di Ivan Goncarov, 1859
Oblomov di Ivan Aleksandrovič Gončarov, pubblicato nel 1859, rappresenta uno dei vertici del realismo russo dell’Ottocento e un capolavoro assoluto della letteratura mondiale. Attraverso la figura di Il’ja Il’ič Oblomov, nobile pigro e sognatore che trascorre gran parte della vita sul divano del suo appartamento di San Pietroburgo, Gončarov non si limita a una satira di costume: crea un archetipo universale dell’inerzia umana, elevandolo a simbolo di un’epoca storica precisa, quella della Russia pre-riforma del 1861, ancora ancorata al sistema della servitù della gleba.

Il romanzo nacque da un lungo processo creativo. Gončarov (Simbirsk 1812 – San Pietroburgo 1891) aveva già pubblicato nel 1847 Una storia comune, accolto con entusiasmo, e nel 1849 aveva fatto uscire Il sogno di Oblomov, episodio che sarebbe diventato il celebre capitolo IX della prima parte del romanzo. L’opera completa vide la luce dopo circa dieci anni di elaborazione, proprio mentre la Russia si avvicinava alla grande riforma di Alessandro II che avrebbe abolito la servitù della gleba.
Gončarov proveniva da una famiglia di mercanti benestanti di Simbirsk. La madre, vedova, lo educò in un ambiente che mescolava la praticità borghese al fascino della nobiltà terriera. L’autore stesso riconobbe elementi di “oblomovismo” nella propria vita: una certa ipersensibilità, periodi di inerzia creativa e un carattere riflessivo che contrastava con l’attivismo del suo tempo. Il viaggio intorno al mondo sulla fregata Pallada (1852-1855), documentato nell’omonimo libro di viaggio, rappresentò per lui un’esperienza di confronto con l’energia occidentale e orientale, che influì profondamente sulla dicotomia Oblomov-Stolz.
Come molti scrittori della sua generazione, Gončarov visse la transizione dal Romanticismo al Realismo. Formatosi su Pushkin, studiò a Mosca e lavorò come funzionario statale, esperienza che gli permise di osservare da vicino l’inerzia burocratica e la nobiltà parassitaria. Il critico Nikolaj Dobroljubov, nel saggio fondamentale Che cos’è l’oblomovismo? (1859), trasformò il romanzo in un manifesto sociale, interpretandolo come diagnosi impietosa della nobiltà russa incapace di adattarsi ai cambiamenti.
Il romanzo si divide in quattro parti. La prima presenta Oblomov nel suo habitat naturale: sdraiato sul divano in vestaglia, circondato da polvere, piatti sporchi e lettere inevase. Il suo servitore Zachar, pigro quanto il padrone, completa il quadro comico e tragico di un microcosmo immobile. Le visite di amici, lo scrittore Penkin, il funzionario Sud’binskij e il barone von Langwagen, servono a Gončarov per ritrarre con ironia i tipi sociali dell’epoca. La seconda parte introduce il contrasto vitale: entra in scena l’amico d’infanzia Andrej Ivanovič Stolz, figlio di un amministratore tedesco e di una nobildonna russa, incarnazione dell’energia, del pragmatismo e dell’ideale di uomo nuovo. Stolz porta nella vita di Oblomov Olga Sergeevna Il’inskaja, giovane intelligente, musicale e idealista. Nasce un amore che sembra poter risvegliare il protagonista: Oblomov si alza, esce, progetta riforme per la sua tenuta di Oblomovka. Ma è un’illusione temporanea. Nella terza parte il sogno s’infrange. Oblomov, terrorizzato dal matrimonio, dal cambiamento e dalla responsabilità, regredisce. Olga, che lo ama sinceramente ma esige azione, lo lascia. Nell’ultima parte Oblomov trova rifugio nella casa della vedova Agaf’ja Matveevna Pšenicyna, donna semplice e materna, dove riproduce in scala ridotta l’idillio infantile di Oblomovka. Muore di apoplessia, serenamente, mentre Stolz e Olga adottano il figlio nato dalla seconda unione.
Il capitolo centrale del romanzo, Il sogno di Oblomov, è un capolavoro di prosa poetica. Gončarov ricostruisce l’infanzia del protagonista nella tenuta di Oblomovka: un paradiso pre-industriale dove il tempo scorre lento, scandito dai riti del pranzo, del sonno pomeridiano e delle fiabe della njanja (la tata). La natura è benigna, i servi numerosi, le preoccupazioni inesistenti. Qui Gončarov mescola realismo e nostalgia: Oblomovka non è solo un luogo geografico, ma un’archetipica “età dell’oro” infantile che il protagonista cercherà invano di ricostruire per tutta la vita. Questo sogno ha radici letterarie profonde. Richiama l’idillio di Gogol’ nei Vecchi proprietari di campagna, ma anche la critica gogoliana alla Russia stagnante. Allo stesso tempo anticipa la ricerca tolstojana di una vita autentica e semplice, lontana dalle convenzioni cittadine.
