di Sebastian Fitzek, Darkside 2025
Hannah Herbst è una donna che ha costruito la sua vita su una competenza molto particolare: decifrare ciò che le persone non dicono a parole ma comunicano tramite il corpo, tramite microespressioni, tic, pieghe del volto. Vive a Berlino, ha una famiglia, una carriera come consulente della polizia che le ha permesso di far condannare criminali violentissimi grazie all’osservazione e all’interpretazione della mimica facciale. Ha l’apparenza di una figura sicura, competente, una “macchina della verità umana”, ma questa solidità viene messa duramente alla prova da una serie di eventi che sconvolgono il suo presente e la sua percezione di sé.
La vicenda comincia, in modo traumatico, con Hannah che si risveglia in una stanza d’albergo, ferita, legata e senza memoria. Perché Hannah, come i supereroi, ha un superpotere, ma anche un punto debole: gli anestetici le procurano amnesie temporanee. Da quando ha scoperto che un criminale noto come “il chirurgo” è evaso dalla clinica carceraria, la sua vita è cambiata di colpo. Da lì in poi si sviluppa una dinamica inquietante in cui Hannah viene messa di fronte a un video in cui confessa — o sembra confessare — di aver ucciso la propria famiglia, un brutale omicidio che ha lasciato come unico sopravvissuto il figlio Paul.
Ma se sembra che il nemico sia esterno, qualcosa nella stessa Hannah non quadra: se è un’esperta nel leggere i segnali del volto, se è lei che nei suoi casi precedenti ha riconosciuto falsità e colpevolezza negli altri, che cosa dire della propria possibile colpevolezza? È questo dubbio che costruisce gran parte della tensione del romanzo: Hannah non si riconosce in quell’assassina, anche se le prove sembrano schiaccianti.
Fitzek intreccia poi la trama con numerosi personaggi secondari (amici, colleghi, antagonisti) che aggiungono sfumature e sospetti, variano il ritmo, spostano sospetti, reinseriscono varianti inattese. La memoria di Hannah torna a galla a pezzi, tra frammenti, immagini confusive, eventi che portano alla luce ferite del passato e segreti. Vengono alla luce casi precedenti come “il pescatore”, un criminale che può sembrare marginale ma diventa parte importante del mosaico narrativo.

Il ritmo è serrato, la suspense costante, con momenti che capovolgono le prospettive, che mettono in dubbio ciò che si pensava vero. Lettore e protagonista spesso marciano insieme nell’incertezza. Mimica di Sebastian Fitzek, tradotto da Elisa Ronchi e pubblicato da Fazi nella collana Darkside nel luglio del 2025, è un thriller psicologico che mette al centro della narrazione la mimica facciale — le microespressioni, i tic, i gesti involontari — come strumento per sondare l’animo umano, per smascherare bugie, per esplorare le pieghe più oscure dell’identità. Fitzek è affiancato, per questo tema, da Dirk Eilert, esperto tedesco di mimica e linguaggio del corpo, una collaborazione che fornisce solidità all’idea centrale del libro, rendendola plausibile, credibile.
Uno dei punti di forza del romanzo è proprio questo uso della mimica facciale come lente per esplorare non solo il crimine, ma la natura umana, la fragilità della memoria, la percezione del sé, il modo in cui siamo costruiti da ciò che ricordiamo ma anche da ciò che dimentichiamo. Hannah viene spinta a domandarsi che cosa significhi essere colpevole o innocente non solo nei fatti, ma nell’identità; quanto possiamo fidarci dei nostri ricordi; quanto il perdono, la paura, l’inganno (sia altrui che auto-inflitto) possano plasmare la percezione della nostra vita. Fitzek non si limita al “colpevole sì/no”, ma insiste su ciò che resta dopo, su cosa succede quando le mappe interne della memoria cedono, quando i segni del volto — che lei sa decifrare — possono ingannare, possono essere manipolati, possono essere fraintesi. È un tema che ha risonanza anche filosofica: che cosa vede chi osserva, che cosa decide l’osservatore, quanto le nostre percezioni sono costruite, quanto soggette a falsificazione.
