del potere che attraversano le culture e le epoche.
Il cast artistico merita una riflessione più estesa, perché è in ultima analisi il cuore pulsante di tutto. Su Rotten Tomatoes, la quinta stagione detiene un indice di gradimento del 97% basato su 69 recensioni della critica, con una valutazione media di 7.6/10. Su Metacritic, la stagione detiene un punteggio medio ponderato di 75 su 100 basato su 18 critici, indicando recensioni “generalmente favorevoli”. Numeri che confermano come la serie stia chiudendo nel rispetto del proprio pubblico e della propria identità, anche se non necessariamente nella modalità più ambiziosa possibile. Karl Urban è probabilmente l’attore che ha affrontato il percorso più difficile nell’arco dell’intera serie: Butcher è passato da villain con motivazioni comprensibili a eroe traumatizzato a quasi-antagonista a figura tragica che porta nel corpo i segni fisici delle proprie scelte, e Urban ha attraversato ogni trasformazione con una credibilità fisica e psicologica che va aldilà del semplice talento recitativo. In questa stagione finale, Butcher porta con sé il peso della sua storia in modo tangibile, e ci sono momenti in cui Urban riesce a comunicare decenni di dolore con una singola inquadratura.
Antony Starr come Homelander è un discorso a parte, uno di quei casi in cui un attore e un personaggio sembrano fatti l’uno per l’altro in modo così perfetto da rendere difficile immaginare chiunque altro in quel ruolo. L’australiano Starr ha costruito in cinque stagioni quello che è probabilmente il villain televisivo più sfumato e allo stesso tempo più terrificante degli ultimi anni, qualcuno capace di passare in una singola scena dalla desolazione infantile di un bambino abbandonato alla crudeltà assoluta di un dittatore, senza che nessuno dei due estremi sembrasse falso o forzato. Karl Urban aveva dichiarato che in questa stagione le posta in gioco non poteva essere più alta, e che fin dal primo episodio si sarebbe visto morire dei personaggi, facendo capire agli spettatori che nessuno era al sicuro e che la situazione era davvero seria. Quella promessa viene mantenuta, anche se non sempre con la precisione narrativa che ci si potrebbe aspettare: ci sono morti che pesano come pietre e morti che sembrano quasi accidentali, che arrivano e spariscono nell’arco di un episodio senza lasciare il segno che si sentirebbe. Ma ci sono anche ritorni ed evoluzioni che sorprendono genuinamente.
Uno dei personaggi scritti meglio dell’intera stagione è A-Train, il cui viaggio inizia con una donna travolta e si chiude con una donna salvata: il suo percorso di redenzione è sorprendente, con il personaggio che diventa l’artefice della liberazione dei Boys dalla prigionia, sacrificandosi in un gesto eroico. È anche uno dei pochi membri dei Sette ad aver avuto il coraggio di dire in faccia tutta la verità a Patriota. Jessie T. Usher ha costruito questo percorso con una pazienza rara, accettando di essere il personaggio più detestabile della prima stagione per poter guadagnarsi la redenzione attraverso un arco narrativo di cinque anni che in questo finale trova una chiusura degna. È il tipo di scrittura long-form che la televisione sa fare meglio di qualsiasi altro medium, e quando The Boys la pratica con questa coerenza il risultato è commovente nel senso più preciso del termine.
Tra le novità più attese della stagione ci sono Jared Padalecki e Misha Collins, che segnano una reunion con Kripke dopo Supernatural. La loro presenza è un regalo esplicito ai fan, un gesto di affetto verso una comunità che per quindici anni aveva seguito Supernatural e che ora vede i suoi attori principali riunirsi sotto la guida dello stesso showrunner in un contesto completamente diverso, in una storia che è per molti versi l’opposto speculare di quella serie: dove Supernatural era una storia di eroi soprannaturali che combattevano il male in un universo governato dalla fede e dalla redenzione, The Boys è una storia di persone ordinarie che combattono contro supereroi in un universo in cui la fede è corrotta e la redenzione è rara e costosa. Samuel L. Jackson ha prestato la voce a Xander, l’amico squalo martello dell’Abisso, nell’episodio penultimo, un cameo che Kripke ha spiegato come il risultato di una semplice richiesta ai produttori Seth Rogen ed Evan Goldberg, che Jackson ha accettato con entusiasmo perché apprezzava la serie. È il tipo di dettaglio apparentemente minore che dice molto sullo status culturale che The Boys ha acquisito nel corso degli anni, sulla capacità della serie di attrarre talenti che vi partecipano non per contratto ma per convinzione.
