di Isabel Allende, 1995
Quando nel dicembre 1991 Paula Frías Allende, la figlia ventottenne di Isabel, cade in un coma causato da una crisi di porfiria, la madre si ritrova al capezzale di una creatura che non risponde più. Da quella veglia madrida nasce un libro che non ha eguali nell’opera di Allende e forse nemmeno nella letteratura ispano-americana contemporanea. È una lettera indirizzata a una figlia che dorme, nella speranza che al risveglio possa ritrovare le proprie radici. Diventa invece, pagina dopo pagina, un testamento, un’elegia, un atto di resistenza contro il silenzio.

La struttura è la prima grande intuizione del libro. Allende alterna il presente dell’ospedale di Madrid, con il suo tempo sospeso e il suo lessico clinico, al racconto della storia familiare: i nonni cileni, la madre Panchita, lo zio Salvador, il colpo di stato del 1973, l’esilio venezuelano, i matrimoni, i libri. Il passato non è un ornamento ma una forma di respirazione. Scrivere a Paula significa trattenerla nel flusso narrativo, impedire che la sua vita si spenga prima di essere raccontata. Qui riecheggia Sherazade, che narra per non morire, ma anche la memoria proustiana, per la quale il tempo perduto si riconquista solo attraverso la parola. Allende è però meno incline di Proust alla riflessione astratta: la sua memoria è corporea, olfattiva, popolata di fantasmi domestici e di tavole imbandite.
Il lettore dei romanzi di Allende riconoscerà il tono della Casa degli spiriti, e non a caso: la storia dei Trueba nasceva da una lettera al nonno morente, e Paula ne rovescia il gesto, scrivendo a una figlia anziché a un avo. Il realismo magico, qui, si ritira davanti alla cronaca, ma non scompare del tutto. Sopravvive nella disposizione a credere che i morti ci parlino, che la nonna Isabel veglia tra le ombre della stanza, che esista un dialogo tra i mondi. È un magico che non scavalca il reale ma lo accompagna, come in García Márquez, maestro dichiarato, e come in Rulfo, la cui Comala brulica di voci senza corpo.
Sul piano filosofico il libro mette in scena la domanda più antica: che senso ha la sofferenza di un innocente? Allende non offre risposte teologiche. Dialoga con la fede cattolica della sua infanzia, con lo scetticismo della madre e con una spiritualità eclettica, quasi sincretica, che attinge all’esoterismo, al buddismo, alla pietà popolare. In questo si avvicina a Simone Weil, per la quale l’attenzione è la forma più rara e pura della generosità. Vegliare Paula è un atto di attenzione assoluta, privo di garanzie. E c’è anche qualcosa di Epicuro rovesciato: la morte, che per il filosofo greco non ci riguarda perché quando c’è lei non ci siamo noi, qui riguarda eccome, perché riguarda chi resta.
Il valore del libro sta anche nel suo coraggio autobiografico. Allende non si risparmia, racconta la sua infanzia segnata dall’abbandono paterno, il machismo che ha respirato, il matrimonio, le inquietudini, la fatica di diventare scrittrice dopo i quarant’anni. Il femminismo del libro non è dottrina ma biografia: è la rabbia di una donna che ha visto la madre sottomessa e ha deciso di non ripeterne il destino. L’ironia, spesso, la salva dal patetismo, e la risata affiora anche nei passaggi più cupi, come accade nelle grandi memorie femminili, da Karen Blixen a Natalia Ginzburg, di cui Lessico famigliare condivide l’amore per le parole di casa.
Il dolore, qui, non è una posa letteraria: Paula morirà nel dicembre 1992, e la scrittura non l’ha salvata. Ha salvato, forse, la madre. Ed è questo il dono ultimo del libro. Paula mostra che narrare non cancella la perdita, ma le dà una forma abitabile.