L’atmosfera complessiva è cupa e spesso angosciante. Fitzek lavora molto sull’insicurezza, sul sospetto, sull’ambiguità. Spesso scene che sembrano promettere una direzione narrativa vengono deviate, nuove prospettive si aprono. Il lettore è tenuto in uno stato di allerta: non solo per la minaccia esteriore (l’assassino evaso, la madre assassina, la fuga, il video), ma per la minaccia interiore, che riguarda Hannah. Il ritmo, specie nella seconda parte, accelera; le rivelazioni si susseguono; il finale riserva un colpo da maestro che spiazza, anche se alcuni indizi permettono, in retrospettiva, di ricollegare tracce sparse.
Dal punto di vista stilistico Mimica non è un libro “difficile”: la lingua è accessibile, la narrazione fluida, le descrizioni calibrate per mantenere la tensione senza appesantire. Fitzek dosa bene dialoghi, scene di azione, introspezione psicologica, ricordi. Il traduttore italiano gestisce con competenza i passaggi più sottili, specialmente nelle descrizioni delle microespressioni, dove anche piccoli dettagli contano, dove un sopracciglio, una piega labiale, il tremito di una pupilla possono essere decisivi. Queste descrizioni sono spesso i momenti più intensi: non per effetto specialissimo o gratuito, ma perché implicano che Hannah — e anche il lettore — debba interrogarsi su ciò che è vero, su ciò che è stato manipolato, su cosa può essere affidabile.
Tuttavia il libro ha anche alcuni limiti. Alcuni passaggi possono risultare prevedibili se si è lettori assidui del genere; certi colpi di scena sembrano costruiti con un artifizio percepibile: ad esempio, la perdita di memoria è un dispositivo narrativo usato molto spesso nei thriller, e Fitzek lo adotta con efficacia, ma non sempre riesce a nascondere del tutto la sensazione che sia una cornice già vista. In certi momenti il personaggio di Blankenthal (il chirurgo) viene rappresentato come figura terrificante e misteriosa, ma ci sono sequenze dove le sue motivazioni, le sue azioni, i suoi ripensamenti possono sembrare meno convincenti, quasi stereotipate nella loro oscurità. Allo stesso modo, alcuni sviluppi narrativi potrebbero apparire forzati, come se servissero più a rincorrere i colpi di scena che a far progredire organicamente la caratterizzazione dei personaggi. Talvolta la tensione è così caricata che sfiora il melodramma, specialmente quando si richiamano traumi passati, segreti di famiglia, ricordi che emergono in modo traumatico.
Un altro nodo è il bilanciamento tra il desiderio di sorprendere e il bisogno di costruire una trama solida: ci sono momenti in cui si avverte che qualche possibilità alternativa non sia stata sfruttata pienamente, che il lettore forse avrebbe desiderato più introspezione riguardo a Hannah, più spazi in cui soffermarsi non solo sul mistero ma sul peso psicologico che certe scelte hanno su di lei come madre e come donna. In certi punti la suspense predomina sull’umano, sull’emotività: ciò conferisce ritmo e adrenalina, ma ci si affeziona poco ai protagonisti.
Per chi ama i thriller che non lasciano respiro, che giocano con l’illusione, con l’inganno, con la memoria, è una lettura che vale. Anche se ci sono momenti in cui “troppa tensione” può stancare, la sensazione finale è che Fitzek abbia consegnato un’opera molto solida, che reinventa alcuni tropi (come l’amnesia, il video della confessione, il doppio ruolo dell’osservatore) in modo convincente. Nel complesso Mimica è un thriller che fa onore alla fama di Fitzek, un libro che tiene il lettore sveglio fino a tardi, che spinge a girare le pagine per capire, per capire se davvero possiamo fidarci di quello che vediamo, di quello che crediamo di ricordare, e di quanto la memoria e il volto siano specchi fragili.
«Questa è casa mia: c’ho vissuto…amato…ucciso?»