di Antonio Fogazzaro, 1881
Chi apre Malombra aspettandosi il Fogazzaro di Piccolo mondo antico, con la sua Valsolda patriottica e i suoi affetti domestici, resta spiazzato. Il romanzo, uscito nel 1881 quando l’autore aveva trentanove anni, è una creatura notturna. Un libro che Fogazzaro stesso, più tardi, guardò con un misto di tenerezza e imbarazzo, come si fa con le opere d’esordio troppo cariche di ciò che si era letto e sognato. Eppure è proprio questo eccesso a renderlo vivo. Malombra è un romanzo in cui la ragione ottocentesca viene messa a tavola con i suoi fantasmi, e non ne esce bene.

La trama è nota. Marina di Malombra, giovane aristocratica orfana, vive in una villa sul lago di Como insieme allo zio, il conte Cesare d’Ormengo, vecchio, paralizzato, ostinatamente chiuso nel proprio passato. In un mobile segreto trova le carte di Cecilia, una donna della famiglia rinchiusa un tempo dal marito e morta di quella reclusione, che nell’ultima lettera giura di tornare in un’altra donna per compiere la sua vendetta. Marina, già fragile e fiera fino all’arroganza, si convince di essere quella donna. Intorno a lei si muovono Corrado Silla, giovane letterato assunto come segretario del conte, e la mite Edith Steinegge, figlia di un esule tedesco, che di Marina è l’esatto rovescio luminoso. L’amore, la gelosia e la follia precipitano verso una catastrofe in cui l’acqua del lago, che fin dall’inizio non è mai semplice paesaggio, ha l’ultima parola.
L’acqua è infatti il vero personaggio del libro. Fogazzaro, cresciuto tra Vicenza e i laghi lombardi, la tratta con la devozione di chi conosce ogni sfumatura della luce, ma qui la rende ambigua. Specchio, tomba, soglia. Nessuno, dopo Manzoni, aveva scritto il lago con tanta precisione, e nessuno, prima di lui, lo aveva caricato di una minaccia così insistente. Il confronto con l’incipit dei Promessi sposi è quasi obbligato e rivela la distanza tra i due scrittori. In Manzoni il paesaggio è provvidenza ordinata, in Fogazzaro è un fondale magnetico che attira i personaggi verso ciò che non vogliono sapere di sé.
Qui arriva la parte più interessante, e anche la più datata, del romanzo. Marina crede nella metempsicosi, e il libro è intriso di quello spiritismo che nell’Italia degli anni Settanta e Ottanta contagiava salotti borghesi e riviste. La moda veniva da Allan Kardec e dalle sedute americane, e Fogazzaro ne era curioso senza esserne ingenuo. La sua posizione è sottile, non ci dice mai con certezza se Cecilia torni davvero. Il lettore resta sospeso tra due spiegazioni, quella soprannaturale e quella clinica, e in questa sospensione il romanzo anticipa la lezione di Henry James, che vent’anni dopo farà della stessa ambiguità il cuore di Il giro di vite. Va riconosciuto che qui Fogazzaro è sorprendentemente moderno. La possessione, a ben vedere, può essere anche il nome romantico di una nevrosi, e la psichiatria dell’epoca, da Charcot in avanti, stava del resto imparando a leggere i deliri femminili come sintomi.
Su questo sfondo, il romanzo dialoga con la grande tradizione gotica e fantastica europea. Si sentono Hoffmann, Poe, le atmosfere della Scapigliatura lombarda, e in Marina c’è qualcosa della donna fatale byroniana, passionale e distruttiva, che attraversa tutto l’Ottocento. Ma la scrittrice-lettrice che più le somiglia è forse una figura ancora a venire: le eroine di D’Annunzio, a partire dal Piacere del 1889, nascono in un terreno che Malombra ha concimato. Allo stesso modo, nel pessimismo di Silla, intellettuale debole e sensibile, eternamente indeciso fra due donne e due destini, si avverte l’eco dell’Ortis foscoliano e, sullo sfondo, l’ombra di Schopenhauer, il cui nome circolava allora fra i giovani colti come una moda e insieme come una diagnosi. Marina incarna la volontà che vuole e consuma, Edith la rinuncia che consola: due metafisiche in forma di donne.
Dal punto di vista storico il libro è più rivelatore di quanto sembri. Nel 1881 il Risorgimento era già diventato memoria, e la memoria, come sempre accade, aveva iniziato a produrre i suoi fantasmi. Il conte Cesare è un relitto di quel mondo, un uomo la cui coerenza si è irrigidita in rancore. Il suo palazzo è un museo di certezze finite, e intorno a esso la nuova Italia sembra non avere un posto da offrire ai giovani, che infatti vi si perdono: Silla senza vocazione, Marina senza causa. Qui sta il secondo piano di lettura. La follia di Marina è anche il sintomo di un’aristocrazia senza più funzione storica, che trasforma in destino individuale ciò che dovrebbe essere compito civile. Fogazzaro, cattolico liberale, moderato, vicino alla destra lombarda, non fa mai pamphlet, ma il suo sguardo sugli eredi di una stagione eroica è già malinconicamente critico.
Benedetto Croce, che con Fogazzaro fu severo, rimproverava a tutta la sua opera una commistione sospetta di sensualità e devozione, e in Malombra l’osservazione non è del tutto ingiusta: l’erotismo vi appare come colpa prima ancora che come desiderio, e la redenzione sembra sempre un po’ troppo a portata di mano. Quel nodo irrisolto, tra la carne e l’anima, sarà il tema dell’ultimo Fogazzaro, quello de Il santo e delle Ascensioni umane, dove proverà a conciliare evoluzionismo e fede e verrà per questo colpito dall’Indice.
Eppure, rileggendo, ciò che resta non sono i difetti ma una certa sensazione fisica di lettura. Il romanzo ha il passo lento delle sere d’estate in cui il caldo non si decide a spezzarsi, e quando la tempesta arriva sembra più necessaria che drammatica. Marina, in particolare, è uno dei pochi personaggi femminili della nostra narrativa ottocentesca a cui l’autore concede una vera grandezza distruttiva senza ridurla a monito morale. La si teme, la si ammira, la si compatisce, e si finisce per capire che il suo errore non è la pazzia ma l’aver preso troppo sul serio una storia che non era sua.
Malombra è un libro-soglia in cui una letteratura ancora legata al paesaggio e alla morale si affaccia sulla psicologia del profondo, sull’occulto, sull’inquietudine che il Novecento avrebbe chiamato per nome. È un’opera che ricorda come prima delle grandi svolte ci sia sempre qualcuno che, senza saperlo, ne ha già avvertito il rumore sotto la superficie.