The Boys ha tra i suoi meriti quello di aver cambiato la conversazione sui supereroi: ha reso impossibile guardare certe produzioni Marvel o DC con gli stessi occhi innocenti di prima, ha introdotto nel discorso mainstream una critica al genere supereroistico che era rimasta confinata ai fumetti più adulti e di nicchia. Garth Ennis e Darick Robertson, i creatori del fumetto originale, hanno trascorso anni a costruire un’opera volutamente provocatoria, esagerata nelle sue violenze e nelle sue prese di posizione, che non si aspettava di diventare mainstream, che anzi sembrava quasi costruita per impedirsi di diventarlo. Il fatto che quella storia sia arrivata a milioni di spettatori in tutto il mondo, che abbia trovato un pubblico disposto non solo a tollerare ma ad apprezzare la sua ferocia, dice qualcosa di importante sul momento culturale in cui viviamo, sulla fame di critica diretta e senza filtri che esiste al di sotto della superficie lucida dell’intrattenimento contemporaneo.
La stagione finale non rinuncia a nessuno degli elementi che hanno reso il franchise riconoscibile, e anzi sembra quasi voler fare un ultimo inventario di tutto ciò che The Boys è stato: c’è il sangue, naturalmente, in quantità industriali e con varietà inventiva che ha fatto la fortuna delle discussioni online dopo ogni episodio; c’è l’umorismo volgare e nichilista che ha sempre convissuto in modo paradossale con la serietà dei temi trattati, come se Kripke e i suoi sceneggiatori avessero capito che l’unico modo di guardare certi abissi senza impazzire fosse riderci sopra con la bocca storta; c’è la critica ai media, ai social network, alla cultura dello spettacolo che trasforma ogni cosa in contenuto e ogni contenuto in strumento di manipolazione. La stagione 5 di The Boys debutta con un sorprendente 97% su Rotten Tomatoes, con le prime recensioni che parlano di un finale esplosivo. Un risultato che nella settimana del finale definitivo, il 20 maggio 2026, sembra voler dire che la serie ha almeno centrato l’obiettivo primario: chiudere rispettando il patto con il proprio pubblico.
Tirare le somme di The Boys significa accettare una contraddizione produttiva, riconoscere che si può amare qualcosa senza negarsi il diritto di criticarla, che si può valutare positivamente una serie riconoscendone i limiti. The Boys non è stata sempre una grande serie nel senso tecnico del termine: ha avuto stagioni inconsistenti, archi narrativi che non hanno trovato la loro forma migliore, personaggi introdotti con grande entusiasmo e poi abbandonati senza cerimonie, momenti in cui la logica dello shock ha prevalso sulla logica narrativa. Ma ha sempre avuto qualcosa di più raro e più prezioso della perfezione formale, il dire senza ammorbidire i toni. La serie ha sempre mantenuto uno dei suoi punti di forza: l’equilibrio tra spettacolo e commento sociale, con le frecciate alla politica, ai media e alla cultura contemporanea.
In un’epoca in cui l’intrattenimento streaming tende all’omologazione, in cui le piattaforme ottimizzano il contenuto verso il centro statistico del gradimento, verso il prodotto che offende il meno possibile e piace al maggior numero possibile, The Boys ha scelto deliberatamente la strada opposta: ha cercato il disagio, ha coltivato la provocazione, ha trasformato la repulsione in strumento critico. Non tutte le battaglie sono state vinte con uguale eleganza, non tutti gli episodi della quinta stagione raggiungono le vette dei momenti migliori dell’intera serie, ma il risultato complessivo di cinque anni di televisione è qualcosa che merita rispetto e attenzione critica seria. La storia di Homelander, di Butcher, di Annie e di tutti gli altri Boys non è solo una storia di supereroi e di vendette: è una storia sul potere e su cosa fa agli esseri umani che lo detengono, è una storia sulla complicità e su come i sistemi di oppressione riescano a cooptare persino le resistenze, è una storia sulla nostra capacità collettiva di guardare in faccia la verità anche quando è scomoda, anche quando ci richiede di riconoscere qualcosa di noi stessi nelle patologie dei personaggi che osserviamo.
Dopo anni di satira politica, violenza estrema e nichilismo morale, The Boys 5 ha progressivamente trasformato il conflitto tra Butcher e Homelander in una guerra ideologica sul potere, sulla fede e sull’ossessione. E forse questa è la descrizione più precisa possibile di ciò che The Boys è stato, nella sua interezza: una guerra ideologica combattuta attraverso il sangue, le viscere, le battute volgari e le immagini disturbanti, che nascondeva sotto la superficie splatter una delle critiche più dirette e coraggiose al presente che la televisione di massa si sia mai permessa. Non sempre bellissima, spesso eccessiva, a tratti ripetitiva, ma mai irrilevante, mai rassicurante, mai disposta a lasciarti comodo sul divano senza chiederti conto di ciò che stai guardando e di ciò che riconosci in esso. Per questo, nonostante tutto, per questo soprattutto, The Boys mancherà.