Il termine oblomovščina (oblomovismo) entrò rapidamente nel vocabolario russo per indicare inerzia, apatia, incapacità di agire. Dobroljubov lo collegò alla “galleria dei superflui” della letteratura russa: dall’Onegin di Puškin, al Pečorin di Lermontov, ai protagonisti di Turgenev. Oblomov però rappresenta il culmine e la fine di questa tipologia: mentre i predecessori soffrono per il loro disadattamento e cercano (invano) uno scopo, Oblomov accetta e teorizza la propria inerzia. «La vita mi tocca» è il suo lamento ricorrente. Gončarov non è però un semplice critico sociale. Il romanzo è anche una meditazione esistenziale sulla natura umana. Oblomov incarna il conflitto tra essere e fare, tra contemplazione e azione, tra felicità interiore e successo esteriore. In un’epoca di positivismo e industrializzazione nascente, la sua pigrizia diventa quasi una ribellione esistenziale contro il frenetico attivismo di Stolz. Stolz, dal canto suo, non è un eroe senza macchia. Il suo dinamismo appare talvolta meccanico, privo di quella profondità poetica che Gončarov attribuisce al sognatore. Il nome stesso (“Stolz” = orgoglio in tedesco) suggerisce un’ambivalenza: l’Europa porta energia ma rischia di perdere l’anima slava. Olga rappresenta l’ideale femminile che unisce sensibilità e volontà. Il suo fallimento con Oblomov simboleggia i limiti dell’amore come forza redentrice quando manca la volontà individuale.
Gončarov eccelle nella descrizione dettagliata degli ambienti, che diventano proiezioni psicologiche dei personaggi. L’appartamento polveroso di Oblomov contrasta con la casa ordinata di Stolz e con la tenuta rigogliosa ma decadente di Oblomovka. La prosa è fluida, ironica, capace di passare dal comico grottesco (le scene con Zachar) al lirismo (il sogno, i dialoghi con Olga) senza fratture. Rispetto a Dostoevskij o Tolstoj, Gončarov appare più controllato, meno visionario, più “europeo” nella costruzione equilibrata. Eppure proprio questa misura classica gli permette di creare un personaggio indimenticabile che, come Don Chisciotte o Amleto, trascende il suo tempo.
Pubblicato alla vigilia della riforma del 1861, Oblomov divenne immediatamente uno specchio della Russia. I democratici rivoluzionari (Dobroljubov, Pisarev) lo lessero come condanna della nobiltà parassitaria. Lenin stesso, si dice, usò il termine “oblomovismo” per criticare l’arretratezza russa. Eppure Gončarov non era un rivoluzionario: la sua visione è più malinconica che militante. Rimpiange un mondo che scompare senza esaltare acriticamente quello che arriva. Nel Novecento il romanzo ha acquisito dimensioni universali. È stato letto in chiave esistenzialista (l’inerzia come forma di nausea ante litteram), psicoanalitica (regressione al seno materno) e persino buddhista (rinuncia al desiderio). Autori come Joseph Brodskij o Milan Kundera ne hanno apprezzato la capacità di mettere in discussione il culto moderno dell’azione. In Italia Oblomov ha avuto fortuna grazie a traduzioni eccellenti (ricordo quella di Ettore Lo Gatto o più recenti). Ha influenzato, direttamente o indirettamente, la riflessione sugli “inetto” novecenteschi, da Svevo a Pirandello.
Oblomov non è solo il ritratto di un pigro simpatico. È un’indagine profonda sulla condizione umana: quanto siamo disposti a sacrificare la nostra pace interiore per il movimento del mondo? Quanto del nostro “io infantile” sopravvive all’età adulta? Gončarov mostra che l’inerzia può essere dolce, poetica, persino morale, ma alla fine distrugge chi vi si abbandona completamente. Oggi, nell’era dell’iper-attivismo digitale, dei like e della produttività tossica, Oblomov appare sorprendentemente attuale. Esiste una saggezza nel rallentare e nel preservare un’oasi di contemplazione? Come scrisse Lev Tolstoj, grande ammiratore del romanzo: «Oblomov è un’opera grandissima, di quelle che non si incontrano da molto, molto tempo». Riteniamo che la sua affermazione sia valida ancora oggi.